Nel campionato dove ogni settimana diciamo cose diverse e pensiamo comunque di avere sempre ragione, anche questa settimana vogliamo assolutamente avere ragione. E, quindi, ora l’Inter è la favorita, il Milan è troppo acerbo, il Napoli ha perso la sua occasione.
Settimana scorsa no, il Napoli era la più accreditata, quella prima il Milan. E poi c’era la Juventus che era “ancora in corsa”, ma dopo il ko con l’Inter “non è più in corsa” e ora risulta “difficilmente in corsa, ma attenzione che non si sa mai”.
Siamo straordinari. Noi “comunicatori”, intendo. Il dato di fatto è che questo “finale perfetto” (là davanti son tutte appiccicate) in realtà è figlio dell’imperfezione: non esiste una squadra in grado di fare percorso netto, vincerà la meno sbadata. O forse la più fortunata (nell’imperfezione il culo è spesso determinante).
Poi, oh, la bellezza della lotta va messa a parallelo con la bruttezza di certe partite e con il fatto che ormai siamo campioni di lagne e gioco spezzettato. Ecco, diciamo che i match di questo fine settimana arrossiscono di fronte alla grandezza di City-Liverpool 2-2. Siamo lontanissimi da “quella cosa lì” e ci possiamo fare poco. Per qualcuno è colpa degli arbitri che fischiano troppo (mah…), per altri dei tecnici che speculano sul risultato (boh…), per altri ancora il nostro calcio fa schifo a priori e neppure vogliono ragionare sul perché siamo finiti ad auto-compatirci.
Forse, la verità, è figlia del ragionamento più semplice: un conto è chiedere “ai De Bruyne” e “ai Cancelo” di accelerare le operazioni, altra cosa è farlo con “i nostri” (i nomi metteteceli voi). Il resto lo fa la, definiamola, “tradizione”: in Inghilterra hanno capito che lo spettacolo è più importante del risultato, ne va della salute del conto in banca di tutti; da noi prevale ancora (e sempre sarà così) l’interesse personale, i tre punti ad ogni costo, anche al costo di dover improvvisare uno svenimento in mezzo al campo o a ritardare tristemente una rimessa laterale. Siamo fatti così e difficilmente cambieremo: esulteremo quando saranno i nostri a perdere tempo in funzione del successo, tireremo giù tutti i santi del calendario quando la stucchevole commedia sarà l’arma segreta dei nostri avversari.
Poi c’è l’altra questione, quella legata alla contemporaneità delle partite tra prime della classe. Ovviamente siamo nel campo della più totale soggettività. Ecco, il qui presente pensa che ragionare su “è meglio giocare prima o dopo” sia anacronistico, inutile, relativo. “Anacronistico” perché nel 2022 è normale che prevalgano le esigenze delle tv, ovvero coloro che cacciano il grano e hanno diritto di spezzettare il campionato a loro piacimento. “Inutile” perché non torneremo indietro, così come non torneranno indietro negli altri tornei nazionali d’Europa. “Relativo” perché giocare dopo non significa per forza di cose dover subire una pressione: è così se le tue avversarie hanno vinto, non se hanno perso.
E comunque, a prescindere da tutto, la verità è un’altra: a poche giornate dalla fine e con un punto di vantaggio o svantaggio sulle avversarie, non contano i risultati degli altri, contano i tuoi. Devi vincere le partite, possibilmente tutte, ché qui c’è in palio lo scudetto, mica il trofeo della parrocchia.
Cose a caso.
La prima su Bremer.
All’Inter piace Bremer, a Bremer piace l’Inter. Il brasiliano si è “promesso” ai nerazzurri, Cairo ha promesso al brasiliano che lo lascerà partire a cifre “umane”. Le prestazioni del ragazzo - una meglio dell’altra, davvero bravo - hanno attirato e attirano l’attenzione di altri grandi club in giro per l’Europa, ma se tutti mantengono la loro parola le possibilità che il centrale del Toro sia il prossimo rinforzo di Inzaghi sono concrete.
La seconda su Spalletti.
Le dichiarazioni post Napoli-Fiorentina fanno pensare a uno Spalletti quasi rassegnato. Così almeno hanno scritto in tanti. Beh, sarebbe folle. Il campionato degli imperfetti non deve farti esaltare quando vinci, ma neppure portarti alla depressione dopo una sconfitta. Cinque ko casalinghi sono tanti, forse troppi, ma è la classifica a fer fede e quella dice che c’è spazio per continuare a combattere.
La terza sulle “fasi” del Milan
Il portiere del Milan, Mike Maignan, anche l’altra sera è stato protagonista di una grande parata. I rossoneri continuano ad avere un’ottima fase difensiva se è vero come è vero che nel 2022 hanno perso solo con lo Spezia (sappiamo come è andata) e nelle ultime 7 ha preso gol solo contro l'Udinese (di mano). Questo per dire cosa? Che il Milan ha bisogno di un Maignan anche in attacco e in attesa di vederlo in campo la prossima stagione (Origi è vicino, in arrivo un triennale da 3,5 milioni) deve sperare che tutti, nel presente, facciano qualcosa più del compitino; da Leao (potenzialmente fortissimo ma troppo discontinuo) a Diaz (decisamente “morbido”), da Messias a Rebic. Giroud no, il suo lo fa sempre. E Ibra, beh, manca parecchio, anche a 40 anni. Inutile spiegare perché.
La quarta su Inzaghi
L’Inter ha da tempo il migliore attacco della Serie A, ora anche la miglior difesa. La squadra è potenzialmente prima, ha raggiunto gli ottavi di Champions dopo una vita, giocherà una semifinale di Coppa Italia, ha vinto la Supercoppa. Dieci giorni fa i media giocavano a “trova il sostituto di Inzaghi per la prossima stagione”. Decisamente una follia.
Settimana prossima cambieremo tutte le nostre valutazioni a seconda di come andranno le partite. Tenetevi pronti.
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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