C'è qualcosa di malinconico e insieme necessario nel fatto che l'Atalanta chiuda la propria stagione a Firenze. Al Franchi, dove nove anni fa Gasperini imbastì il suo primo capolavoro e dove questa squadra ha scritto pagine memorabili nel corso di un ciclo europeo senza precedenti nella storia del club. Domenica 24 maggio sarà però un'altra storia: la Dea arriva con la Conference League già in tasca, il settimo posto blindato, una Coppa Italia vinta contro la Lazio e una panchina che odora di commiato. Chi ha voglia di parlare di formazioni e schemi, in questo momento, è quasi fuori contesto. La partita vera si gioca altrove.
I numeri di una stagione che vale più del suo risultato finale. Partiamo dai fatti, perché i fatti aiutano a mettere le cose in prospettiva. Nove qualificazioni europee nelle ultime dieci stagioni: è il biglietto da visita di una società che ha trasformato Bergamo in un nome riconoscibile a Lisbona, Madrid, Glasgow. Dopo due anni di Champions e uno di Europa League, arriva la Conference: un passo indietro in termini di blasone, un passo avanti in termini di storia del club — prima partecipazione assoluta nella competizione. I puristi storcono il naso, la curva Nord ha già srotolato lo striscione che pretende un altro atteggiamento. Ma il calcio vive anche di queste liturgie di fine stagione: il bilancio amaro, la pretesa legittima, la promessa non scritta di fare meglio.
Intanto, però, i dati raccontano una squadra che ha recuperato dodici posizioni di classifica da quando Palladino è arrivato, tredicesima a ottobre, settima a maggio. Una rimonta silenziosa, poco celebrata proprio perché — e qui sta il paradosso — il punto di partenza avrebbe dovuto essere più alto. Come dire: bravi, ma ci aspettavamo di più. È il destino delle grandi provinciali ambiziose: alzare l'asticella finché ogni traguardo raggiunto diventa immediatamente il pavimento di quello successivo. L'Atalanta ci ha costruito sopra un'identità, e non è detto che sia un difetto.
Palladino al Franchi: l'ultima curva prima dell'incrocio. La partita contro la Fiorentina sarà quasi certamente l'ultima di Raffaele Palladino sulla panchina nerazzurra. Le parole pronunciate dopo il Bologna — «la volontà ci deve essere da parte di tutti per proseguire» — suonavano meno come un auspicio e più come un verbale notarile. Resta da vedere se Bergamo gli renderà omaggio con una vittoria o se la stagione si chiuderà con un'altra prestazione da Conference Level, come quella contro il Bologna: un gol subito, un tiro in porta al 94', Carnesecchi migliore in campo per l'ennesima volta.
Sul fronte opposto, la Fiorentina di Vanoli — quindicesima in classifica, una stagione vissuta perennemente in bilico tra la paura e la sopravvivenza — arriva senza nulla da perdere e forse proprio per questo è l'avversario più insidioso che potesse capitare. Il calcio delle ultime giornate insegna una cosa sola: le squadre che non hanno più niente da chiedere al campionato giocano con una leggerezza che le squadre ancora in corsa non possono permettersi, basti vedere che scherzo ha fatto proprio nell'ultimo turno alla Juventus di Spalletti, in piena lotta Champions. Anche se la Dea, stavolta, è già a piedi fermi. Teoricamente.
Giuntoli, il nuovo corso e ciò che resta del vecchio. La vera partita dell'Atalanta, in questo momento, non si gioca al Franchi ma dentro le stanze di Zingonia. Cristiano Giuntoli ha già firmato, Tony D'Amico saluterà dopo quattro anni di lavoro pregevole, e la panchina è un cantiere aperto. È come smontare un appartamento in cui hai vissuto bene — sai già che il prossimo sarà diverso, non sai ancora se sarà meglio. La società ha dimostrato di saper fare queste operazioni: il rapporto con D'Amico potrebbe concludersi e Giuntoli resta uno dei nomi più solidi del calcio italiano, con una capacità di costruire rose competitive che a Torino — nel bene e nel male — ha dimostrato ampiamente. La domanda non è se l'Atalanta si reinventerà. Lo fa da trent'anni. La domanda è a quale velocità e con quale guida tecnica.
La Dea va a Firenze senza pressioni di classifica ma con qualcosa di più sottile da dimostrare: a se stessa, alla curva, e a chiunque verrà dopo.
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Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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