Portofino fa da cornice a un momento di profonda riflessione per l'amministratore delegato del club bergamasco, Luca Percassi. Insignito del prestigioso 'Premio Nazionale Telenord – Gianni Di Marzio', il dirigente nerazzurro ha ripercorso le tappe di una carriera dirigenziale iniziata in giovanissima età, tracciando un bilancio lucido e analitico della prima stagione successiva alla lunghissima era tecnica precedente. Dalla difesa dell'operato societario fino all'incognita sul futuro di mister Palladino e del direttore sportivo D'Amico, le sue parole delineano i contorni di una società solida, ambiziosa, ma profondamente legata alle proprie radici. Non sono mancati, inoltre, affondi decisi verso l'immobilismo del Governo in tema di infrastrutture e uno sguardo attento al ruolo dei fondi d'investimento nel calcio moderno. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com:
Ricevere questo riconoscimento a Portofino è sicuramente il coronamento di un lungo percorso. Lei ha assunto il ruolo di amministratore delegato giovanissimo, guidando la società per ben 16 anni. Che emozione prova oggi guardandosi indietro?
«Personalmente si tratta di una giornata dal valore inestimabile. Ho assunto la carica di amministratore delegato a soli 29 anni, prendendomi una grandissima responsabilità. Questo premio è motivo di enorme orgoglio e certifica un lungo percorso di lavoro, dedizione e innumerevoli sacrifici. Io e mio padre siamo nati a Bergamo, abbiamo respirato l'aria di questo club fin dal settore giovanile e questa società ci ha insegnato moltissimo, umanamente e professionalmente. Siamo letteralmente i custodi di questa realtà, la curiamo come se fosse un figlio. Dedichiamo ventiquattro ore al giorno al nostro lavoro con l'unica, grande speranza di fare il bene del club. Finché la famiglia Percassi sarà al timone, garantisco che darò tutto me stesso in quella posizione. Il nostro compito prioritario è supportare costantemente l'allenatore, che ricopre un ruolo delicatissimo essendone il principale rappresentante sul campo».
Come giudica il bilancio di questa prima stagione sportiva post-Gasperini che si è chiusa con un prezioso settimo posto in classifica?
«Sapevamo perfettamente che avremmo incontrato delle fisiologiche difficoltà, era tutto ampiamente preventivato dopo un cambiamento così epocale. Tuttavia, devo sottolineare la grandissima intelligenza e maturità mostrate da tutto l'ambiente, a cui va il mio più sentito ringraziamento. La dirigenza ha saputo leggere e cogliere i momenti chiave dell'annata: alla luce di come eravamo partiti, aver raggiunto e blindato il settimo posto è senza dubbio un risultato di assoluto rilievo. Conosciamo benissimo le nostre ambizioni e non dimentichiamo che nelle stagioni passate avevamo raggiunto traguardi ancora più prestigiosi, ma posso assicurare che la nostra famiglia lavora incessantemente, ogni singolo giorno, per innalzare il livello di competitività di questa squadra. Il nostro unico obiettivo è agire per il bene della società».
Questo traguardo permetterà di aprire un nuovo e duraturo ciclo sotto la guida di Raffaele Palladino? Sarà ancora lui a sedere sulla vostra panchina la prossima stagione?
«Come prevede la nostra consolidata prassi aziendale, amiamo affrontare le tematiche legate alla programmazione tecnica esclusivamente al termine degli impegni sportivi. Discuteremo con il mister a bocce ferme, analizzando il percorso fatto, e valuteremo insieme se sussistono tutti i presupposti e le convergenze necessarie per proseguire questo cammino condiviso, nel pieno rispetto della filosofia storica della nostra società».
Nonostante le corazzate economiche, il vostro modello sostenibile continua a infastidire le grandi potenze del campionato. È questa la via maestra per competere ad alti livelli?
«Per le sue dimensioni oggettive, la nostra è una società di fascia media. Eppure, grazie alla cultura del lavoro, alle intuizioni sul mercato e a una passione viscerale che accomuna ogni nostro dipendente, siamo riusciti a ottenere risultati sportivi clamorosi mantenendo al contempo una rigorosa sostenibilità finanziaria. È un abbinamento più unico che raro nel panorama attuale e ne andiamo profondamente fieri. Tuttavia, siamo altrettanto consapevoli che il calcio moderno viaggia a velocità siderali: ciò che è stato fatto ieri è già passato. Il nostro dovere è mantenere il focus assoluto sul presente per costruire un futuro altrettanto luminoso, portando avanti progetti strutturali come l'ampliamento della New Balance Arena per garantire una squadra sempre più ambiziosa e competitiva».
Per coronare la rincorsa europea, mercoledì sera sarete costretti a tifare Inter nella finale di Coppa Italia. Come vivrete questa attesa?
