C’è chi le compra, chi le colleziona e chi, invece, le vive. Per Andrea Betoschi, bergamasco e anima della pagina Instagram Atalanta Passione Maglie, ogni maglia nerazzurra è un pezzo di storia. Oltre cento divise indossate, custodite come si fa con i ricordi più veri, tra Curva Nord, trasferte e domeniche che diventano emozioni da portarsi dentro per sempre. Un legame, il suo con la Dea, che rappresenta a pieno l’identità orobica, dove i colori nerazzurri si tramandano da padre in figlio. Nel suo caso, dal nonno al padre, fino a lui, che oggi fa lo stesso con il piccolo Riccardo.
LA COLLEZIONE E LA STANZA NERAZZURRA
Andrea, cos’è Atalanta Passione Maglie?
«Come pagina Instagram è nata due anni e mezzo fa – racconta ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. È praticamente il mio mondo, quello di un tifoso fin dalla nascita. Quella nerazzurra è una passione che mi hanno tramandato nonno e papà. Sono il classico bravo ragazzo, con la faccia pulita, che quando entra allo stadio si trasforma e diventa, in senso buono, la persona più ingestibile del mondo. Il mio umore dipende dai risultati della squadra. Se vince sono contento per una settimana intera perché è una cosa che hai dentro».
Quando hai iniziato a collezionare maglie dell’Atalanta?
«Ho iniziato nel 2005. Un amico mi aveva dato una maglia. Un altro amico me ne ha fatta avere una seconda, quindi una terza e poi è diventata come una collezione di figurine. Inizi a dire "questa ce l’ho e questa invece mi manca" e vai avanti così».
Oggi quante ne hai?
«Più di un centinaio. Sono tutte maglie indossate dai calciatori in qualche partita e, di queste, quelle acquistate da altri collezionisti sono pochissime. Solitamente riesco ad averle tramite amici e conoscenti. All’interno hanno tutte la patch ufficiale che certifica quando e in quale partita sono state utilizzate, come, per esempio, quella di Luis Muriel contro la Fiorentina».
Ricordi la prima che hai avuto?
«La prima è stata quella di Nicola Ventola. Ero adolescente e l’avevo avuta attraverso un amico di mio cugino. Era una doppia XL enorme, di quelle di una volta, in un tessuto diverso da quello utilizzato oggi. L’avevo messa nell’armadio e poi pian piano la collezione è cresciuta».
C’è una maglia a cui sei particolarmente legato?
«A tutte, ma alcune più di altre, come quella di Josip Ilicic. Sono molto legato anche a quella di Cristian Raimondi, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e di fargliela autografare. E poi quella di Cristian Romero della partita di Champions League contro il Real Madrid e una fantastica di Hien di una gara in trasferta della scorsa stagione. Quella è completamente sporca, piena di segni della partita ed è bellissima proprio per quello».
Ci spieghi meglio?
«Le maglie indossate non vanno lavate. Una maglia sporca, rovinata, utilizzata in partita ha molto più valore. Il valore sta proprio nei segni dell’erba del campo, nel fatto che sia davvero una maglia "sudata". Alcune, quelle più sporche, le metto nei copriabiti di plastica. Devono restare così».
E dove le tieni?
«Recentemente io e la mia compagna abbiamo cambiato casa. Le ho lasciato tutto lo spazio di cui aveva bisogno, ma mi sono preso uno studio di circa 20 metri quadrati al piano superiore, dove ho creato il mio ambiente interamente nerazzurro. Ho sostituito la pavimentazione con l’erba sintetica. Ho messo un divano e il proiettore per vedere le partite e poi ci sono diverse sbarre con esposte tutte le maglie. Alcune sono a vista e altre nei copriabiti. Ogni tanto le tolgo, le sistemo. Altre invece sono incorniciate e appese alla parete».
L’ultima maglia della collezione in ordine di tempo?
«L’ultima è una chicca: quella indossata da Hateboer nella semifinale di Europa League contro il Marsiglia».
E ce n’è una che ora sogni più di tutte?
«Ce ne sarebbero tante, ma sicuramente una di quelle indossate nella finale di Europa League».
Che cosa rappresentano per te tutte queste maglie?
«Il loro valore per me è affettivo e infatti non sono disposto a venderle, fatta eccezione, magari, per alcuni doppioni di alcune annate. Ma non sono sicuro che venderei nemmeno quelle perché ognuna ha una storia diversa. Penso a chi l’ha indossata, in quale partita, se magari ha fatto un assist o un gol. Se il segno dell’erba è dovuto a una caduta per un fallo. È questo che mi emoziona. Sono ricordi di partite, di momenti, di storia nerazzurra. Per me rappresentano quella "maglia sudata sempre" che identifica la nostra gente. Io, ogni volta che entro in questa stanza, torno il bambino che andava allo stadio con suo papà a tifare».
