L’addio di Marten de Roon ha colpito profondamente il popolo atalantino. Per anni il centrocampista olandese è stato percepito come uno di loro: un giocatore capace di incarnare lo spirito della squadra, grazie alla dedizione, alla simpatia e a quella particolare ironia che lo ha sempre accompagnato.

Per questo il suo trasferimento ha prodotto sorpresa e incredulità. Per molti tifosi de Roon non era semplicemente un calciatore, ma una vera bandiera. E proprio per questo il suo addio rappresenta anche la fine di una piccola illusione: quella secondo cui alcune storie nel calcio moderno potessero essere immuni dalle logiche del mercato.

IL CALCIO E LA REALTÀ - La separazione, però, è avvenuta con grande signorilità. Da una parte la società, dall’altra il giocatore: poche telefonate, un accordo e la consapevolezza che il calcio professionistico rimane prima di tutto un lavoro.

È questa la parte più difficile da accettare per chi vive il calcio da tifoso. Perché chi sostiene una squadra tende inevitabilmente a costruire legami emotivi con i giocatori, trasformandoli in simboli e rappresentanti di un’identità.

Ma prima o poi arriva il momento in cui la realtà presenta il conto. L’addio di de Roon diventa così il simbolo di un cambiamento più ampio. Dopo gli anni della rivoluzione targata Gasperini, l’Atalanta sta vivendo una nuova fase e anche le vecchie certezze possono essere messe in discussione.

Non è necessariamente un tradimento. È semplicemente il calcio che, ancora una volta, ricorda ai tifosi quanto sia difficile separare il sentimento dal business.

Sezione: Serie A / Data: Mar 01 settembre 2026 alle 13:15
Autore: Daniele Luongo
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