Crescere senza scorciatoie, costruire nel tempo, trasformare una competenza in un progetto strutturato e riconosciuto: il percorso di Giovanni Macrì richiama da vicino quello dell’Atalanta. Con studi dentistici a Bergamo, Casnigo, Milano, Roma, Londra, Lecco e Como, il dentista dei vip e pioniere dell’odontoiatria estetica moderna ha costruito la propria carriera passo dopo passo, tra studio, innovazione e visione imprenditoriale, come racconta anche nel suo libro «Il Dottor Sorriso». Un’evoluzione che nel tempo l'ha portato ad affiancare alla professione medica il mondo della comunicazione, fino all'acquisizione dell’emittente bergamasca SeilaTV. Un cammino che ricalca quello della Dea: programmazione, identità forte e capacità di trasformare un progetto locale in un modello europeo. E le sfide non finiscono qui: da lunedì, Macrì debutterà su SportItalia con «Cartellino Rosa», un format innovativo che racconta il calcio maschile attraverso lo sguardo femminile.
LA TV, L'INNOVAZIONE E I SORRISI
Lunedì, dalle 19 alle 20 su SportItalia, debutta «Cartellino Rosa». Di cosa si tratta?
«È un appuntamento settimanale nato da una mia idea e a cui tengo moltissimo - confida e rivela a TuttoAtalanta.com - . Ho creato il primo programma che parla di calcio maschile, tra Serie A e Champions League, ma tutto visto con gli occhi delle donne. Si aprirà con le parole della canzone di Rita Pavone: “Perché perché la domenica mi lasci sempre sola per andare a vedere la partita di pallone?”. Sono finiti i tempi in cui le donne restavano a casa ad aspettare mariti e fidanzati che andavano allo stadio. Oggi non solo ci vanno anche loro, ma capiscono di calcio e lo masticano davvero. E, concedetemi la battuta, se ve lo dice un dentista, potete esserne certi. Nasce così il primo programma raccontato completamente dal punto di vista femminile. Lo conduco proprio io».
E gli ospiti?
«Solo donne. Nella prima puntata ci sarà Caterina Collovati, che è stata la prima donna a condurre un programma di calcio. Poi Laura Barth e varie giornaliste. C’è anche una rubrica che si chiama “Eva contro Adamo”, dove l’uomo espone la sua tesi calcistica e le donne ribattono, controbattono, discutono. Il primo ospite speciale sarà Piero Chiambretti».
Un format all’avanguardia. Del resto lei è stato un innovatore anche nel suo lavoro.
«Sono stato il primo a sostituire il vecchio oro dentale con materiali molto più economici e soprattutto biocompatibili, già tra gli anni Novanta e il 2000. Poi ho sviluppato e diffuso clinicamente lo zirconio: un materiale che permette di realizzare denti completamente bianchi, eliminando la parte metallica scura interna. Dal 2002 al 2014 sono stato praticamente l’unico al mondo a utilizzarlo in modo sistematico, mentre oggi il 92% dei dentisti nel mondo usa lo zirconio».
Lei ha introdotto anche il concetto di «telegenia del sorriso»: è stato l’anello di congiunzione tra la professione medica e il mondo della tv?
«È una vera e propria scienza. Significa creare, attraverso materiali idonei, un sorriso che sia bello dal vivo, ma anche perfetto in televisione, correggendo quegli inestetismi che altrimenti si vedrebbero davanti alle telecamere. Questo rende il sorriso armonioso, naturale e luminoso. Oggi la telegenia è centrale perché il sorriso è la principale forma di comunicazione, più ancora dello sguardo. Il dentista non cura più solo il mal di denti, ma migliora l’estetica della persona».
I calciatori dell’Atalanta si sono mai rivolti a lei?
«La cosa curiosa è che spesso me li portano le fidanzate. Io sono partito da Ronaldo il Fenomeno, ma nel tempo ho curato tanti nomi importanti dello spettacolo e dello sport, anche bergamasco, come Caniggia, Caccia, vari allenatori dell’Atalanta e in passato anche la famiglia Percassi. Spesso succede che ognuno abbia il proprio dentista, ma quando c’è un problema particolare si rivolgono a me».
