C'è una cosa che il calcio non riesce a spiegare fino in fondo, e che invece una domenica mattina di giugno sul Sentierone racconta meglio di qualsiasi classifica o bilancio societario. Sono le 6,30, i volontari sistemano gli ultimi dettagli del Villaggio Nerazzurro — i pali, le transenne, i gazebo — e già si vedono i primi: seduti sulle panchine, maglietta nerazzurra firmata da Marco Carnesecchi, aria di chi ha dormito poco e non gli importa. Qualcuno si iscrive allo stand apposito e si porta quasi al nastro di partenza, poi si accorge che alle 8,45 mancano ancora due ore buone e torna indietro, come chi si sveglia prima della sveglia e si rimette sotto le coperte convinto di riaddormentarsi. Sono questi i momenti — non le notti europee, non i gol al novantesimo — in cui si capisce veramente cos'è l'Atalanta per questa città.
Dodici mila persone, seicento mila euro e una storia lunga diciassette anni. La diciassettesima Camminata Nerazzurra — organizzata dal Club Amici dell'Atalanta in collaborazione con Map comunicazione, quest'anno al traguardo anche dei sessant'anni di storia dell'associazione — ha portato in strada oltre dodicimila persone, che si sono districate tra i tre percorsi da 6, 10 e 17 chilometri attraverso Bergamo bassa e Città Alta. Sedici minuti ci sono voluti prima che la coda del serpentone nerazzurro lasciasse definitivamente il Sentierone: quasi un'unità di misura, quella, più eloquente di qualsiasi dato sul numero di iscritti. In sedici edizioni la manifestazione ha raccolto complessivamente più di seicentomila euro destinati al territorio — una cifra che non nasce da grandi sponsor o da logiche di marketing sofisticate, ma da diecimila magliette a dieci euro l'una, anno dopo anno, pioggia o sole, anni buoni e anni meno buoni. Dice: eh, ma quest'anno l'Atalanta ha finito settima, mica è aria di festa. Già, settima. Con la Conference League in tasca e un'identità ritrovata nella seconda parte di stagione. E comunque: Marino Lazzarini, dal palco, ha ricordato a tutti «dieci anni di successi» — e aveva ragione, perché la memoria corta è il lusso di chi non ha vissuto la Serie C e le domeniche col Fiorenzuola.
C'è tutto, nella Camminata, di ciò che l'Atalanta è — e che il calcio televisivo non sa più essere. Ci sono famiglie, bambini che corrono nel Villaggio quando fuori sono ancora le sette di mattina, nonni con la maglia del loro portiere preferito, tantissimi cani al guinzaglio e persino un gatto — il celebre Kikkirí — che col suo padrone ha assistito al trionfo di Dublino davanti al maxischermo in piazza, due anni fa, e che oggi si gode una camminata più tranquilla. Don Claudio Del Monte, parroco di Verdellino e Zingonia — ovvero il parroco di Zingonia, che è un po' come essere il cappellano di Hogwarts per il calcio italiano — ha celebrato la Messa alle 7,19. Alle 8,45 il taglio del nastro, la partenza di massa, il Sentierone che sparisce sotto un'onda nerazzurra.
Percassi, Fabris e quel saluto di Valverde che vale più di un comunicato. La società c'era, come sempre. Andrea Fabris, direttore generale area corporate, è arrivato da Vicenza di prima mattina — e ci ha tenuto a sottolinearlo — per essere sul palco a portare il saluto del club: «Questa è la mia seconda partecipazione e ci tengo tantissimo. Bisogna arrivare almeno a venti edizioni». È il tipo di frase che in bocca ad altri dirigenti suonerebbe di rito, di circostanza, come il brindisi di fine anno in ufficio. Qui no. Qui si capisce che è vera, perché l'alternativa — non esserci, mandare un comunicato, delegare — non è stata nemmeno presa in considerazione. E poi c'è Antonio Percassi, che come ogni anno si è posizionato davanti alla sua abitazione di Valverde per salutare il passaggio dei partecipanti. Il presidente dell'Atalanta che aspetta i tifosi sul marciapiede di casa sua: provate a immaginare la stessa scena con i presidenti di altri club e capirete perché Bergamo è Bergamo.
Gli Alpini, gli uccellini e il senso di tutto questo. Una delle novità di questa edizione — e non era scontata, né banale — è stata la presenza degli Alpini al ristoro finale, impegnati nella raccolta fondi per la riqualificazione della Casa degli Alpini di Endine, residenza sanitaria per persone con disabilità. Non è un dettaglio marginale: è la fotografia di come funziona il volontariato bergamasco, dove tutto si connette — il tifo, la solidarietà, il senso di comunità — senza che nessuno abbia bisogno di spiegarlo o di metterci sopra un hashtag. Il bel tempo — dopo giorni di meteo incostante e grigio — è arrivato come se avesse rispettato il calendario, e gli uccellini cinguettavano alle 6,30 mentre i volontari montavano i gazebo. C'è qualcosa di ordinario e insieme di straordinario in tutto questo. Ordinario perché accade ogni anno, da diciassette anni, e i meccanismi sono rodati come un cambio di marcia su una strada che si percorre ogni domenica. Straordinario perché — nonostante l'abitudine, nonostante la ripetizione — non si perde mai l'emozione di vedere dodicimila persone camminare insieme per qualcosa che non porta punti in classifica e non finisce su nessun tabellone. Noi siamo anche questo, forse soprattutto questo. E non è poco.
Arrivederci alla diciottesima.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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