Ci sono libri che arrivano nel momento giusto, e altri che arrivano nel momento in cui nessuno ha il coraggio di scriverli. "Il libro nero del calcio italiano" appartiene alla seconda categoria: mentre il pallone di casa nostra continua a perdere pezzi, tra Mondiali mancati e una crisi che nessuno sembra saper fermare, Michele Criscitiello ha scelto di chiamare le cose con il loro nome, senza diplomazia e senza sconti. Ieri sera il volume, già primo nella sua categoria su Amazon in fase di pre-ordine, è uscito allo scoperto con la presentazione ufficiale allo Sportitalia Village di Verano Brianza, insieme a Lorenzo Vendemiale e Luca Veggian, con la moderazione di Giada Giacalone. A margine dell'evento, il Direttore ed Editore di Sportitalia — reduce dalle analisi taglienti sulla plusvalenza record incassata dall'Atalanta per Palestra — è intervenuto in diretta ai microfoni di Luca Cilli, allargando lo sguardo dai procuratori ai conti della Serie C, fino al futuro della sua Folgore Caratese. Un'intervista che è la naturale prosecuzione del libro: cruda, documentata, con qualche sorriso e nessuna assoluzione. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com
Direttore, questo è il suo primo libro: sarà anche l'ultimo, o dobbiamo aspettarci un seguito?
«Secondo me non sarà l'ultimo, e l'ho detto anche oggi: il problema è che in queste pagine c'è scritto il 20% di quello che bisognava scrivere. Per questo ho chiesto l'"aiuto da casa" a Lorenzo Vendemiale, collega del Fatto Quotidiano: l'ho detto in conferenza davanti a tante persone, lui scrive cose pesanti e io, al confronto, faccio il solletico. Quello che scrive lui va dritto al punto, ma probabilmente non arriva al grande pubblico; e grande pubblico significa la televisione, il popolo, i social. Noi abbiamo la forza di arrivare un po' a tutti. Il problema lo abbiamo sostenuto anche oggi: i club di Serie A non possono dare 240 milioni di euro ogni anno ai procuratori. E abbiamo detto che Roberto Mancini, per come se n'è andato, va bene che sia andato a prendere 30 milioni di euro dalla nazionale dell'Arabia Saudita, ma non può tornare. Siamo contenti di aver scampato un pericolo, ovvero Sara Gama vicepresidente della Federazione: almeno c'è Simonelli a rappresentare la Serie A e c'è l'AIC con la vicepresidenza di Calcagno. Qualcuno pensa che il peggio sia già arrivato: secondo me il peggio non è ancora arrivato, e dobbiamo stare molto attenti ai prossimi due-tre anni, perché il calcio italiano è in seria crisi. Non abbiamo soldi da investire se non indebitandoci. E non è un caso che Alfredo Pedullà, che vive di calciomercato e deve raccontarci notizie, rumors e retroscena, faccia fatica: non per colpa sua, ma perché le trattative non ci sono, e quando ci sono spesso muoiono sul nascere perché mancano i soldi. Oggi è il primo luglio, ufficialmente parte la nuova stagione dei contratti, e possiamo parlare di notizie: Milan, Inter, Juventus... abbiamo speso 70 milioni per un portoghese. Io credo sia molto grave che le squadre italiane, anche le più importanti, si stiano consegnando nelle mani dei procuratori».
Il suo è chiaramente un libro di denuncia, ma anche una base per costruire miglioramenti: si critica, però si propongono soluzioni. E il secondo punto sono le strutture: tra Serie A, B e C quante ce ne sono davvero in Italia? All'estero saremmo il terzo o quarto Stato...
«Mentre parliamo, qui di fronte ci sono i bambini del 2017 e del 2018 che giocano sull'erba, tutti in divisa: questo è un centro sportivo aperto al pubblico. E oggi in Italia i centri sportivi al pubblico non li puoi aprire, per un motivo semplice: siamo un unicum in Europa. Se sei una società piccola, un centro sportivo grande non te lo puoi permettere per una questione economica; se sei una squadra grande — il Viola Park, Monzello — puoi averlo, ma non lo apri al pubblico. Noi invece dobbiamo inventare, e pur inventando non sempre troviamo le soluzioni. Oggi devi far vivere un centro sportivo-stadio, perché questo è uno stadio: abbiamo unito stadio e centro sportivo, e vive 24 ore su 24. Ma servono le attività, i tornei, la gelateria, il ristorante, il bar, la pizzeria, i campi da padel, la piscina, la palestra, perché da qualche parte i soldi li devi portare a casa. È notizia di un'ora fa: tutte le società che hanno presentato l'iscrizione in Serie C sono state ammesse con la licenza nazionale, compresa la nostra, quindi siamo tutti in Serie C. Qual è però il problema? Che di media, a pioggia, tra Serie A e Federazione — con la legge Melandri, i contributi per le strutture e il minutaggio — se tutto va bene, se sei un fenomeno, porti a casa 600, 700, 800 mila euro a club. E non te lo puoi permettere comunque: un giocatore che paghi poco, 30-35-40 mila euro netti, ti costa il doppio con il lordo, più un 30% di costo azienda. I conti sono presto fatti e non tornano. Ma non perché i presidenti di A, B e C siano tutti dei deficienti: il problema è che il sistema non sta in piedi. La Serie A oggi dà a 60 club di Serie C 22 milioni: ma 22 milioni diviso 60, come fai a portare a casa la stagione? E la Serie B ha problemi doppi, perché se ne spendi sei ma te ne costano quindici, comunque perdi ogni anno 6, 7, 8, 9 milioni di euro».
