Ambizione bruciante, disciplina ferrea e una consapevolezza che si specchia nei risultati. Raffaele Palladino non si nasconde dietro a finte modestie quando analizza il suo percorso e gli obiettivi futuri che lo legano all'Atalanta. Il tecnico campano, forte dei traguardi storici raggiunti tra Monza e Firenze, ha preso in mano l'eredità tecnica del club orobico con una missione ben precisa: spingere la squadra oltre i propri limiti per agguantare un traguardo europeo di altissimo profilo, senza mai dimenticare i valori fondamentali dello sport e della corretta gestione del gruppo.
L'INSEGUIMENTO CHAMPIONS E IL LEGAME CON I PERCASSI - La rincorsa verso l'Europa che conta è il chiodo fisso dell'allenatore. Nonostante una partenza a rilento, la fiducia nei propri mezzi resta incrollabile: «I punti a disposizione ci sono, dico ai ragazzi che abbiamo perso i due mesi iniziali ma dobbiamo recuperare gli ultimi due. Vogliamo l'Europa, bisogna puntare al massimo senza porci limiti», ha spiegato il mister, ribadendo la sua personale ambizione di voler mettere in bacheca un trofeo prestigioso. Un traguardo da raggiungere in un ambiente che definisce unico e familiare: «Nella mia vita da calciatore e allenatore non ho mai conosciuto una famiglia come quella di Antonio Percassi. L'Atalanta è come un figlio per loro, ci tengono in maniera passionale. Sono i primi ad arrivare e gli ultimi ad andar via da Zingonia». E l'eredità di Gian Piero Gasperini? Nessun peso insostenibile, bensì un'evoluzione naturale in un ambiente preparato alla perfezione dal suo predecessore, destinato a restare per sempre nella storia della società.
IL DISASTRO AZZURRO E IL NODO GIOVANI - Impossibile non toccare il nervo scoperto del calcio italiano: il dramma della Nazionale estromessa per la terza volta di fila dal Mondiale. – come confida in una lunga intervista al Corriere della Sera – il tecnico orobico non usa mezzi termini per descrivere lo shock emotivo vissuto in prima persona dai suoi giocatori: «È stato un vero e proprio disastro emotivo, Giorgio Scalvini, Gianluca Scamacca e Giacomo Raspadori mi hanno raccontato la notte drammatica vissuta in Bosnia, e ci eravamo sentiti anche con Moise Kean». La diagnosi del mister è spietata e punta il dito contro un sistema che non tutela minimamente il talento nostrano: «Per costruire una casa le fondamenta devono essere forti. Oggi non si investe nei settori giovanili, non si punta sugli istruttori. L'utilizzo di tanti stranieri toglie spazio e valore ai nostri ragazzi». Un pensiero che corre subito a Marco Palestra, gioiellino di casa richiestissimo sul mercato, che il mister ha elogiato pubblicamente ribadendo di volerlo blindare con sé anche per la prossima stagione.
LA VERITÀ SULLA FIORENTINA E IL RETROSCENA JUVENTUS - Il percorso professionale dell'allenatore non è stato però esente da strappi dolorosi e sliding doors inaspettate. Sull'addio turbolento alla Fiorentina fa chiarezza una volta per tutte, pur ricordando con affetto i 65 punti conquistati e la figura quasi paterna di Rocco Commisso: «Sono andato via con una telefonata perché avevamo visioni completamente differenti con i dirigenti. Io non alleno per soldi ma per ambizione, e lì non c'erano assolutamente più i presupposti. Pensavano avessi già una squadra, ma i fatti hanno dimostrato esattamente il contrario». Durante la scorsa estate, infatti, aveva rifiutato ricche offerte estere aspettando unicamente la chiamata dei nerazzurri. C'è stato spazio anche per un sondaggio esplorativo della Juventus, club in cui ha militato da giovane sognando le gesta di Alessandro Del Piero e Roberto Baggio (assieme a Zinedine Zidane), ma alla fine i bianconeri hanno virato sull'esperienza di Luciano Spalletti. Un aneddoto che si affianca al dolce ricordo di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani, definiti visionari e geniali per avergli affidato senza remore la panchina del Monza.
IL RIFLESSO NELLO SPECCHIO E LE REGOLE DELLO SPOGLIATOIO - Oltre la lavagna tattica, c'è un uomo che cura meticolosamente la propria immagine e le dinamiche comportamentali interne. Palladino ammette sorridendo l'aiuto di Madre Natura nel tenersi in forma, ma ribadisce come nello specchio veda soprattutto una persona mossa da un'ambizione feroce, concetto che trasferisce quotidianamente ai suoi atleti: «Senza ambizione e senza disciplina siamo morti». Le sue tre regole auree all'interno dello spogliatoio sono un dogma imprescindibile: rigore assoluto sugli orari (ritenuto un vero stile di vita), rispetto sacro dei ruoli e un dialogo costante, rifuggendo da ogni forma di limitante dittatura. Nessun piano B nella vita se non fosse diventato un professionista del pallone, tantomeno il ballo, provato da giovanissimo ma con scarsi risultati: l'unico liscio che gli interessa, oggi, è quello con cui la sua squadra vuole danzare verso i palcoscenici illuminati della Champions League, pronta a far esplodere di gioia il pubblico della New Balance Arena.
Una mentalità vincente e affamata, forgiata dal sudore e dalla cultura del lavoro: la rincorsa europea dei bergamaschi passa inesorabilmente dalle idee chiare e dal fuoco sacro che anima il suo brillante condottiero.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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