Cinquantasette anni di Dea vissuti senza mai fermarsi. Le trasferte in tutta Italia e in Europa, i biglietti conservati come cimeli, gli adesivi attaccati fuori dagli stadi, la Curva Nord degli inizi, i Commandos, il Gruppo Ultras, la Fossa Nerazzurra e oggi il Gruppo Pensiunácc davanti ai cancelli di Zingonia ogni giovedì pomeriggio. Roberto Mauri è uno di quei tifosi che hanno vissuto la storia orobica sulla propria pelle. Oltre 550 trasferte, le lacrime per le retrocessioni, quelle per Dublino, una moglie conosciuta durante una trasferta a Varese e ancora oggi la stessa voglia di seguire la squadra ovunque. Anche domenica era tra i 219 sostenitori nerazzurri presenti a San Siro, pronto a festeggiare un’altra vittoria e a ritrovarsi, pochi giorni dopo, fuori dal centro sportivo per parlare ancora di questi colori con De Roon e compagni.
LA VITTORIA A SAN SIRO E IL MOMENTO DELLA SQUADRA
Roberto: 219 tifosi nerazzurri nel settore ospiti di San Siro. Lei era tra questi.
«Quest’anno ho fatto tutte trasferte a parte quella di Como – come riferisce in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –, comprese quelle europee. Da quando la squadra è in Europa la sola trasferta a cui sono mancato è stata quella in Grecia perché dovevo sottopormi a un intervento al ginocchio, ma finché la salute mi regge, sono sempre presente. Questa maglia è la mia passione».
Che sensazioni le ha lasciato la vittoria di San Siro?
«Domenica è andata veramente benissimo. Sul 3-0 abbiamo vissuto i dieci minuti finali con un po’ di paura, ma noi siamo vaccinati: non vinciamo mai senza soffrire. Potevamo anche fare il quarto gol, però va bene così. Eravamo tutti contenti. Qualcuno criticava perché la squadra aveva mollato nel finale, ma secondo me abbiamo giocato bene».
Hanno giocato bene i nerazzurri o ha giocato male il Milan?
«Il Milan ha giocato male, ma i nostri ragazzi hanno giocato benissimo fino a venti minuti dalla fine. Poi, purtroppo, l’infortunio a Scalvini ha compromesso tutto. È entrato Kossounou senza nemmeno fare riscaldamento e al primo scatto si è strappato. Lì abbiamo rivoluzionato un po’ tutto l’assetto della squadra e abbiamo sofferto parecchio nel finale. Abbiamo mancato il quarto gol e poi c’è stato il rigore provocato da de Roon. Non ho capito bene cosa sia successo, se l’ha toccato o meno. Però l’abbiamo portata a casa ed è andata bene così».
Vincere a San Siro ha un sapore particolare?
«Sì, soprattutto contro il Milan. Arrivare a Milano, in una grande città dove sia milanisti che interisti hanno sempre un po’ la puzza sotto il naso, e portare a casa il risultato pieno è una goduria».
IL RAPPORTO CON I GIOCATORI E LE ORIGINI DEL TIFO
Lei fa parte del Gruppo Pensiunácc. La vostra presenza a Zingonia ormai è diventata una costante.
«Sì, all’uscita dei giocatori. Nessuno deve mancare al saluto del giovedì, anche solo per scambiare due opinioni con questi ragazzi. Loro ci vogliono bene. Si fermano volentieri qualche istante con noi perché non siamo mai invadenti e non vogliamo nulla. Però ogni tanto gli tiriamo anche le orecchie».
Gliele avete tirate anche settimana scorsa, dopo le sconfitte con Cagliari e Genoa?
«Sì, però non li avevamo trovati particolarmente demoralizzati. Anzi, De Roon ci aveva detto di stare sereni e che con il Milan si sarebbero riscattati. C’era positività».
Ma lei da quanto tempo segue la squadra?
«Da 57 anni. Sono abbonato dal 1970, ma ho cominciato a seguire l'ambiente quando avevo 11 anni, nel 1968. Mio papà era tifoso e mi portava allo stadio con lui. Avevo uno zio che lavorava alla Sace e girava sulle navi. Aveva l’abbonamento e, quando non c’era, ce lo prestava. In quegli anni era possibile farlo».