LA TRADIZIONE FAMILIARE E LE EMOZIONI DEL TIFO
È nata così la tua storia nerazzurra?
«In famiglia siamo tutti tifosi. Mio nonno ha trasmesso la passione a mio papà e lui ha fatto lo stesso con me. Avevo circa 8 anni le prime volte che mi ha portato allo stadio, in Curva Nord. Il mio primo ricordo è legato a una partita contro il Bari di metà anni Novanta. Poi, crescendo, ho iniziato ad andare con i miei amici. Il primo abbonamento l’ho sottoscritto nella stagione 2005-2006. Andavo con il mio migliore amico Enrico. Lo stadio era un rito: birretta, cori, la Curva Nord di una volta, i fumogeni. Un’esperienza totale. Da lì tutta una serie di abbonamenti che conservo nella vetrinetta nella mia stanza».
C’è un momento che più di altri ti è rimasto dentro?
«Lo spareggio con la Reggina, quando poi noi siamo retrocessi in Serie B. Quella sera c’era un’atmosfera speciale. Poi ha piovuto tantissimo e la partita è stata rimandata al giorno dopo e non era più la stessa cosa. Abbiamo perso. Sono tornato a casa e ho pianto. Mia mamma mi ha chiesto se piangevo per una partita. E io le ho risposto: "No, piango per l’Atalanta". E ho pianto ancora, a distanza di vent’anni, ma per il motivo opposto, quando abbiamo vinto l’Europa League. Sono emozioni che chi ha vissuto per venti o trent'anni questa squadra sente davvero, perché nulla è scontato. Dopo aver vissuto stagioni tra Serie A e B, certi momenti te li godi ancora di più».
Da padre in figlio: ora trasmetti la tua passione anche a Riccardo?
«Riccardo ha solo 6 mesi. O tiferà questi colori o dovrà appassionarsi a un altro sport. Non gli lascio scelta (ride, ndr). Sono riuscito a convertire anche Valentina, la mia compagna. Quando ci siamo conosciuti era juventina. Ogni volta che parlavamo di calcio, finivamo a litigare. Poi, col tempo, sono riuscito a smussare la sua "gobba" e adesso è diventata anche lei una simpatizzante».
Riccardo veste già nerazzurro?
«Assolutamente. Tra l’altro, nella mia collezione ci sono anche tutte le maglie baby, quelle che, su iniziativa del presidente Percassi, vengono date a ogni nuovo nato della nostra provincia dal 2010 a oggi. Sono tutte appese su un piccolo stendino come quelle dei grandi, uguali e identiche, ma solo più piccole e pronte da indossare».
IL CAMBIO IN PANCHINA: DA GASPERINI A PALLADINO
Lui può godersi i successi della squadra nerazzurra.
«Nell’era Gasperini ce ne sono stati tantissimi».
Come hai preso il suo addio?
«Male, con le lacrime agli occhi. Dopo 9 stagioni così non è stato facile. Per me è stato lui a dare la svolta alla storia nerazzurra. Ovviamente insieme alla società, ma lui ha dato a questo ambiente quella mentalità vincente che non aveva mai avuto prima».
E quando è tornato a Bergamo da avversario come lo hai accolto?
«Per lui riconoscenza a vita».
E per Palladino?
«Palladino ci ha restituito l'entusiasmo. Juric non mi piaceva, non tanto come persona, ma per come faceva giocare la squadra. Sembrava spenta, senza cuore, grinta e la mentalità che l’aveva contraddistinta. Dopo il ciclo Gasperini sarebbe stato difficilissimo per chiunque. È come quando ti lascia la donna della tua vita e devi ricominciare da capo: non sarà mai uguale a prima. Anche se fosse arrivato uno come Klopp, sarebbe stato comunque complicato. Palladino è arrivato dopo Juric ed è entrato nella testa dei giocatori. Ha riportato entusiasmo, voglia, quella carica che ci appartiene. È questa la cosa fondamentale, più ancora del gioco. L’entusiasmo era spento e lui lo ha riacceso, non solo quello della squadra, ma anche quello di tanti tifosi».
Li vedi diversi?
«Esatto. L’entusiasmo è tutto. Si può perdere anche male, ma se vede l’atteggiamento giusto, il tifoso bergamasco reagisce in modo diverso. Contro il Bayern abbiamo incassato sei reti, ma la Curva al quinto gol ha iniziato ad applaudire; al sesto a cantare come se non ci fosse un domani e al gol di Pasalic ha esultato come se stessimo vincendo, mentre eravamo 1-6. Perché quello che conta è lo spirito, la maglia sudata sempre».
