Quando parla di Atalanta, Pier Carlo Capozzi non ragiona soltanto sulla partita della settimana o sul risultato del momento. Storico giornalista de L'Eco di Bergamo e già ventennale corrispondente bergamasco per Il Giornale diretto da Indro Montanelli, Capozzi appartiene a quella scuola di cronisti capaci d'intrecciare memoria, calcio, costume e territorio. Una figura profondamente stimata nel panorama giornalistico orobico e non solo, forte di una cultura sportiva vastissima e di decenni trascorsi a seguire da vicino l'universo nerazzurro. Nel suo bilancio convivono critica, esperienza e il disincanto di chi conosce bene il peso della memoria e la misura delle cose. Perché il finale lascia amarezza, ma non cancella la consapevolezza di quanto l'Atalanta sia cambiata rispetto agli anni delle trasferte a Rho o Sant'Angelo Lodigiano. E forse proprio per questo, al di là delle delusioni e delle discussioni sul futuro, una nuova qualificazione europea non può mai essere considerata normale.
Pier Carlo, a una settimana dalla fine del campionato e con una Conference già in tasca, che voto daresti alla stagione dell'Atalanta?
«Darei un sei e mezzo, tenendo conto di com'è iniziata e della situazione in cui ci siamo trovati. Palladino ha ragione quando dice che gli sarebbe piaciuto avere un'Atalanta a sua immagine e somiglianza, con giocatori scelti da lui. A mio parere il suo percorso è stato comunque buono, perché ha risollevato le sorti dell'Atalanta e l'ha portata in una competizione europea di cui possiamo essere solo contenti».
Ma sei deluso?
«Lo sono dell'ultima parte del campionato, dove non ho visto quella grinta che avrebbe dovuto avere l'Atalanta e a cui ci aveva abituati».
L'inizio di stagione è stato determinante sul prosieguo del campionato?
«Certo. Juric è una bravissima persona. Il suo vero problema è stato il rapporto con alcuni giocatori. Iniziare con questo handicap non ha aiutato e non ha favorito la stagione. Palladino l'ha raddrizzata, ma ci siamo persi nelle ultime partite, che solitamente erano il periodo in cui, negli ultimi anni, l'Atalanta faceva meglio. Non so dire se sia stato un problema di condizione fisica o di testa dei giocatori, magari di qualcuno che vuole andare via o che è destinato ad altri mercati. Di certo tutte le notizie sull'arrivo del direttore sportivo — che chiaramente possono essere l'anticipo di un probabile cambio di allenatore — hanno creato disturbo».
Il mister ha più volte dichiarato che, dopo la grande rincorsa, la squadra è arrivata scarica al finale di stagione.
«Se così fosse, però, la responsabilità sarebbe sua. Lui è l'allenatore, il responsabile di tutta la "baracca", preparatori atletici compresi. Secondo me non ha gestito benissimo la fase finale di stagione: le ultime partite e anche qualche scelta precedente».
Quale per esempio?
«A me la gestione di Scamacca lascia parecchi dubbi. Ha segnato due gol a Cagliari e poi è sparito dai radar. Questo senza nulla togliere a Krstovic, che ha disputato un campionato migliore di quello che ci saremmo potuti aspettare, ma fa specie che Scamacca non venga impiegato, nemmeno contro il Bologna. Anche i cambi, nonostante il fatto che la partita non contasse molto in ottica classifica, non mi sono sembrati brillantissimi. Ho qualche dubbio su tutta questa gente di piede sinistro messa sulla fascia destra. Ricordo lo Scamacca di Gasperini: anche con lui aveva attraversato periodi difficili, però era riuscito a tirare fuori quello che può esprimere davvero. Scamacca ha una facilità tecnica e di palleggio, senza contare la sua abilità realizzativa, che hanno in pochi».
Non a caso è il centravanti della Nazionale.
«Se non lo fai mai giocare, però, non resta più il centravanti della Nazionale. Secondo me andavano fatte scelte diverse. Invece ha giocato poco, nonostante in quel poco qualche bella risposta l'abbia anche data».
Credi che l'eliminazione dalla Coppa Italia abbia influito sul finale di stagione?
«Sicuramente. La semifinale con la Lazio era stata caricata di troppe aspettative. Dentro quelle aspettative c'era un po' di tutto, a partire dalla voglia di rivincita per la finale del 2019, che la Lazio ci rubò con il fallo di mano di Bastos non punito. Se poi ci aggiungiamo che quella fosse la strada più facile per entrare in Europa League, capiamo subito quanto fossero alte queste aspettative. Fermo restando che la finale con l'Inter era segnata e non ce l'avremmo fatta comunque».
