Ci sono stagioni che nascono storte, un po' come quei maglioni comprati ai saldi che ti tirano sempre sulle spalle, ma che alla fine dell'inverno ti tengono comunque al caldo. L'annata dell'Atalanta è esattamente così: vissuta pericolosamente al di sotto delle aspettative iniziali, eppure incredibilmente a un passo dal garantirci ancora una volta il passaporto per il vecchio continente. La matematica, fredda e inoppugnabile, ci strizza l'occhio: complice la fresca sconfitta della Lazio nella finale di Coppa Italia, blindare il settimo posto significa staccare un biglietto d'andata per la prossima Conference League 2026/27.
I numeri della dote e il «braccino» da evitare - La squadra nerazzurra si ritrova oggi, incrociando i tacchetti con il Bologna, con il destino letteralmente nelle proprie mani. I dati sono una sentenza che fa dormire sonni quasi tranquilli: la Dea vanta sei lunghezze di margine sui rossoblù a soli 180 minuti dal gong finale del campionato. Considerando il solido 2-0 rifilato agli emiliani nel match d'andata al Dall'Ara lo scorso 7 gennaio, la situazione rasenta la pura formalità burocratica. Per rendersi aritmeticamente irraggiungibili, basterebbe persino il lusso di una sconfitta di misura. È come presentarsi all'esame di maturità sapendo che basta fare scena muta per strappare un 60 politico. Ma a Bergamo non si vive di calcolatrici, e abbassare la guardia adesso sarebbe un delitto di lesa maestà calcistica.
L'elefante nella stanza a Zingonia - Raffaele Palladino, nella consueta conferenza stampa della vigilia, ha provato a dribblare le indiscrezioni con eleganza istituzionale: «Io sono concentrato sul presente. Il mio obiettivo rimane il campo. Luca Percassi ha parlato in maniera sincera sul futuro: le sue parole sono tanto oggettive quanto chiare. Il nostro obiettivo è arrivare in Europa. A fine anno ci siederemo e valuteremo insieme se le idee combaciano per il bene dell'Atalanta». Ma i tavolini dei bar di Città Alta sanno già come andrà a finire: l'avventura del tecnico campano è di fatto agli sgoccioli. L'intenzione della famiglia Percassi, un anno dopo l'addio di Gian Piero Gasperini, è quella di dare un colpo di spugna netto col passato. Tra sole due partite calerà il sipario anche sul direttore sportivo Tony D'Amico. Al suo posto scalda i motori un fuoriclasse delle scrivanie come Cristiano Giuntoli. E qui la trama si fa succulenta, perché la prima scelta assoluta per la nuova panchina porta il nome di Maurizio Sarri, un profilo corteggiatissimo anche dal Napoli, piazza dove proprio con Giuntoli ha condiviso tre stagioni di fuoco.
Il taglio del cordone ombelicale - La dirigenza orobica, con l'eventuale approdo in nerazzurro del tecnico toscano, sancirebbe una frattura epocale con la nostra storia recente. Significherebbe tagliare definitivamente il cordone ombelicale con la filosofia di Grugliasco. Per anni ci siamo abituati a un calcio fatto di battaglie rusticane, di difese a tre e feroci duelli uomo contro uomo a tutto campo, un'eredità tattica religiosamente raccolta dai vari Juric e Palladino. Sarri porterebbe con sé un dogma diametralmente opposto: linea a quattro granitica e un calcio di posizione dogmatico. Passeremmo dalla rissa da strada con il tirapugni, a un duello di scherma in punta di fioretto. Un cambio di paradigma totale. Prima di apparecchiare la tavola per il nuovo corso, però, c'è un presente da onorare fino all'ultima goccia di sudore. Chiudere il capitolo Conference League già oggi significa dare un senso compiuto a un'annata turbolenta, trasformando i rimpianti in un prezioso trampolino di lancio per il nuovo progetto.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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