L'Atalanta sbanca la Scala del Calcio e mette in cassaforte il vitale passaporto europeo, coronando un inseguimento al settimo posto lungo ben venti giornate. Il clamoroso 3-2 inflitto al Milan fotografa perfettamente la folle bellezza di questa imprevedibile volata finale: una sinfonia sportiva perfetta e inebriante per oltre un'ora, seguita da un fisiologico ma pericolosissimo calo di tensione nei minuti conclusivi.
IL DOMINIO INIZIALE E LA RESA ROSSONERA - L'approccio dei ragazzi guidati da Raffaele Palladino è stato a dir poco devastante. Per sessanta minuti la squadra ha sfoggiato una brillantezza tattica e una ferocia agonistica che sembravano smarrite nelle due uscite precedenti. Di fronte, però, c'era un avversario totalmente allo sbando. La compagine affidata a Massimiliano Allegri si è trascinata per il campo con la flemma di dieci pedine rassegnate, incapaci di contrastare il palleggio ospite. La netta supremazia orobica è sfociata in un secco e meritato triplo vantaggio, impreziosito dalle ottime performance in mezzo al campo di Ederson e dalle scorribande offensive di Davide Zappacosta e Giacomo Raspadori.
LA SINTESI DEL DIAVOLO E IL PARADOSSO JURIC - Bisogna inevitabilmente interrogarsi sul reale peso specifico di questo successo. – come analizza Pietro Serina sulle colonne del Corriere di Bergamo – la formazione milanese attuale è solo la sbiadita controfigura di una vera big. Le fredde statistiche emettono una sentenza impietosa: un solo punto racimolato nelle ultime quattro apparizioni e appena tredici lunghezze conquistate in undici gare. Un ruolino di marcia disastroso che, se si volta lo sguardo al recente passato nerazzurro, era costato il prematuro esonero a Ivan Juric lo scorso ottobre. La trasferta meneghina si è rivelata, nei fatti, una ghiotta e imperdibile occasione piuttosto che un'impresa titanica contro una corazzata.
L'ILLUSIONE DELLA GOLEADA E IL RISVEGLIO FRANCESE - Il copione del match sembrava ormai sigillato, certificato persino dal clamoroso svuotamento anticipato della curva di casa. Eppure, nel silenzio irreale dell'impianto, i padroni di casa si sono svegliati all'improvviso, scossi dall'ingresso dirompente di Christopher Nkunku. L'attaccante ha letteralmente stravolto l'inerzia della contesa, colpendo un legno, vedendosi annullare una rete e propiziando la fiammata finale che ha portato alla marcatura di Strahinja Pavlovic ad un sospiro dal novantesimo. Soltanto i tre interventi miracolosi e provvidenziali di Marco Carnesecchi hanno evitato una rimonta che avrebbe avuto del clamoroso, in una gara chiusa dai locali con ben venti tiri totali verso lo specchio.
LA GESTIONE DELLE ENERGIE E L'ADRENALINA DI MERCATO - L'inaspettato blackout atalantino nell'ultimo terzo di gara impone lucide riflessioni. Alla naturale flessione fisica sul largo vantaggio, si sono sommate le pesantissime uscite per infortunio di Giorgio Scalvini e Odilon Kossounou, costringendo la panchina a rivoluzionare un assetto difensivo fino a quel momento impeccabile. Sull'altalena emozionale della squadra potrebbero inoltre aver influito le crescenti pressioni esterne: i recenti sussurri di mercato legati al futuro del direttore sportivo Tony D'Amico e all'ombra dell'ex juventino Cristiano Giuntoli hanno indubbiamente iniettato nel gruppo un mix esplosivo di adrenalina e tensione emotiva da gestire con estrema cura.
La sbornia per il trionfo a San Siro è comunque del tutto giustificata: i tre punti valgono una stagione intera e regalano alla tifoseria la certezza di poter festeggiare a dovere l'Europa nell'incanto della New Balance Arena, pronta a celebrare l'ennesima straordinaria avventura del suo orgoglioso popolo.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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