Aspettative di chi?
«L'allenatore, come sempre, ha cercato di stimolare i propri giocatori, ma tutto l'ambiente aveva caricato troppo quella partita e, nel momento in cui è andata male, la squadra ne ha risentito anche mentalmente. Per di più è stata persa male. Avremmo dovuto e potuto chiudere la pratica all'andata. In quel momento la Lazio era allo sbando, mentre poi si è rinfrancata. Questo è anche il prezzo da pagare quando passa un mese tra la gara di andata e di ritorno, ma all'Olimpico, contro quella Lazio, in un brutto periodo, bisognava chiudere subito la pratica».
Quali sono stati i limiti della squadra in questa stagione?
«Sicuramente nell'ultimo periodo sono mancate precisione nei passaggi, intensità e la vera voglia di contrastare l'avversario. Una squadra che si prefigge degli obiettivi deve entrare in campo con il coltello tra i denti, qualunque sia il traguardo da raggiungere. Nelle ultime partite non si è visto. Però non parlerei di tutta la stagione in questi termini. C'è stato un primo periodo con un approccio sbagliato, con un altro allenatore, quindi una bellissima ripresa e una grande rincorsa nella parte centrale del campionato, prima della mancanza di benzina nel finale».
Quando è stato esonerato Juric, i giocatori hanno avuto una sorta di alibi: la colpa era dell'allenatore. Poi è arrivato Palladino. La colpa di questo finale di stagione è solo sua?
«Direi di no. Al di là del fatto che tatticamente ci siano cose da rivedere, Palladino sul piano umano è stato bravissimo. Lo si è capito anche dalle parole di Carnesecchi e l'avevamo visto anche a Firenze. Quando con l'Atalanta ha affrontato la Fiorentina da avversario è andato ad abbracciare uno a uno i suoi ex giocatori e tutti hanno ricambiato. Aveva lasciato un bellissimo ricordo, forse anche tecnico, ma soprattutto umano. Questo gli va riconosciuto. L'errore è stato cercare cloni o allievi di Gasperini. Juric viene definito un suo discepolo, così come altri, ma sono paragoni che lasciano il tempo che trovano. L'ex tecnico nerazzurro è unico. A Roma non lo volevano e la piazza ha cambiato presto idea. Lui ha fatto il suo lavoro: ha giocato tutta la prima parte di campionato praticamente senza un attaccante vero. Poi è arrivato Malen e gli ha risolto almeno in parte alcuni problemi, ma in mezzo a tantissime difficoltà di formazione ha comunque portato la Roma in Champions. Uno così non ha discepoli».
A Roma a gennaio è arrivato Malen. A Bergamo è andato via Lookman ed è arrivato Raspadori. L'assenza ha pesato troppo?
«Lookman voleva andarsene da due anni e alla fine c'è riuscito. Resterà per sempre nei nostri ricordi soprattutto per i tre gol di Dublino, ma era giusto cederlo senza andare contro la sua volontà. Raspadori, però, non ha per niente le caratteristiche del nigeriano e, al di là del grosso sacrificio economico fatto dalla società, da lui ci aspettavamo molto di più».
Però ha giocato anche poco.
«È stato impiegato poco, ma soprattutto ha inciso poco, a parte la partita col Milan».
Ora, tra tanti cambiamenti, Raspadori è uno da cui ripartire?
«Dipenderà da lui, ma se pensa di ripartire con lo spirito visto con il Bologna, allora meglio lasciar perdere. Se invece riparte da quello che aveva mostrato contro il Milan, allora ci siamo. Probabilmente anche lui ha bisogno di fiducia, ma in un attacco con De Ketelaere, Scamacca e Krstovic diventa difficile trovargli un posto fisso. Cdk ci aveva abituati bene. Quest'anno gli sono mancati continuità di prestazioni e gol, ma anche in un brutto finale di campionato le giocate più illuminanti sono sempre state le sue. La società ha fatto un grosso sacrificio economico per Raspadori, ma il giocatore che conoscevamo non è questo».
Le parole di Palladino fanno pensare a un addio?
