Pisano di nascita, atalantino per vocazione. Una scelta di cuore diventata nel tempo uno stile di vita. Alberto Gennai, 54 anni, storico gestore con la moglie della Trattoria Paccì a Buti, è legato a doppio filo a Bergamo. Non ci torna solo per seguire la Dea alla New Balance Arena o in Europa, ma per coltivare amicizie e riti ormai consolidati. In vista della sfida tra il suo Pisa e la sua Atalanta, Gennai racconta a TuttoAtalanta.com un amore nato grazie a Caniggia, cresciuto macinando chilometri e cementato da un senso di appartenenza che va oltre la geografia.
Un pisano doc che tifa Atalanta: ci spiega com'è successo?
«Sono nato a Pisa e ci vivo da 54 anni, sono originario di Buti. Non sono mai stato juventino, interista o milanista. Da ragazzo, col motorino, andavo a vedere il Pisa come facevano tutti i miei coetanei. Poi, però, è scattata la scintilla per l’Atalanta. Appena presa la patente ho cominciato a venire a Bergamo per vedere qualche partita e non ho più smesso».
Perché proprio l’Atalanta?
«Colpa di Claudio Caniggia».
È stato lui ad avvicinarla ai colori nerazzurri?
«Sì. Ho iniziato a seguire la squadra per lui, poi piano piano mi sono appassionato a tutto l'ambiente. Quando negli anni Novanta il Pisa è fallito, ho cominciato a seguire esclusivamente l’Atalanta in modo viscerale».
La segue anche in trasferta?
«Ho fatto tutte le trasferte europee, sono stato ovunque. Ho già prenotato anche per Bruxelles. Quest’anno a Bergamo ho visto la prima di campionato col Pisa e alcune sfide di Champions, come quella contro lo Slavia Praga».
Le capita spesso di venire a Bergamo, quindi?
«Sì, spesso. Ho una tappa fissa alla Trattoria D’Ambrosio da Giuliana per mangiare un boccone prima o dopo la gara».
Ha stretto amicizie in città?
«Più di una. Per tanti anni ho avuto l’abbonamento accanto a Manuel Bentoglio, sindaco di Grassobbio. Sono molto amico anche di Paolo Tintori, il presidente del Club Amici dell’Atalanta di Boccaleone. Sono pisano purosangue, ma l’Atalanta è nel cuore».
È insolito: chi abita in provincia solitamente tifa la squadra locale o una big.
«Io tifo una grande squadra che negli anni è diventata conosciuta ovunque. All'inizio venivo a Bergamo una o due volte l’anno, anche solo per fare un giro in città. Poi la Dea è diventata una presenza costante nella mia vita».
Qual è il primo ricordo legato all’Atalanta di Caniggia?
«La partita di Firenze nell’aprile del 1990. Da buon pisano speravo che la Fiorentina retrocedesse, invece in quella partita perdemmo noi. E poi diciamolo: anche a Bergamo la Viola non è mai stata molto amata. È una di quelle squadre di cui preferiamo non pronunciare nemmeno il nome».
Da 25 anni gestisce la Trattoria Paccì a Buti, dove espone molti gadget nerazzurri. Ha anche delle maglie?
«Ne ho parecchie, anche se diverse le tengo a casa. Ho la maglia di Ganz di un Bologna-Atalanta del 2000, finita 0-1 proprio con gol suo. Francesco Pratali, che ha giocato con Empoli e Torino ed è della mia zona, ogni volta che affrontava l’Atalanta mi portava una maglia. L’ultima l'ho avuta da un altro compaesano, Kristjan Asllani: anche sabato me ne ha recuperata una. Negli anni all’Inter, ogni volta che giocava contro la Dea, mi portava un cimelio, tra cui le maglie di De Roon ed Ederson».
Vengono anche i calciatori nel suo locale?
«Sì, anche Gianluca Mancini veniva quando giocava a Bergamo, essendo lui di Pontedera. Ma vengono soprattutto gente comune e tifosi. Tanti tedeschi, ad esempio: con loro è sempre una festa. Li ho incontrati anche nella trasferta di Francoforte e siamo andati a bere una birra insieme».
Anche dopo la loro sconfitta?
«Sempre. "Oltre il risultato", come recita la bandiera in Curva».
L’Atalanta è stata dunque un ponte per nuove amicizie.
«Assolutamente. Venerdì prossimo aprirò a pranzo apposta per un gruppo di tifosi atalantini che arrivano da Bergamo per la partita. Mangeremo insieme e poi andremo allo stadio».
La guarderà dal settore ospiti?
«Stavolta no. Sarò in tribuna, ospite di un amico cliente. Ma tiferò solo Atalanta, come sempre. A prescindere dal posto a sedere. Quando perde, sto male davvero».
Quali sono le trasferte che le sono rimaste più nel cuore?
«Le ho fatte praticamente tutte: da Marsiglia, l’anno della Coppa, alla finale di Dublino, passando per quella di Varsavia contro il Real Madrid».
Dublino è stata la vittoria più bella?
«Per me la più emozionante resta il 3-0 a Liverpool. Arrivavamo dalla batosta col Manchester United, persa 5-1 dopo il vantaggio di Malinovskyi. Ad Anfield pensavamo solo di entrare, ammirare lo stadio e tornare a casa, convinti di perdere. Invece abbiamo vinto. E poi cito il 3-0 contro l’Everton giocato a Reggio Emilia. Lì abbiamo capito davvero che potevamo stare tra le grandi. Quella era la vera Atalanta di Gasperini: Cristante in gol, Masiello che arava la fascia, Petagna, Gomez, Zapata. Queste due partite hanno segnato la storia, anche se la vittoria più bella in assoluto resta il 4-1 col Valencia: poker di Ilicic, il giocatore nerazzurro più forte di sempre. Ricordo il suo esordio in un Atalanta-Roma 0-1: dissi subito al mio amico Manuel che era il più forte mai visto da noi. Mi rispose che ero il solito pisano che non capiva di calcio, ma dopo il 4-3 a Valencia mi chiamò per darmi ragione».
