C'è qualcosa di strano, nel chiudere una stagione lontano da casa. Non è una lamentela, sia chiaro — il calendario è il calendario, e nessuno ha mai scelto dove giocare l'ultima — ma il Franchi di Firenze ha sempre avuto, per noi, un peso specifico diverso dagli altri stadi. È lì che Gian Piero Gasperini costruì le fondamenta di quello che sarebbe diventato un ciclo europeo senza precedenti nella storia di questa società. È lì che l'Atalanta ha imparato a vincere anche quando non era previsto che vincesse. Adesso ci torniamo a stagione quasi archiviata — Conference League già in tasca, settimo posto blindato — con la testa già proiettata a un'estate che si preannuncia più movimentata del solito e con un uomo in panchina, Raffaele Palladino, che quasi certamente sta guidando la squadra nerazzurra per l'ultima volta.
Una stagione che lascia più domande che certezze. Palladino ha parlato. Lo ha fatto con la dignità di chi si è guadagnato il rispetto di una piazza esigente — «Ho dato tanto, spero di aver lasciato un segno» — e senza tirare in ballo alibi. Il problema, semmai, è che la stagione lascia un retrogusto amaro che nessuna frase di commiato riesce del tutto a coprire. L'Atalanta chiude a quota 58 punti — undici in meno rispetto all'Inter capolista, che si è fermata a 86 — con un cammino europeo in Champions che aveva fatto sperare in qualcosa di più, e con un'identità di gioco che non ha mai raggiunto la nitidezza di quei trienni gasperiniani che ci avevano abituato male. Dice: eh, ma la Conference l'avete presa, no? Sì. E non è poco per un club che l'anno precedente era al centro della scena europea. Ma qui la scala di valori è tarata diversamente, e lo sanno tutti, dalla curva alla dirigenza. Il confronto con la Fiorentina, avversaria di stasera, è curioso quanto impietoso: loro sono a 41 punti, hanno un monte rosa di quasi quattro volte inferiore al nostro, eppure giocano questa partita con la leggerezza di chi non ha nulla da perdere e noi con la pesantezza di chi ha già quasi tutto sistemato ma sente la necessità di finire il lavoro in piedi.
La Fiorentina arriva al Franchi in un clima non esattamente sereno — contestazione dei tifosi, futuro di molti elementi in bilico, Moise Kean che accelera il recupero ma resta un punto interrogativo — e con Pietro Vanoli che fa i conti con un organico zoppicante. Dall'altra parte, Palladino cambia quasi tutto rispetto alle ultime uscite: spazio a chi ha giocato meno, con Marco Sportiello che dovrebbe esordire tra i pali al posto di Carnesecchi e con diversi volti della panchina pronti a reclamare minutaggio. Una partita-laboratorio, insomma — un po' come aprire il frigorifero a fine settimana con quello che c'è rimasto e vedere se viene fuori qualcosa di decente.
Il cantiere è già aperto, Sarri osserva da lontano. La vera partita, quella che conta davvero, si sta giocando altrove — nelle stanze dirigenziali, nei telefoni accesi tra i Percassi e del 'Comandante', in quella trattativa sotterranea tra la proprietà nerazzurra e Maurizio Sarri che potrebbe essere battezzata «l'ipotesi dell'estate». L'Atalanta ha già praticamente definito l'arrivo di Cristiano Giuntoli come nuovo direttore sportivo — al posto di Tony D'Amico, in uscita — e il tandem Giuntoli-Sarri, che a Napoli ha scritto pagine importanti, è il modello che la proprietà Percassi sembra avere in testa per costruire il prossimo ciclo con un'offerta fino al 2029. Sarri ha dalla sua anche il Napoli — dove Conte ha già comunicato l'addio a De Laurentiis — ma qui l'offerta economica nerazzurra supera quella partenopea, e la lunghezza del contratto proposto dice tutto sulla volontà di fare un progetto serio, non un rattoppo. Nove anni consecutivi di Europa, bilanci che fanno invidia a metà Serie A, una proprietà che non fa debiti e una piazza che sa aspettare ma poi vuole vedere: non è poco come biglietto da visita.
Questa sera al Franchi, nel frattempo, giocano undici ragazzi che — alcuni di loro — potrebbero giocare la partita più importante della loro stagione senza saperlo. Chi convincerà Giuntoli resterà. Chi no, inizierà a fare i bagagli. È un po' come l'ultimo giorno di lavoro prima che arrivi il nuovo dirigente: tutti in giacca e cravatta, tutti sorridenti, tutti concentratissimi sulla fotocopiatrice. La storia con la Fiorentina supera i 120 incontri in Serie A e il Franchi ha tradizionalmente sorriso più ai viola che a noi — il bilancio delle gare disputate in quella città inclina nettamente dalla parte dei padroni di casa. Ma la storia ha anche il vizio di farsi riscrivere, e noi ci siamo specializzati proprio in questo.
Il finale di una storia, l'inizio di un'altra. Sarà una serata di saluti, probabilmente. Palladino che stringe mani, qualche giocatore che gioca la sua ultima partita con questa maglia senza ancora saperlo con certezza, alcuni dei sostenitori nerazzurri che hanno già riempito il proprio settore — i biglietti sono andati esauriti in nove ore, a venti euro, in trasferta — come se fosse una finale. Perché per certi tifosi lo è sempre, finale, indipendentemente da quello che c'è in palio. E forse è proprio questo che rende l'Atalanta diversa da quasi tutto il resto: non la storia delle coppe, non i ranking — il coefficiente UEFA ci pone sedicesimi in Europa, il Chelsea nel girone di Champions ce lo ricordavamo a 12° — ma quella capacità di sentire ogni partita come se fosse l'ultima, come se mancasse il fiato, come se non ci fosse un domani. Anche quando è solo una domenica sera a Firenze, a fine maggio, con la Conference già in saccoccia e la testa già proiettata ai playoff di agosto.
Il cantiere è aperto. La storia continua. Come sempre.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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