Ricorda la prima partita che ha visto?
«Un match contro il Bologna, l’anno della retrocessione in Serie B. Avevo un plaid a scacchi nerazzurro e avevo chiesto a mia mamma di cucirmi sopra la scritta “Forza Atalanta”».
Andava in Curva?
«All’inizio in Sud, perché la Nord ancora non esisteva. Il primo gruppo di cui ho fatto parte erano i Commandos. Ero piccolo. Poi hanno costruito la Curva Nord e ci siamo spostati. Insieme ad altri ragazzi, ci siamo staccati dai Commandos e abbiamo costituito il gruppo Ultras. Avevamo uno striscione con un teschio e due frecce. L’avevo dato a mia mamma da cucire. Lei aveva ricamato la parola “Ultras”, ma si era rifiutata di cucire il teschio. Non voleva farlo perché diceva che era una cosa legata alla morte e a lei non piaceva, così alla fine il teschio l’avevamo cucito noi. Negli anni, poi, abbiamo creato anche un nuovo gruppo, la Fossa Nerazzurra. Avevamo anche fatto un giornalino. Però allora non era come oggi: si usava la carta carbone e si facevano le copie con la macchina da scrivere. Era tutto un altro mondo. Poi avevamo creato anche degli adesivi da portare in trasferta e attaccare in giro sui muri e uno l’avevo disegnato proprio io. È quello che ora troviamo disegnato in grande all’ingresso della Curva Pisani. Oggi invece abbiamo quelli del nostro Gruppo Pensiunácc con cui abbiamo tappezzato le città europee, compresi bar e stadio di Monaco. Anche ieri a Milano me ne ero portati alcuni da affiggere nel settore ospiti. È un modo per lasciare il segno, per far vedere che noi tifosi ci siamo stati. Poi siamo cresciuti e abbiamo lasciato spazio alle nuove leve. Nel frattempo mi sono anche sposato con un’atalantina che ho conosciuto proprio grazie alla squadra del mio cuore».
Ha conosciuto sua moglie grazie a questi colori?
«Eravamo in Serie B e durante una trasferta a Varese ho conosciuto questa ragazza, Antonella, che poi è diventata mia moglie. Era sul pullman organizzato da noi tifosi di Bergamo. Andava sempre allo stadio anche lei, insieme a suo zio. L’avevo già notata, ma ci siamo conosciuti in quell’occasione. Viene allo stadio ancora oggi e anche nostra figlia è tifosa. Ha fatto anche l’hostess nerazzurra. Praticamente, a casa nostra si parla sempre di questi colori».
LE EMOZIONI DELLE TRASFERTE: TRA LACRIME E GIOIE
Cinquantasette anni di passione, 57 anni di gioie e dolori?
«Circa 550 trasferte. Ho tenuto quasi tutti i biglietti, dalla prima volta in Europa con il Malines. L’avevo talmente consumato che l’avevo plastificato per conservarlo. All’inizio andavo con gli amici, poi mi sono agganciato al gruppo delle trasferte Chei de la Coriera. Ho vissuto tutte le emozioni possibili».
Per esempio?
«Ricordo, per esempio, la partita persa in casa col Vicenza, nella stagione 1972-73, che ci costò la retrocessione in Serie B. Fu inaspettata. Eravamo quasi salvi. Con due punti a vittoria, a tre giornate dalla fine avevamo cinque punti di vantaggio sulla zona retrocessione. Poi perdemmo due partite e arrivammo alla gara con il Vicenza, nostro avversario diretto, con due soli punti di vantaggio. Purtroppo perdemmo 0-1 per un’autorete di Vianello e retrocedemmo in B per la peggiore differenza reti. Quella volta ho pianto».
Ci sono state altre partite che l’hanno fatta piangere?
