Cinquanta anni di solidarietà, oltre 3,3 milioni di euro raccolti e restituiti al territorio e una rete costruita nel tempo attorno allo sport e a Bergamo. Giovanni Licini, ideatore, fondatore, anima e animatore dell’Accademia dello Sport per la Solidarietà, si prepara a vivere un’edizione speciale del torneo che dal 20 maggio al 5 giugno tornerà ad animare la Cittadella dello Sport di via Gleno, prima della serata di Gala del 12 giugno alla Fiera di Bergamo. Negli anni attorno all’Accademia si sono ritrovati campioni, dirigenti, imprenditori, tifosi e volontari, tutti accomunati dalla stessa idea: utilizzare lo sport per aiutare concretamente il territorio e le persone più fragili. Un percorso nel quale anche l'ambiente calcistico nerazzurro ha avuto un ruolo importante, a partire dalla vicinanza della famiglia Percassi fino alla presenza di ex giocatori e dirigenti che hanno sostenuto l’associazione lungo il suo cammino. L’edizione 2026, tra l’altro, porterà con sé anche diverse novità: un torneo internazionale maschile e una giornata interamente dedicata ai bambini con la festa del tennis e i tornei Under 12. E soprattutto la grande sfida solidale per sostenere la lotta contro i tumori attraverso strumentazioni sempre più sofisticate per la digital pathology.

MEZZO SECOLO DI SOLIDARIETÀ E L'IMPEGNO PER BERGAMO

Giovanni, cosa l’emoziona ancora oggi, dopo cinquant’anni, quando parte una nuova edizione?
«Non c’è neppure il tempo di pensarci davvero – come riferisce in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. L’emozione viene assopita dal lavoro. Quando lunedì sono salito sul palco per la presentazione del torneo, mi tremavano le gambe, le mani, le braccia, la testa. Tutto. Tagliare il traguardo dei cinquant’anni non è roba da tutti e non è nemmeno semplice. Il prefetto di Bergamo ha detto che siamo un esempio per l’Italia intera per quello che abbiamo fatto e che stiamo facendo e questa è una soddisfazione enorme».

Il segreto qual è?
«Non esiste. Non c’è una formula magica, un’alchimia unica. Tutto sta nelle motivazioni e Bergamo, in fatto di solidarietà, è un territorio che non è secondo a nessuno. Basta vedere cosa succede ogni volta che c’è bisogno: dal terremoto del Friuli, dove furono i primi ad arrivare, a quello di Amatrice, i bergamaschi ci sono sempre stati. Quando c’è da aiutare, Bergamo risponde sempre presente. Noi, come Accademia dello Sport, cerchiamo di dare una mano soprattutto alle persone fragili, ai malati, ai disabili. Questa è sempre stata la nostra priorità. Il calcio al tumore è solo il nostro ultimo tassello e ci crediamo fortemente perché chi viene colpito da questa malattia ha bisogno di velocità, precisione e professionalità. Se la sanità riesce a intervenire rapidamente aumentano le possibilità di salvare vite, mentre quando i tempi si allungano purtroppo diventa tutto più difficile. Per questo abbiamo scelto di concentrarci su quest'obiettivo».

Cinquant’anni rappresentano un traguardo enorme. Cosa vi ha permesso di arrivare fin qui?
«La trasparenza, la nostra correttezza. Cinquant’anni sono una vita intera e se non hai credibilità non puoi durare così a lungo. Io credo che la nostra bandiera sia sempre stata l’onestà e la trasparenza verso tutti. E poi ho una famiglia dietro che mi supporta e sopporta sempre perché quando fai questo tipo di attività non ci sono orari e non si può garantire una presenza quotidiana continua».

Oggi forse fare solidarietà è anche più difficile rispetto al passato, perché c’è più diffidenza.
«Durante il Covid abbiamo raccolto circa 1,3 milioni di euro. Mandavamo il resoconto di tutto ciò che spendevamo a tutti coloro che ci donavano i soldi, che si trattasse di 10 euro o 100.000. Questo è stato il valore aggiunto del nostro operato: creare e avere la fiducia della gente che ci ha sostenuti».

Il vostro torneo negli anni è diventato molto più di un evento sportivo. Oggi cosa rappresenta davvero per Bergamo e per il territorio?
«Una speranza per tante persone».