E oggi chi è il più forte?
«De Ketelaere. I grandi giocatori si riconoscono da come accarezzano la palla. Ho avuto discussioni con altri tifosi anche prima di Liverpool e della finale di Dublino su Lookman: è un giocatore eccezionale, ma per me non è adatto a una squadra come l’Atalanta che vive di armonia collettiva. Tende sempre a fermare l’azione».
Qual è l’Atalanta più bella che ha visto?
«Quella con i quinti sulle fasce. L’Atalanta di Hateboer, Gosens, Masiello, Gomez, Ilicic e Freuler. Di Remo ricordo ancora il gol di destro nel 4-1 al Valencia a San Siro: un gol fantastico, il coronamento di una gioia pura».
Questo avvio di stagione difficile l’ha fatta soffrire?
«Sì, ma non sono mai stato "anti-Juric". Non sono mai contro un allenatore dell’Atalanta a priori. Juric ha avuto problemi a entrare in empatia con la squadra e tanta sfortuna: con lui Maldini ha sbagliato gol incredibili e Krstovic ha fatto errori grossolani. Forse non è un grande motivatore. Sono felicissimo dell’arrivo di Palladino: è un grande tecnico, anche dal punto di vista mentale. La squadra ora dà tutto, rivedo lo spirito del primo Gasperini».
In Toscana cosa si dice dell’addio di Palladino alla Fiorentina?
«Si parla di una grossa discussione con il direttore sportivo Pradè, che non è una persona facile, e di divergenze profonde sui piani futuri. Palladino aveva già firmato per restare. Ricordiamoci che fu scelto al Monza da Berlusconi e Galliani, due che raramente sbagliavano: avevano visto in lui qualcosa di innovativo. A me piace come la sua squadra verticalizza, mentre con Juric c'era sempre un passaggio indietro. Apprezzo anche la libertà che ha dato a De Ketelaere, inserendo Zalewski al posto di Lookman».
L’Atalanta è ancora in corsa per la Champions?
«Lo dico col cuore in mano: sto pensando di prenotare un volo per Budapest per la finale di Champions League. Il cammino in Europa è più facile che arrivare quarti in campionato. Se vinciamo in casa con l’Athletic Bilbao abbiamo il 90% di possibilità di entrare nelle prime otto. Saltare i playoff sarebbe inimmaginabile. Giocare il ritorno a Bergamo, in uno stadio tornato a essere un fortino, farebbe la differenza».
Serve un rinforzo dal mercato?
«Secondo me sì, un attaccante che la butti dentro. Magari Raspadori. Lookman per me non è più da Atalanta. Scamacca invece è come Higuain: tiene palla e fa salire la squadra».
Questo attaccante non può essere Krstovic?
«Krstovic mi piace, ma senza alternative, se un giocatore s’infortuna rischi di buttare un’intera stagione. L’anno scorso abbiamo perso il campionato anche per questo. Inoltre, Gasperini a un certo punto si è accanito contro la società lamentando mancanze, mentre forse era lui a venire meno. Nella sua storia gli è sempre mancato l'ultimo passo per il grande salto».
Che Pisa incontrerà l’Atalanta venerdì?
«Nell’ambiente c’è fiducia. La gente ha capito che la società è seria, c’è un progetto. Non si chiedono rinforzi inutili: sappiamo che prendere giocatori da un milione all’anno porta a fare la fine di Salernitana o Benevento. Si punta a un modello stile Cremonese, alternando A e B. L’obiettivo è la salvezza, ma se dovesse andare male non sarebbe una tragedia».
All'andata non andò benissimo per i bergamaschi.
«Nel primo tempo saremmo potuti andare sotto di tre reti, per poi farne dodici nel secondo».
Era un’altra Atalanta?
«La vera Atalanta è quella della frase più semplice ma più reale: "la maglia sudata sempre". In tante partite di inizio campionato, quella maglia non è stata sudata».
Che partita si aspetta tatticamente?
«Mi aspetto una gara chiusa all’inizio, il Pisa aspetterà. Immagino l’attacco a tre con Zalewski e De Ketelaere alle spalle della punta, Scamacca o Krstovic. Credo che Palladino schiererà i titolari nonostante la Champions incomba, perché non sottovaluta nessuno. Ma la gara con l’Athletic sarà cruciale: entrare nelle prime otto vale quasi quanto una nuova qualificazione in Champions. Palladino affronterà il Pisa con intelligenza, non mi aspetto un’Atalanta che parta a mille all'ora».
Un pronostico finale?
«Non mi piacciono i pronostici. L’Atalanta ha giocatori che possono decidere il match in ogni istante: basta una giocata di CDK o un affondo di Krstovic. Zalewski si presenta sempre un paio di volte davanti alla porta, deve solo aggiustare la mira. Le partite sono decise da episodi, ma credo che ce la faremo. Palladino ha capito come interpretare le gare in modo eccezionale. Ha dato una svolta e ci ha dimostrato che se eravamo lassù non era solo merito di Gasperini, ma di una squadra con valori enormi».
Dalle parole di Alberto Gennai emerge un’Atalanta che non è solo tifo, ma un pretesto per vivere relazioni umane autentiche. Venerdì, alla Trattoria Paccì, accoglierà i tifosi bergamaschi come fratelli, prima di sedersi in tribuna col cuore diviso a metà... o forse no. Perché certe scelte non si spiegano con la carta d'identità, ma con l'anima.
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