Quindi Palladino ha ricompattato la piazza che si era divisa su Juric?
«Più che divisa, si era spento l’entusiasmo che aveva accompagnato l’era del Gasp. Ha riportato quell’energia che c’era sempre stata negli ultimi anni, non tanto per i risultati, ma perché si vedeva lo spirito della maglia sudata sempre che ci identifica da sempre».
GLI OBIETTIVI STAGIONALI E I SIMBOLI
Dove può arrivare questa squadra?
«Spero in Europa, che sia Champions o Europa League cambia poco».
Tu ci credi ancora alla Champions?
«Sì, per il calendario che abbiamo davanti ci credo ancora».
E a fine stagione chiuderete sopra o sotto la Roma di Gasperini?
«Gli sarò grato tutta la vita, ma spero sopra, così gli dimostriamo anche cosa ha lasciato. E poi la squadra viene prima di tutto. Non dipende da chi va e chi viene».
Se si mancasse la qualificazione in Champions sarebbe una delusione?
«No. All’inizio del campionato c’era perfino chi pensava che potessimo addirittura lottare per la salvezza. Palladino ha fatto un ottimo lavoro e comunque finisca la stagione, va bene così».
Da qui a fine campionato ti preoccupano di più gli scontri diretti o le partite con le cosiddette piccole, come la prossima a Lecce?
«Le partite con le piccole, perché con le big ci esaltiamo sempre, mentre può capitare d'inciampare nelle gare che possono sembrare più facili. È sempre stato così».
Che partita ti aspetti con il Lecce?
«Mi auguro che la sosta per le Nazionali possa essere servita per recuperare sia fisicamente che mentalmente. Dopo l’eliminazione dalla Champions e questa pausa, mi aspetto che i ragazzi tornino in campo per fare più punti possibili da qui alla fine del campionato».
E per la Coppa Italia che aspettative hai?
«La Coppa Italia è un bel sogno. Ero a Roma a vedere la finale del 2019 persa contro la Lazio per 2-0. Anche lì ho pianto per tutto quello che è successo, ma è stata un’emozione incredibile. A Roma eravamo in 23.000 bergamaschi. Avevamo una squadra fortissima, con il Papu, Ilicic, Zapata. Il trofeo era a un passo. Quella finale mi è rimasta indigesta, come le altre due con la Juventus del resto. Essere ancora lì, a un passo dalla finale, a giocarcela in casa con la Lazio, significa andare e sognare. Tutto è possibile. Sulla carta siamo più forti dei biancocelesti e la spinta del pubblico e dello stadio sarà determinante».
In finale, eventualmente, preferiresti incontrare Inter o Como?
«Il Como, anche per una serie di precedenti negativi con la squadra milanese, che non mi sta nemmeno tanto simpatica. Il Como ha meno esperienza rispetto all’Inter, quindi potrebbe essere più fattibile».
Se dovessi scegliere un giocatore simbolo del passato, chi sarebbe?
«Josip Ilicic, perché era uno che poteva inventarsi qualsiasi cosa in campo in ogni momento. Un giocatore di un’altra categoria. È quello che mi ha emozionato più di tutti. Dopo di lui Muriel e il Papu».
E di oggi?
«Per me il più rappresentativo è nello staff ed è Cristian Raimondi, perché rappresenta il bergamasco vero, quello che sa cosa vuol dire essere atalantino. Dietro a Palladino, c’è lui a fare da collante tra squadra, tifosi e ambiente. È quello che porta sempre i ragazzi sotto la Curva, che si vinca 4-1 con il Dortmund o si perda 6-1 con il Bayern, ad applaudire anche il pubblico. Fa capire che c’è un legame solido tra chi gioca e chi tifa, che noi siamo una cosa sola, tutti insieme. Raimondi rappresenta la mentalità della maglia sudata sempre, del rispetto reciproco, del legame con la piazza».
Dalle domeniche in Curva Nord da bambino alle notti europee vissute con la stessa intensità, il percorso di Andrea racconta cosa significa davvero tifare per questi colori. Non solo risultati, non solo vittorie o sconfitte, ma un legame che resta, che si rinnova e che si trasmette. Nelle sue maglie ci sono ricordi, emozioni, momenti che hanno segnato una storia personale e collettiva. E soprattutto quel filo che unisce generazioni diverse sotto la stessa bandiera. Perché, prima ancora delle divise da gioco, questa è la vera eredità nerazzurra.
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