La notte di Budapest ha un volto gioioso e uno addolorato. Mentre il Paris Saint-Germain esplodeva in una festa che varrà per anni, Mikel Arteta raccoglieva i cocci di una sconfitta che brucia doppio: perché arrivata in finale, perché maturata ai calci di rigore e perché l'Arsenal era stato forse la squadra migliore per larghi tratti di una partita che avrebbe potuto — e forse dovuto — portare i Gunners al loro primo titolo europeo della storia.
IL DOLORE DELL'ALLENATORE - In sala stampa, il tecnico basco ha aperto con una dichiarazione di pura, schietta umanità: «Sento dolore. Quando sei a un passo da vincere il migliore trofeo europeo con i calci di rigore, è l'unica cosa che puoi provare» ha detto, prima di aggiungere che l'Arsenal aveva comunque vissuto un percorso straordinario, con una stagione da 63 partite disputate senza mai abbandonare la rotta. Un percorso che vale anche nella sconfitta. Perdere una finale ai rigori è la forma più crudele di sconfitta nel calcio, quella che nessuna preparazione riesce a prevenire del tutto: lo sanno bene anche le società abituate ai grandi palcoscenici europei.
LA DIFESA DI GABRIEL MAGALHÃES - Il momento più atteso della conferenza stampa era quello sulla scena che aveva deciso la serata: il penalty calciato alle stelle da Gabriel Magalhães, il difensore brasiliano che si era fatto avanti per battere il quinto rigore. Arteta lo ha difeso senza esitazione. «Devi farti avanti in momenti come questo» ha dichiarato il tecnico, scaricando dal giocatore ogni senso di colpa. Poi ha spiegato il contesto: la preparazione era stata certosina — «Ci eravamo preparati e allenati per questo momento», ha sottolineato — ma i piani erano stati stravolti dall'andamento dei tempi supplementari. I rigoristi designati per i primi tiri avrebbero dovuto essere Bukayo Saka, Martin Ødegaard e Kai Havertz. L'uscita dal campo di Havertz durante i supplementari — sostituito da Alejandro Zubimendi — aveva però rimescolato la gerarchia, costringendo ad adattamenti dell'ultimo secondo. Gabriel aveva scelto di assumersi la responsabilità del quinto rigore: una scelta coraggiosa, pagata carissima.
LA SFORTUNA DELL'IMPRECISIONE - Arteta ha poi allargato la prospettiva, ammettendo con lealtà la differenza che aveva fatto la differenza: i parigini erano stati più precisi dal dischetto, e questo è l'unico dato che conta quando si arriva alla lotteria. «Siamo stati sfortunati a non avere la stessa precisione che hanno avuto loro in quel frangente, ed è per questo che non abbiamo vinto» la sua sintesi, affidata a una formula che riconosce il merito avversario senza cercare alibi. Anche Eberechi Eze, entrato nella ripresa per dare freschezza all'attacco, aveva fallito il suo penalty contro Matvei Safonov: due errori dall'Arsenal, uno solo per il PSG — Nuno Mendes aveva spedito il suo tiro fuori — e la coppa era rimasta a Parigi. Una serata che passerà alla storia del calcio internazionale accanto alle altre grandi finali decise dal dischetto.
LE OMBRE ARBITRALI: DUE EPISODI CHE ARTETA NON DIMENTICA - Il tecnico non ha dimenticato neanche due episodi che avevano infiammato la partita: un contatto sospetto in area del PSG su Saka nei primissimi minuti, su cui l'arbitro tedesco Daniel Siebert aveva lasciato correre tra le proteste parigine per il mancato fischio; e, nei supplementari, un presunto fallo su Malik Madueke che l'Arsenal aveva reclamato a lungo senza ottenere il rigore. Episodi che non cambiano la sostanza ma che pongono interrogativi legittimi su una serata che avrebbe potuto avere un epilogo diverso. Nel calcio di alto livello, la differenza tra vincere e perdere si riduce spesso a dettagli che nessuna analisi tattica riesce a governare.
L'Arsenal torna a casa senza la coppa, ma con la Premier League vinta dopo 22 anni e una stagione che ha dimostrato che Mikel Arteta ha costruito qualcosa di solido e duraturo. La prossima volta, il dischetto potrebbe sorridere ai Gunners. Stasera, no.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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