«Ho paura di sì. Secondo me gira tutto intorno a Giuntoli. Di solito si porta appresso un allenatore con cui ha feeling. Lo farebbe anche nel caso di arrivo a Bergamo e le piste potrebbero portare a Thiago Motta oppure a Italiano. Davanti a una situazione del genere, però, conta soprattutto un'altra cosa, più ancora dei nomi. È fondamentale che ci sia sintonia tra direttore sportivo e allenatore. Se non è d'accordo con Palladino o hai idee diverse, tenerli insieme per forza diventerebbe controproducente per la società. Io non so quanto sia giusto che un direttore sportivo si porti sempre il suo allenatore. Non vorrei che si ricadesse nello stesso errore fatto con Tony D'Amico e Juric. Però, al di là dei nomi, ripeto: la cosa davvero importante è che ci sia sintonia tra direzione tecnica e panchina».
Hai la sensazione che Palladino sia stato scaricato in questo finale di stagione?
«La questione del cambio di direttore tecnico ha inciso. In quel momento sono state fatte scelte diverse: si è deciso di lasciar andare D'Amico e di prendere una persona che, dopo il fallimento alla Juventus, ha grande voglia di rivincita, e da lì in poi il rapporto con D'Amico potrebbe concludersi e Giuntoli resta uno dei nomi caldi dell'estate nerazzurra. Palladino mi piace molto come persona, però non posso fargli sconti per questo finale di stagione. Se la squadra arriva scarica, con chi me la devo prendere? E poi alcuni cambi durante le partite non mi hanno convinto. Io credo che ci vorrà ancora un po' di tempo prima che a Bergamo ci si dimentichi di Gasperini. Sapeva leggere la partita in modo impressionante. Mi ricordava Mondonico. Raramente ho conosciuto allenatori capaci di leggere la gara con quella velocità e di capire subito quali cambi fare. Gasperini, da questo punto di vista, me lo ricordava tantissimo. Un mio amico la chiama "scintilla": quella capacità d'intervenire immediatamente. È la velocità di pensiero che hanno i fuoriclasse anche in panchina ed è merce rarissima. Quest'anno Gasperini non c'era più e siamo partiti subito male. Palladino è stato bravo a recuperare e a portare la squadra fino al settimo posto. A me ha fatto impazzire lo striscione di ieri con scritto "Schefe de negot. Figurèt de la Conference". Noi bergamaschi siamo troppo geniali».
Quindi ben venga la Conference?
«C'è chi storce il naso, ma io ho avuto il privilegio di seguire da inviato la Mitropa Cup in Jugoslavia ai tempi di Sonetti. All'epoca era una Coppa che non valeva nulla. La giocavano le neopromosse nella massima serie d'Italia, Jugoslavia, Ungheria e Cecoslovacchia. Io ci tenevo tantissimo e non capivo perché Sonetti privilegiasse a tutti i costi il campionato. L'Atalanta l'aveva persa per un punto. L'aveva snobbata, cosa che mi fece arrabbiare. Se la squadra nerazzurra avesse vinto quella Mitropa Cup, che probabilmente valeva meno della Conference di oggi, avrebbe comunque avuto un altro trofeo in bacheca insieme alla Coppa Italia del 1963. Ascoli, Bari e Milan si sono ben guardate dal snobbarla. Davanti a una competizione che ti porta in Europa c'è soltanto da essere contenti».
Pensi che nella prossima Conference l'Atalanta possa fare bene?
«C'è chi già dice che partirà da favorita. Calma. Prima bisogna vedere che squadra sarà quella nerazzurra. Siamo nel pieno di una mezza rivoluzione. Al netto dei giocatori che partiranno, sarà necessario anche svecchiare qualcosa. Io spero soltanto che Carnesecchi resti, perché per me è inamovibile. È un portiere di cui io e Pizzaballa parlavamo già benissimo prima che diventasse titolare fisso, quando ancora si alternava con Musso. Per me è il grande punto di forza dell'Atalanta. Poi, certo, ci saranno partenze importanti e qualche cambiamento inevitabile. Per questo, prima di dire che l'Atalanta sarà favorita in Conference League, bisogna aspettare».
La favola Atalanta è finita. Ora c'è la favola Como?