Lei parla spesso di fare squadra. È un concetto che oggi manca nella società oppure a Bergamo è ancora possibile?
«Fare squadra significa tante cose, in primis coinvolgere le persone e per farlo bisogna ascoltarle e poi decidere. In democrazia vince la maggioranza, ma ci vuole sempre qualcuno che guidi. Il volontariato ha aspetti positivi e negativi. Da una parte deve esserci la spontaneità del donare, dall’altra anche la responsabilità di esserci quando serve. Sono due cose semplici da dire, ma non da fare. Non è sufficiente dare la propria disponibilità solo quando si può, nei ritagli di tempo. Ci sono situazioni in cui bisogna esserci comunque, per portare a fondo gli impegni presi. Non è facile. Oggi si va in pensione più tardi e non è più scontato trovare poi le forze per continuare a dare il proprio contributo a favore degli altri. Inoltre, economicamente, le famiglie fanno più fatica. Spesso devono lavorare entrambi i genitori e, quando ci sono figli, serve l’aiuto dei nonni o comunque di qualcuno vicino. Per questo diventa sempre più difficile trovare volontari che abbiano davvero tempo da dedicare. Uno può dare la disponibilità di qualche ora. Va bene, serve anche quella, ma non basta per mandare avanti un’organizzazione. Io ho la fortuna di avere accanto persone responsabili e questo non è facile. Le associazioni che hanno un presente e soprattutto un futuro sono quelle che riescono a coinvolgere le persone con impegno e senso di responsabilità».

Attorno all’Accademia dello Sport per la Solidarietà si ritrovano ex calciatori, dirigenti, imprenditori, volontari e tifosi. Come si costruisce negli anni una rete umana così forte?
«Ho accanto a me persone che sono stati miei collaboratori per tanti anni. Vuol dire che evidentemente ho seminato bene. Se ancora oggi sono vicini a me, probabilmente è perché ho sempre cercato di creare coesione, collaborazione e rispetto».

LA PASSIONE NERAZZURRA E I GRANDI CAMPIONI

La sua fede calcistica per i colori nerazzurri, invece, come nasce?
«Sono un tifoso da sempre. Quando ero piccolo, facevo catechismo. Andavo all’oratorio di Sant’Antonio, che era abbastanza vicino allo stadio. Con i miei amici, facendo finta di andare in bagno, scappavamo a vedere la partita. Non avevamo i biglietti. Ci mettevamo a fianco di qualche persona adulta. Il responsabile del settore la faceva passare e noi entravamo insieme senza pagare il biglietto. Erano gli anni Sessanta, l’epoca del centravanti Nova. Ricordo ancora il suo stacco di testa imperioso che ci faceva impazzire. Da lì sono diventato un fedelissimo. Poi l’epoca di Gasperini, di cui sono amico da anni, è stata l’apice di un sogno che noi bergamaschi non avremmo mai pensato di vivere. Quando, in passato, vedevamo la squadra salvarsi in Serie A era già una festa. Ritrovarsi a giocare la Champions League e a essere nell’élite del calcio europeo è stata un’emozione unica e non nascondo che al primo inno della Champions in casa ho anche pianto».

Gasperini partecipava anche al suo torneo. Ci sarà anche quest’anno?
«Sì, assolutamente. Gasperini e il suo vice Gritti ci saranno un paio di giorni a onorare il nostro torneo e a sostenere il nostro operato per le fragilità del territorio. L’ex tecnico ha sposato davvero la nostra causa. L’anno scorso, quando ha vinto il Premio Nazionale Enzo Bearzot a Roma, mi telefonò per dirmi che avrebbe ritirato l’attestato, mentre il contributo finanziario l’avrebbe donato a noi. È sempre stato al nostro fianco. Faceva le bottiglie dei gol più belli della squadra con Mastrovito e i soldi incassati sono serviti per completare i nostri progetti sul territorio. Gasperini, indirettamente, è stato uno dei nostri volontari per la solidarietà».

Negli anni ha conosciuto tantissimi campioni. C’è qualcuno che l’ha sorpresa particolarmente per semplicità o sensibilità fuori dal campo?
«Ce ne sono stati tanti. Ricordo per esempio Oscar Damiani. Quando era all’apice come procuratore e lavorava tantissimo all’estero, durante una semifinale del nostro torneo, si trovava in Spagna e prese addirittura un aereo privato pur di essere presente. Sono gesti che non dimentichi. Ma in tanti ci sono sempre stati accanto, come Daniele Fortunato e Massimo Carrera. Uno dei primi era stato Facchetti. Quando era ancora capitano dell’Inter e giocatore della Nazionale partecipò al torneo. Con lui c’era Angelo Domenghini, che era di Lallio, dove giocavamo. Siamo partiti da lì e posso dire che abbiamo avuto due fortune: grazie al tennis abbiamo raccolto 3,3 milioni di euro, mentre il calcio e la compagine nerazzurra hanno dato il valore aggiunto e visibilità al torneo con la partecipazione di grandi campioni dello sport».

L'ambiente societario, quindi, contribuisce a rafforzare il senso di appartenenza e a conservare una dimensione autentica fatta di relazioni e valori?
«Assolutamente, e la famiglia Percassi è sempre stata vicina alla nostra associazione per aiutare il territorio, sia Antonio che Luca Percassi. Del resto, la squadra oggi rappresenta tantissimo per Bergamo e non solo dal punto di vista sportivo: rafforza il senso di appartenenza, l’identità e anche la voglia di stare uniti nei momenti difficili».