IL LEGAME CON BERGAMO E IL SETTORE GIOVANILE
Suo figlio è cresciuto nel settore giovanile dell’Atalanta, è corretto?
«Sì, è un classe ’88. Ha fatto la trafila nel vivaio nerazzurro e poi è passato alla Primavera dell’Inter, dove ha giocato anche in prima squadra con Mancini, tra il 2006 e il 2007. Poi purtroppo si è rotto i crociati. Da lì la sua carriera si è interrotta e oggi fa l’avvocato».
Com’era arrivato all’Atalanta?
«Giocava nella polisportiva locale. All’epoca Mimmo Amaddeo, il ristoratore, faceva anche l’allenatore. Mi disse che mio figlio era bravo e che voleva farlo vedere al maestro Bonifaccio. Lui e Favini sono stati i personaggi storici che, più di chiunque altro, hanno fatto grande l’Atalanta. Insieme a loro c'era anche Giuseppe Mazzocchi. In quegli anni avevo come paziente Pippo Baudo, che veniva spesso a Bergamo: passava settimane intere a seguire l’Atalanta giovanile e veniva con me a Zingonia a vedere le partite».
Nasce anche da qui il suo legame con la Dea?
«Per lavoro provenivo dal mondo Inter. Ero il dentista di Ronaldo, di Matthäus ai tempi di Pellegrini, dei Moratti. Per motivi professionali sono sempre stato molto inserito nel calcio. Poi, abitando in Città Alta, il legame con la squadra bergamasca è diventato sempre più forte e, anche se nasco interista, sono un grandissimo simpatizzante dell’Atalanta. Credo che la mia televisione, Seilatv, proponga il miglior programma sportivo sulla realtà bergamasca. Avere l’Atalanta in Champions è importante perché ci permette di proporre più format e di essere ancora più vicini alla città».
Che ambiente aveva trovato nel vivaio dell’Atalanta?
«Stupendo. Mio figlio l’ha vissuto in un periodo di transizione, in cui si passava dall’idea del calciatore estroso alla fase più fisica. Ai tempi, se facevi un dribbling in più ti rimproveravano. Infatti oggi quasi nessuno dei nostri calciatori sa saltare l’uomo. A ogni modo, l’ambiente del vivaio era bellissimo: disciplina e valori sani. Ai tempi di Favini era un esempio assoluto. Qualsiasi genitore avrebbe voluto mandare lì il proprio figlio».
Vede delle analogie tra il suo percorso professionale e quello dell’Atalanta?
«Ho avuto due percorsi paralleli. Milano mi ha portato verso lo spettacolo e la politica. Bergamo invece mi ha legato allo sport e al calcio vissuto sul campo. La domenica accompagnavo sempre mio figlio a giocare in tutta la Lombardia. Ho preso tanto freddo, ma mi sono chiarito molto bene le idee su quello che volevo fare nella mia vita».
Un paziente speciale su tutti?
«Bianca Balti, una ragazza incredibile con una forza d’animo straordinaria. Ha lottato contro il male con determinazione, diventando un esempio per tutti. E ovviamente Pippo Baudo: per me e per la mia famiglia è stato una figura paterna. Era juventino, ma quando giocava l’Atalanta la guardava sempre».
Ha altri pazienti legati all’Atalanta?
«Vittorio Feltri. Tifoso atalantino sfegatato, ma anche uno dei pochi a esprimere sempre un pensiero libero, senza seguire correnti».
LA TV LOCALE E LE INCHIESTE
Questa libertà è anche la forza della sua televisione e di programmi come «SeiLaDea»?
