Ci sono giornate in cui il sole della Riviera ligure sembra stonare con i pensieri grigi di un dirigente che deve ricostruire, o quantomeno ristrutturare, un giocattolo quasi perfetto. L'amministratore delegato dell'Atalanta, Luca Percassi, ha sfruttato il palcoscenico del premio 'Gianni Di Marzio' a Portofino per spargere sul tavolo le carte del futuro nerazzurro. E la prima, inequivocabile sensazione, è che il vento del cambiamento stia per soffiare forte, molto forte, sui corridoi di Zingonia.
L'addio a D'Amico e l'ombra lunga di Giuntoli. Il segreto di Pulcinella è stato svelato senza troppi giri di parole. Le strade tra l'Atalanta e il direttore sportivo Tony D'Amico sono destinate a separarsi. Un quadriennio di altissimo livello, iniziato all'alba del dopo-Gasperini (quello vero, culminato con la mancata qualificazione europea) e impreziosito dal trionfo in Europa League, si chiude con un signorile ma gelido "il nostro rapporto potrebbe concludersi". È la dura legge del calcio-mercato: i dirigenti bravi vengono corteggiati quanto i trequartisti dal piede vellutato. E mentre D'Amico fa le valigie, Percassi lancia un amo non troppo velato: «Giuntoli? Rappresenta uno dei migliori dirigenti del calcio italiano... Se il matrimonio si realizzerà, saremo molto contenti». Tradotto: l'Atalanta punta in alto, altissimo, per non far rimpiangere chi parte.
Palladino in bilico: il settimo posto non basta? Se la scrivania del direttore sportivo è pronta al rimpasto, la panchina di Raffaele Palladino scricchiola sotto il peso del classico "parleremo a fine campionato". Nessuna conferma a scatola chiusa. Certo, a Palladino va riconosciuto il merito di aver tirato fuori la squadra dalle sabbie mobili del tredicesimo posto ereditato dalla parentesi Juric. Ma il settimo posto, con un bottino di punti (50) che rappresenta il peggior risultato delle ultime otto stagioni, è una mezza sconfitta per chi si è abituato a cenare al tavolo della Champions. È mancato il guizzo, la continuità, la killer instinct per azzannare le grandi. Il futuro del mister dipenderà da quella chiacchierata a quattr'occhi, a bocce ferme, dove si capirà se l'identità tattica coincide ancora con l'ambizione del club.
L'Europa appesa a un filo (e all'Inter). E poi c'è il campo, anzi, il campo degli altri. L'amara ironia della sorte vuole che l'Atalanta, arbitra del proprio destino per anni, oggi debba indossare la sciarpa dell'Inter nella finale di Coppa Italia contro la Lazio. Se i biancocelesti di Sarri dovessero alzare il trofeo, la Dea sarebbe fuori dall'Europa. "Restare agganciati a un futuro europeo solo in base a ciò che fanno o non fanno gli avversari non è da Atalanta", ed è una sacrosanta verità. È la fotografia di una stagione vissuta di rincorsa e finita con il fiatone.
I sassolini nelle scarpe: Governo e stadi. Ma Percassi non è solo mercato e tattica. L'amministratore delegato ha sfruttato i microfoni per togliersi macigni dalle scarpe. Dalle stoccate a un Governo sordo e immobile sul tema infrastrutture («Veniamo costantemente ignorati dalle istituzioni... l'immobilismo è drammatico»), fino alla lucida difesa dei fondi d'investimento («Sostenere club di alto livello è un'impresa che merita rispetto»), il dirigente nerazzurro ha difeso il modello "provinciale" che ha stregato l'Europa. Un modello che, però, ha urgente bisogno di rinnovarsi per non appassire. Perché, come ricorda lui stesso, nel calcio moderno "ciò che è stato fatto ieri è già passato". E il domani dell'Atalanta, oggi, è più incerto che mai.
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Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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