IL TORNEO E LE RIFLESSIONI SUL FINALE DI STAGIONE

Nell’edizione di quest’anno ci saranno novità particolari?
«Ci sarà un torneo maschile di fascia internazionale. Il presidente della Federazione di tennis e padel, Angelo Binaghi, ci manderà alcuni tra i migliori giocatori di tennis a livello internazionale per questo evento che si terrà dal 23 al 30 maggio, con un montepremi importante in palio da 15.000 euro. Chi non sarà impegnato a Parigi al Roland Garros verrà da noi a giocare e quindi, oltre agli amatori, vedremo in campo anche tennisti di alto livello. Tengo molto anche alla giornata del 23 maggio, che sarà dedicata completamente ai bambini. Sarà la festa del tennis con 100 bambini e i loro maestri. Ci saranno anche un Torneo Under 12 maschile e femminile per dare ai più piccoli la possibilità di essere presenti al nostro evento sportivo».

Anche lei gioca? È uno sportivo?
«Ho sempre giocato a tennis e continuo a farlo tutt’oggi. Giocavo anche a calcio in passato, seppur con poca tecnica. Ai tempi, partecipavo a tornei notturni a livello amatoriale con Giorgio Magnacavallo, che era il punto di forza della nostra squadra. Non mollava mai».

E segue ancora i ragazzi sul campo?
«Sempre e, se posso, vado allo stadio. Tre mesi fa dicevo che secondo me l’ambizione si sarebbe fermata alla Conference League e non sono stato smentito dai fatti. Per com'era partita la stagione e per come poi la squadra è riuscita a rialzarsi e a riavvicinarsi alle zone alte, penso che più della Conference fosse difficile fare».

Quindi nessuna delusione?
«Bisogna guardare alla realtà delle cose. Questa squadra va sicuramente rinnovata. Ci sono giocatori che hanno dato tantissimo dal punto di vista agonistico e oggi, anche per ragioni d’età, fanno più fatica. Quando vedi de Roon che fatica a tenere i novanta minuti e che, quando viene schierato in difesa, per ragioni anagrafiche non riesce più a seguire certe punte veloci come faceva una volta, capisci che la rosa va rinnovata in diversi reparti. Ma è normale, fa parte del ciclo. Questo è il compito della dirigenza e credo si stia già muovendo. Oggi, per restare a certi livelli, devi continuamente aggiornarti e riorganizzarti, sia dal punto di vista tecnico che societario. Se si vuole tornare ai livelli più alti degli ultimi anni c’è tanto lavoro da fare».

Ma la nostra dimensione è questa o quella del passato più recente?
«Dipende da cosa vorranno fare le famiglie Percassi e Pagliuca. Noi tifosi, ormai, ci siamo abituati a vivere stagioni come quelle degli ultimi sei o sette anni e vorremmo fosse sempre così, ma tutto dipende anche dall’ambizione e dagli investimenti che la proprietà americana deciderà di fare per mantenere certi livelli sportivi».

Che cosa si aspetta invece da questo finale di stagione e dalle ultime due partite?
«Le squadre di vertice, a parte l’Inter e per motivazioni diverse, stanno un po’ tutte rallentando. La Roma, invece, ha ancora quello sprint in più perché sta inseguendo un traguardo che per loro oggi è quasi un sogno. Milan e Napoli sono in difficoltà. Secondo me soltanto l’Inter ha davvero qualcosa in più rispetto alle altre. La vittoria del Bologna a Napoli, poi, è stata inaspettata. Domenica i rossoblù verranno a Bergamo. Il giudizio sulla nostra stagione passa inevitabilmente da questa sfida casalinga, che non va persa nel modo più assoluto, anche per una questione di prestigio. A Milano, pur contro un Milan incerottato, abbiamo giocato bene e pressato tantissimo. Quando abbiamo avuto le occasioni, li abbiamo trafitti. Spero soltanto che contro il Bologna si riesca a mettere in campo una buona difesa perché abbiamo alcune assenze pesanti, tra infortunati e la squalifica di Hien. Speriamo di non dover schierare de Roon in difesa, altrimenti perdiamo qualcosa in mezzo al campo e rischiamo di penalizzarci ulteriormente. Mi auguro che Ahanor recuperi e possa essere disponibile. Io, comunque, per la partita con il Bologna sono ottimista».

Nelle parole di Giovanni Licini convivono l’orgoglio di un bergamasco, la passione per il calcio e la concretezza di chi per cinquant’anni ha trasformato lo sport in qualcosa che andasse oltre il campo. Attorno all’Accademia dello Sport per la Solidarietà, infatti, non è cresciuto soltanto un torneo, ma una vera rete umana fatta di relazioni, fiducia e senso di appartenenza a favore delle fragilità del territorio. E forse è proprio questo il traguardo più grande raggiunto da Licini: essere riuscito a creare, attraverso il tennis, il calcio e la solidarietà, un pezzo di Bergamo che continua ancora oggi a fare squadra.

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Sezione: Esclusive TA / Data: Mer 13 maggio 2026 alle 00:00
Autore: Claudia Esposito
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