«Andare in Serie C fu davvero bruttissimo. Eravamo talmente delusi che quell’anno io e mia moglie non sottoscrivemmo nemmeno l’abbonamento. Però dopo due o tre partite ci abbiamo ripensato e ci siamo ripromessi di non restare più senza. In particolare, lei non sopportava di vedermi ogni domenica attaccato alla radiolina per seguire le partite. Non riuscivo a farne a meno. Andai anche in trasferta. Certo che ripensare oggi a quegli anni fa specie. Ormai siamo stabilmente in Serie A e questi sono diventati solo ricordi. Noi quei tempi duri ce li ricordiamo. Ai ragazzi di oggi, invece, basta un pareggio con la Fiorentina per essere delusi. Noi andavamo a Cremona ed eravamo contenti di portare a casa un pareggio. Tante volte lo dico loro. Sono cambiati i tempi. Loro, per fortuna, non hanno vissuto quei momenti, ma non bisogna comunque dare tutto per scontato, come se dovessimo andare ogni anno in Champions League».
Quindi non è deluso da questa stagione?
«La delusione più grossa è stato l’addio di Gasperini. Quello è stato veramente un colpo al cuore, ma non possiamo dire di essere delusi dai risultati sportivi. Dopo il difficile avvio con Juric, dove abbiamo anche rischiato di scivolare sul fondo della classifica, è arrivato Palladino e oggi siamo settimi. Non vedo perché esserne delusi. Anche con Gasperini c’è stato un anno in cui non siamo andati nelle Coppe. Può capitare, ma sono preoccupato».
IL POST GASPERINI E IL FUTURO CON PALLADINO
Per cosa?
«A me piacerebbe che la società desse fiducia a mister Palladino. Io vorrei vederlo prendere in mano la squadra fin dalla preparazione estiva, che potesse partire dall’inizio e non come quest’anno, che ha preso in mano le redini a metà stagione, non ha potuto fare nessuna richiesta e ha lavorato con quello che si è ritrovato. Se dovesse rimanere, dovrebbe poter scegliere i giocatori da tenere. Sicuramente bisognerà intervenire sulla rosa, quanto meno per una questione anagrafica. E solo a fine di quest’altra stagione potremo davvero giudicare il suo lavoro».
La preoccupa il fatto che bisognerà sostituire alcuni giocatori?
«Abbastanza. Anche perché oltre alle questioni anagrafiche, ci sono anche giocatori che non hanno reso secondo le aspettative. Detto questo, se all’inizio del campionato mi avessero detto che saremmo arrivati settimi dopo l’addio di Gasperini, probabilmente avrei firmato subito».
In che senso l’addio di Gasperini l’ha delusa?
«Dopo nove anni insieme, sembrava quasi impossibile immaginare una squadra senza di lui. Come Gruppo Pensiunácc avevamo anche organizzato una cena in sua compagnia. Sembrava dovesse restare. Probabilmente c’è stata un po’ di maretta con la dirigenza, magari non si sono trovati d’accordo su qualche giocatore da comprare o su certe scelte. Però la verità non si saprà mai davvero. Fatto sta che è andato via e per noi è stato un duro colpo».
Ha pianto per retrocessioni e delusioni. Per qualche vittoria mai?
«Sì, anche. A Dublino. Quando abbiamo vinto l’Europa League ci guardavamo e avevamo tutti gli occhi rossi. È stata un’emozione enorme. Altrettanto indescrivibile è stata l’emozione a Dortmund, nonostante la sconfitta per 3-2 con la doppietta di Ilicic. Sara anche perché era una delle prime grandi trasferte europee della società, ma fu un’emozione unica. La ricordo benissimo ancora oggi. Eppure alla fine avevamo perso».
Le partite con il Dortmund portano sempre emozioni.
«Anche quest’anno, soprattutto in casa, quando Krstovic si è procurato il rigore della vittoria, che ci ha lanciati negli ottavi di Champions League».
Krstovic ha portato a lungo i segni in fronte.
«Rappresenta l’anima di questo gruppo. Lui potrebbe anche restare un punto fermo della prossima annata. Poi è chiaro che, se dovesse andare via Scamacca, servirà anche un altro attaccante. Però il montenegrino quest’anno ha davvero dato tutto senza mai risparmiarsi. S’impegna sempre tantissimo. L’ha fatto anche domenica contro il Milan».