«Il Como è una bella realtà, con una bella dirigenza. Noi dobbiamo conservare il periodo dell'Atalanta con Gasperini in panchina per quello che è stato. Nella storia di un club ci sono vari cicli: l'Atalanta ha avuto quelli di Corsini, Vavassori, Lippi, Mondonico. Ci sono blocchi storici che restano nella memoria e i nove anni di Gasperini dobbiamo tenerceli stretti nei ricordi e nella storia del club come un tesoretto enorme. Non è detto che quei livelli debbano continuare per forza all'infinito, e ce ne siamo accorti. Questo però non toglie nulla al fatto che, grazie a quegli anni, l'Atalanta sia diventata una squadra conosciuta ovunque, capace di vincere anche un'Europa League. Probabilmente Antonio Percassi lo avrebbe tenuto a vita, ma non parlerei di favola Atalanta finita. C'è stato un periodo straordinario, che ha portato risultati incredibili. Adesso bisogna capire se sarà possibile ripeterlo o anche solo avvicinarsi a quei livelli. Se l'anno prossimo si andasse in Europa League dopo questa Conference, sarebbe comunque il proseguimento di un trend positivo. Dobbiamo sempre ricordarci da dove veniamo. Siamo andati a giocare a Rho, a Sant'Angelo Lodigiano. Ritrovarsi oggi a disputare competizioni europee è già tantissimo. Speriamo soltanto che chi guiderà l'Atalanta riesca a mantenerla a un livello più alto rispetto alla semplice lotta per la salvezza, anche grazie agli investimenti della società, al nuovo stadio e al pubblico. A proposito, del pubblico vogliamo parlarne?».
Certo. È lui a uscire vincitore da quest'annata?
«Fino a qualche anno fa lo stadio di Bergamo e i tifosi atalantini erano associati all'idea di disordini. Oggi quest'immagine non c'è più. Non ci sono barriere, non ci sono reti di protezione come in altri stadi. La bellezza del nostro impianto, i tifosi, le scenografie, gli atti di solidarietà a cui partecipano: insieme alla squadra anche la tifoseria ha fatto un enorme salto di qualità. Quando le cose vanno bene è sempre più facile comportarsi meglio, però i meriti dei tifosi vanno evidenziati. Anche in questa stagione di alti e bassi hanno sempre fatto una figura egregia, e io spero che smettano di torturarli con tutti questi obblighi, limitazioni e divieti quando si tratta di andare in trasferta. Non se ne può più».
L'Atalanta era effettivamente inferiore alle sei squadre che la chiuderanno davanti?
«Per me sì, anche se l'Atalanta non ha sfruttato tutte le occasioni e alcuni pareggi gridano ancora vendetta».
L'Atalanta negli ultimi anni ha avuto un'identità fortissima e riconoscibile. L'ha persa o c'è ancora?
«La squadra si era ritrovata nella parte centrale della stagione. Quest'anno abbiamo fatto male all'inizio e alla fine, ma nel mezzo, durante la rimonta dal tredicesimo al settimo posto, al di là dei risultati e dei punti, si sono visti sprazzi di gioco che ricordavano la vera Atalanta. È proprio per questo che il finale lascia tanto amaro in bocca. Ci si aspettava, come accadeva negli ultimi anni, una primavera da Atalanta».
Il campionato si chiude a Firenze. Cosa ti aspetti?
«A Firenze non sarà semplice. Se dal punto di vista degli obiettivi la partita non ha nulla da dire, resta una gara importante per entrambe le piazze. La Fiorentina ha vinto a Torino, facendo scivolare la Juventus fuori dalla zona Champions. Saranno gasatissimi. Io mi auguro almeno che nell'ultima partita l'Atalanta ci metta un po' di carattere. Sulla carta è tecnicamente superiore alla Fiorentina, ma se scendi in campo senza voglia rischi di perdere contro tutti, anche con le squadre di categoria inferiore».
Forse proprio qui si chiude il ragionamento di Pier Carlo Capozzi, nella capacità di guardare il presente senza perdere il senso delle proporzioni. Da una parte il rimpianto per un finale che avrebbe potuto regalare qualcosa di più, dall'altra la consapevolezza che l'Atalanta di oggi continui comunque a muoversi dentro una dimensione europea diventata stabile negli anni. A parlare è lo sguardo di un giornalista che il calcio e il mondo nerazzurro li ha attraversati a lungo, osservandone evoluzioni, cadute e rinascite con profondità culturale e memoria storica. Per questo il richiamo finale è quasi un invito rivolto all'ambiente atalantino a non dimenticare mai da dove arriva Bergamo, perché è soltanto conservando quella memoria che si può comprendere davvero il valore del percorso costruito dall'Atalanta negli ultimi anni.
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