«Assolutamente sì. Non c’è censura e non c’è una linea editoriale sotto il controllo di forze esterne o partiti. È una delle poche televisioni libere, perché non abbiamo finanziamenti pubblici: non li ho mai voluti. Qualche anno fa abbiamo risanato l'emittente selezionando i programmi giusti. Copriamo il territorio in modo completo, approfondendo le problematiche dei singoli paesi della provincia».
Ha già in mente nuovi progetti?
«Sto lavorando a un programma che si chiamerà “I Segugi”. Sarà un format d’inchiesta, un po’ sul modello de “Le Iene”: i giornalisti andranno sul campo a raccontare e denunciare le ingiustizie subite dai cittadini. Il giornalismo è il quarto potere, bisogna avere il coraggio di presentarsi davanti a chi deve rispondere di certi torti».
Oggi la sua famiglia è proprietaria di Seilatv, ma la sua passione per il piccolo schermo nasce da lontano.
«Ho iniziato con “Quelli che il calcio” di Fabio Fazio e collaboro con trasmissioni mediche Rai da oltre trent’anni. Ho partecipato a “Detto Fatto” e sono spesso ospite a “Qui Studio a Voi Stadio” su Telelombardia. L’informazione è una mia grande passione».
Quant’è importante raccontare realtà come l’Atalanta per rafforzare l’identità bergamasca?
«Oggi la squadra di calcio è diventata una vera identità collettiva, un po’ come nell’Ottocento lo era l’idea di Patria. Nella vita si cambiano partner, ma difficilmente si cambia squadra. Il bergamasco è una persona seria, dignitosa, che segue le regole, e lo stadio diventa il luogo in cui ci si libera e si esce dagli schemi. Secondo me l’Atalanta ha migliorato anche il carattere dei bergamaschi, permettendo loro di esprimersi».
IL CALCIO ITALIANO E IL MOMENTO DELLA DEA
Lei vive molto anche fuori Bergamo. È cambiata l’immagine della città grazie alla squadra?
«Moltissimo. Dirò una cosa forte: per interisti, milanisti e juventini oggi l’Atalanta è una grande squadra, temuta e rispettatissima. È rimasta provinciale solo per gli atalantini. Alcuni continuano a percepirla come la squadretta che deve salvarsi. Bisogna prendere coscienza di essere un grande Club. Se l’Atalanta non va in Europa è quasi un fallimento sportivo».
Pensa che possa arrivare in Champions anche quest’anno?
«Assolutamente, ma partiamo da un concetto base: il livello del calcio italiano di club si è abbassato tantissimo. I campioni nel pieno della carriera non arrivano più in Serie A. In questo contesto l’Atalanta è stata un’eccezione positiva e Gasperini un fenomeno. In certe stagioni la Dea avrebbe persino potuto vincere lo scudetto, se avesse avuto un pizzico di pragmatismo in più e una mentalità meno provinciale».
Con Napoli e Borussia cosa si aspetta?
«Con il Napoli possiamo giocarcela. Con il Dortmund è più difficile, ma l’Atalanta è capace di grandi imprese. Il problema di quest’anno è che non ci sono più giocatori chiave come Retegui e Lookman, che sapevano saltare l’uomo. Il solo rimasto capace di farlo è De Ketelaere, che ora è infortunato».
Lo scudetto andrà all’Inter?
«Penso di sì, ma sarà lo scudetto della mediocrità. Se il Milan pareggia in casa col Como e il Napoli fa fatica a rimontare la Roma, significa che i valori sono bassi. Questo è il campionato italiano più mediocre, dal punto di vista tecnico e tattico, degli ultimi anni. E i risultati in Europa lo dimostrano».
Come l’Atalanta ha trasformato un progetto territoriale in una realtà europea, Giovanni Macrì ha trasformato la professione medica in un sistema che unisce eccellenza, comunicazione e impatto locale. Due storie diverse, ma fondate sugli stessi valori: lavoro quotidiano, programmazione, identità forte e crescita sostenibile. Ed è proprio questo modello, costruito nel tempo, a rendere entrambe un esempio riconosciuto ben oltre i confini bergamaschi.
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