Dallo studio di Sportitalia. Qual è il primo correttivo che apporterebbe per ridurre il potere dei procuratori nel sistema calcio italiano?
«La prima cosa da fare, secondo me, è un controllo della Federazione che obblighi tutti i presidenti a non poter pagare una percentuale superiore a quella stabilita. Sappiamo che il procuratore deve lavorare, ci mancherebbe: è una componente fondamentale del gioco, e i bravi ci sono. Ma i bravi sono al 20%, gli scarsi al 60%. Devono lavorare, devono guadagnare, ma non possono guadagnare i procuratori più delle società, perché sennò il sistema fallisce. Per me la percentuale da riconoscere a un procuratore è pari all'8%: il 5% lo deve dare la società, che si appoggia al procuratore del giocatore, e il 3% lo deve dare il calciatore stesso, che è l'assistito. Perché oggi io sto pagando un procuratore, ma il servizio non lo sta facendo a me: lo sta facendo al suo assistito, e invece lo pago io. Allora, se vogliamo farla così, la regola deve valere per tutti: io società ti do il 5% e tu, giocatore, dai al tuo procuratore il 3%, ovviamente al lordo sul totale del contratto. Altrimenti non ne usciamo: se lo fa uno solo su cento, due su sessanta, cinque su sessanta, è ovvio che poi il procuratore quel giocatore non te lo porta. Deve essere la Federazione ad aiutare i club, come in parte sta avvenendo in Serie C con il salary cap, la riforma Zola e la lista bloccata a 23 calciatori. È un aiuto, anche se il salary cap in C è un cane che si morde la coda: ti dico che non puoi spendere più di tot milioni di euro, ma se li spendi paghi una multa. E vabbè: se li spendo significa che ce li ho, e allora metto in preventivo che pago la multa, pur continuando a infrangere il tetto. La Lega Pro può fare fino a un certo punto: in questo caso dovrebbe intervenire la Federazione. La mia proposta era questa: chi infrange il salary cap non deve avere la multa, ma punti di penalizzazione, è lì che li devi andare a colpire. La Lega Pro questo potere non ce l'ha, ed è un potere che torna a Giovanni Malagò, il presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio: ma non deve essere un presidente della politica, deve essere un presidente del campo».
La squadra in Serie C l'ha portata, il libro l'ha scritto, la TV la sta gestendo. Qual è la prossima sfida di Michele Criscitiello?
«Innanzitutto la TV la stiamo già gestendo alla grande, si fa per dire, perché con Naomi in conduzione in prima serata qualche problema c'è... Scherzo, ovviamente, e me lo posso permettere: abbiamo fatto una scommessa da Catania e anche questa l'abbiamo vinta. La prossima sfida è consolidarsi, perché lo sappiamo: nella vita è più facile affermarsi che confermarsi, è più difficile confermarsi che affermarsi. E allora io credo che la scommessa sia il consolidamento: bisogna consolidarsi per essere strutturati. Calcisticamente l'obiettivo deve essere la salvezza, perché non abbiamo budget illimitati, e ripeto sempre che a me piace investire in questo che vedete: lì i soldi uno li può mettere, li deve mettere. Mi diverto, tra virgolette, a metterli, perché cresce qualcosa e gira l'economia. Se invece i soldi li metti in calciatori e procuratori, e per una Serie C spendi 80, 100, 120 mila euro netti più 20 o 30 di procura, allora le società falliscono. Quei soldi non mi piace spenderli; questi che state vedendo, sì. E mi piace vedere i bambini: guardate, adesso un bambino del 2018, invece di fare i compiti estivi, sta leggendo il mio libro. Non l'ha fatto apposta nessuno, i genitori l'hanno comprato per loro e loro lo stanno leggendo: sono le piccole indicazioni che vogliamo dare, insieme a un posto sicuro, tranquillo e pulito dove crescere».
Il finale è un piccolo manifesto involontario: le telecamere che inquadrano due bambini del 2018 seduti a bordo campo con il libro tra le mani, un'immagine che — come ammette lo stesso studio — vale più di un mese di promozione. Poi i saluti, con lo Sportitalia Village che si prepara a riaprire il ristorante tra due settimane, specialità di carne argentina e australiana, e un appello in diretta per uno chef e quattro camerieri; la promessa di Alfredo Pedullà di presentarsi alla prossima ristampa; e la chiusura più semplice di tutte: «Vado a mangiare la pizza margherita». Dietro la leggerezza, il messaggio consegnato al calcio italiano — e al neo-presidente Giovanni Malagò — resta scolpito: il sistema non sta in piedi, e il peggio, se nessuno interviene, deve ancora arrivare.
Il libro — "Il libro nero del calcio italiano" di Michele Criscitiello, edito da Piemme (Gruppo Mondadori), è in libreria dal 30 giugno 2026: 192 pagine, ISBN 979-1223802618. Già primo nella classifica Amazon della categoria dedicata a eventi sportivi e organizzazione in fase di pre-ordine, è disponibile all'indirizzo www.amazon.it/dp/B0GXCB4KPN.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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