«Purtroppo l'accesso diretto alle competizioni continentali non è un fattore che dipende esclusivamente dai nostri risultati sportivi. Assisteremo con attenzione alla partita di mercoledì e vedremo quale sarà il verdetto del campo. Aver comunque raggiunto e blindato aritmeticamente la settima piazza, in attesa degli ultimi verdetti, resta un risultato fondamentale e preziosissimo per la nostra annata».
Si rincorrono con insistenza le voci di un possibile avvicendamento alla direzione tecnica. Quale sarà il futuro di Tony D'Amico?
«In questi lunghi anni ho avuto il grande privilegio di collaborare quotidianamente con direttori sportivi di altissimo profilo. Considero D'Amico un grandissimo professionista, con lui c'è un rapporto di stima profonda e in queste ore stiamo portando avanti delle serene riflessioni congiunte. Qualora le nostre strade dovessero separarsi, la società si farà trovare prontissima con un sostituto di assoluta e pari caratura. Se dovesse uscire, non potrò fare altro che ringraziarlo infinitamente per il lavoro straordinario svolto: è un dirigente preparatissimo che approderà certamente in qualche altra squadra per fare benissimo. Sotto la sua gestione, in quattro stagioni, abbiamo collezionato un quinto, un quarto, un terzo e un settimo posto. L'intero mondo Atalanta gli è profondamente grato».
Manca la proverbiale ciliegina sulla torta, come la vittoria di uno Scudetto, per certificare in modo definitivo il vostro capolavoro dirigenziale a Bergamo?
«Vorrei essere molto chiaro su questo punto: di "scudetti" noi ne abbiamo già vinti tantissimi, e mi riferisco alle innumerevoli e storiche qualificazioni alle coppe europee che abbiamo saputo conquistare sul campo. Lo slogan storico di mio padre era: "Speriamo di riuscire a salvarci per dieci anni di fila". Noi siamo andati ben oltre le più rosee aspettative. Conosciamo il peso della responsabilità, ma nel calcio si vive esclusivamente dell'oggi. Se allarghiamo lo sguardo al sistema generale, provo un sincero dispiacere nel vedere la Nazionale italiana impossibilitata a partecipare al prossimo Mondiale, un torneo peraltro costruito in modo assai discutibile dalla FIFA. Eppure, resto ottimista per il nostro movimento: nelle recenti finali giovanili ho ammirato tantissimo talento. Il modello virtuoso è quello spagnolo, che dimostra come il sistema delle seconde squadre permetta ai giovani di affrontare uno step formativo fondamentale, altrimenti troppo brusco. La vera, gravissima lacuna in Italia è la totale assenza di tutela da parte del Governo nei confronti dell'intero sistema calcio. Veniamo costantemente ignorati dalle istituzioni. Certo, abbiamo anche le nostre colpe, ma l'immobilismo infrastrutturale è drammatico: ho avuto la fortuna di viaggiare in Europa, visitando città forse meno affascinanti delle nostre, ma dotate di impianti sportivi magnifici. In Italia, al contrario, abbiamo luoghi meravigliosi, ma quando arrivi negli stadi, purtroppo, lo scenario è Spesso pessimo».
Infine, un pensiero sulla sempre più massiccia ingerenza dei fondi d'investimento nel tessuto del calcio italiano. È una deriva pericolosa o un'opportunità di crescita?
«Non la definirei affatto una deriva, è semplicemente la fotografia esatta dell'attuale economia globale. I fondi d'investimento non operano esclusivamente nel mondo del calcio. Vivendo a Bergamo e ascoltando quotidianamente il polso della città, posso dire che, di base, non bisogna commettere l'errore di far scappare questi capitali. La famiglia Pagliuca ci ha corteggiato a lungo; inizialmente mio padre nutriva delle forti riserve, ma io ho insistito parecchio per chiudere l'accordo e credo sia stata la scelta giusta. Oggi sono convinto che i fondi stiano svolgendo un ottimo lavoro, perché sostenere finanziariamente club di alto livello è un'impresa che merita assoluto rispetto. Detto questo, il calcio vive di dinamiche uniche: i fondi non rappresentano un male, bensì un bene, ma è altrettanto essenziale aiutare a far sì che la presenza e la garanzia delle storiche famiglie non venga mai a mancare».
Un intervento a tutto campo che sancisce la solidità e la lucidità della visione dirigenziale di Percassi. Tra orgoglio per il percorso compiuto, programmazione in vista delle sfide future e stoccate chirurgiche alle inefficienze del sistema calcistico e politico nazionale, il messaggio che trapela è limpido: la società bergamasca continua a pensare in grande, rimanendo incrollabilmente fedele alla propria inconfondibile identità.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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