Perdere contro la Juventus giocando obiettivamente meglio è come passare l'intero pomeriggio ai fornelli per preparare un piatto gourmet, e poi farsi scivolare il vassoio di mano proprio sull'uscio della sala da pranzo. I dettagli, quelle frazioni di secondo in cui la lucidità viene meno, hanno tradito ancora una volta l'Atalanta. Abbiamo perso punti per i nostri errori di gioventù tattica, più che per l'effettiva superiorità dell'avversario. Eppure, smaltita la rabbia per un quinto posto che resta lì a distanza di sicurezza, è un obbligo morale versare l'acqua in questo bicchiere e guardarlo mezzo pieno. Perché se l'orizzonte della massima competizione europea sembra essersi opacizzato, la realtà dei fatti ci impone una lucida riflessione su chi siamo e, soprattutto, da dove veniamo in questa travagliatissima stagione.
IL PESO DELL'EREDITÀ E LA RINCORSA DISPERATA - Parliamoci chiaro, come si fa al bancone del bar: questo è, a tutti gli effetti, il primissimo e delicatissimo Anno Zero. Sopravvivere al "dopo Gasperini" non era un compito per deboli di cuore. Nove anni di un'epopea irripetibile con l'attuale tecnico della Roma avevano creato un'aspettativa mostruosa, quasi tossica per chiunque fosse arrivato dopo. La società aveva un onere gravosissimo: dimostrare che la mentalità vincente e ambiziosa era ormai radicata tra le mura di Zingonia, e non apparteneva in via esclusiva all'allenatore di Grugliasco. Ma i grandi progetti spesso si scontrano con l'imprevedibilità del campo. La disastrosa parentesi di Juric ha lasciato la squadra in macerie, relegata a un mortificante 13° posto in classifica. Palladino ha ereditato una fuoriserie col motore ingolfato, trovandosi costretto a una rincorsa furibonda e logorante. Se oggi il reale valore della rosa oscilla fisiologicamente tra la zona Europa League e la Conference League, lo si deve al rendimento alterno di alcuni interpreti e ai sanguinosi punti gettati al vento contro le "piccole". Responsabilità che, oggettivamente, non possono pendere sul capo dell'attuale mister.
IL VERO VALORE DELLE COPPE E LE PAROLE DI NOVEMBRE - Qualcuno, giustamente, ricorda le dichiarazioni autunnali: a novembre Pagliuca era stato chiaro nello spolverare l'obiettivo del ritorno in Champions. Dunque, mancare la coppa dalle grandi orecchie significa davvero aver fallito o, peggio, accettare un triste ridimensionamento? Assolutamente no. La Champions è la vetrina di lusso del centro città, garantisce palcoscenici scintillanti e bonifici a molti zeri vitali per i bilanci. Ma l'Europa League e la Conference sono il terreno di caccia ideale per chi ha fame di gloria tangibile. Sono tornei in cui è concretamente possibile arrivare fino in fondo e sollevare un trofeo. E arricchire la bacheca, per chi vuole consolidarsi definitivamente nell'aristocrazia del pallone, deve restare una priorità assoluta, non un fastidio da gestire col turnover.
LA LEZIONE DEL PASSATO PER COSTRUIRE IL FUTURO - La storia nerazzurra recente, d'altronde, dovrebbe averci insegnato qualcosa di profondo. Torniamo con la mente al 2022: rimanemmo clamorosamente fuori da tutto, costretti a guardare l'Europa dal divano del salotto. I catastrofisti parlarono della fine di un ciclo, dell'inizio di una lunga e dolorosa parabola discendente. Invece, proprio da quelle ceneri silenziose, è nato il capitolo sportivo più bello ed esaltante della nostra ultracentenaria storia. A volte, nel calcio come in agricoltura, una potatura severa è l'unico modo per far ricrescere la pianta più rigogliosa di prima. Approdare in un porto europeo, indipendentemente dalla targa che porta la competizione, è il primo, fondamentale mattone della nuova Atalanta. Il mare è ancora un po' in tempesta e le scialuppe hanno ballato parecchio, ma la nave sa perfettamente dove deve andare.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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