Ma se dovesse scegliere una trasferta su tutte che le è rimasta davvero dentro?
«Una vittoria a Napoli per 3-0 con doppietta di Caldara. Quella me la ricordo benissimo. Le vittorie a Napoli sono sempre state tra le più belle. Una volta abbiamo vinto grazie al salvataggio sulla linea di un nostro giocatore. Negli ultimi tre anni, però, quella campana è diventata una trasferta impossibile. Noi bergamaschi non possiamo più andarci. Sembra che non siamo particolarmente benvoluti. Peccato».
In questa stagione, però, non era andata bene e fu anche la prima di Palladino qui a Bergamo.
«Sì, abbiamo perso, ma io già da quella partita avevo intravisto qualcosa di buono. Poi le cose sono migliorate e abbiamo recuperato parecchie posizioni in classifica».
Secondo lei Palladino ha fatto la differenza soprattutto a livello mentale?
«Ha saputo caricare i giocatori. È un allenatore che sta loro molto vicino, che trasmette fiducia. Quasi più un amico di uno che impone qualcosa. Noi Pensiunácc diciamo sempre che forse li coccola perfino troppo, concedendo magari qualche giorno di riposo come premio in caso di vittoria. Con Gasperini il lunedì si tornava subito a lavorare per preparare la partita della settimana successiva, ma ognuno ha il suo metodo».
Secondo lei nel finale qualcosa non ha funzionato?
«Per me la squadra è arrivata troppo stanca. Hanno corso troppo per recuperare punti e posizioni perse all’inizio. È stata durissima. Io penso che più di così Palladino non potesse fare. Ha letteralmente risollevato la squadra. Eravamo a due punti dalla zona retrocessione: arrivare settimi sarebbe importante».
GLI ULTIMI APPUNTAMENTI E IL RUOLO DI DE ROON
La vittoria di San Siro è stata determinante in ottica del settimo posto?
«Sì, assolutamente. Ha messo il sigillo al settimo posto, anche se adesso, purtroppo, dobbiamo fare il tifo per l’Inter contro la Lazio nella finale di Coppa Italia. Ma non so se ci riuscirò. Il rischio è che ormai l’Inter, dopo la vittoria dello scudetto, stacchi la spina e non punti davvero alla vittoria del trofeo».
Lei che finale di stagione si aspetta?
«Mi aspetto di fare ancora qualche punto. E soprattutto che chi oggi pensa che Palladino non debba restare, magari si ricreda. Se dovesse fare bene anche queste ultime due partite, sarebbe giusto confermarlo».
Giovedì a Zingonia cosa dirà ai giocatori?
«Cercheremo di caricarli come sempre. Sicuramente faremo loro i complimenti per la vittoria di San Siro, ma magari tireremo le orecchie a de Roon e gli chiederemo di spiegarci bene quell’episodio del rigore. Lui ci parla sempre con estrema sincerità».
De Roon è il simbolo di questo gruppo?
«Da quando è arrivato è veramente il capitano in tutto, non solo in campo. È uno che tiene tantissimo ai tifosi. Ci sono giocatori che non sempre si fermano e lui, invece, chiede a tutti di farlo. È un vero capitano in tutti i sensi».
Oggi Roberto Mauri continua a vivere l'ambiente con lo stesso entusiasmo di quando, da ragazzino, entrava allo stadio con il plaid nerazzurro cucito dalla madre. Cambiano gli anni, cambiano i giocatori, cambiano perfino le categorie e le ambizioni, ma non cambia quel senso di appartenenza che ancora oggi lo porta a macinare chilometri per seguire la Dea e a presentarsi ogni giovedì a Zingonia insieme ai suoi amici del Gruppo Pensiunácc. Dalle trasferte in Serie B alle notti europee, passando per gli anni della Fossa Nerazzurra e gli adesivi lasciati in giro per l’Europa, la sua resta la storia di un tifo vissuto senza pause e senza calcoli.
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