La nuova delusione della Nazionale riapre una ferita che nel calcio italiano non si è mai davvero rimarginata. Dopo l’eliminazione, il dibattito si è spostato subito sui vivai: si formano ancora talenti o il problema è più profondo? A rispondere in esclusiva a TuttoAtalanta.com è il direttore tecnico del Sangiuliano, Luca Rizzi, che allarga lo sguardo oltre la superficie e punta il dito su una crisi che parte da lontano, tra cambiamenti sociali, carenze strutturali e un sistema che, sempre più spesso, sacrifica estro e qualità sull’altare del risultato.
LA CRISI DEL CALCIO ITALIANO: STRADA E SOCIETÀ
Luca, dopo la sconfitta della Nazionale si sono accesi dibattiti e polemiche che hanno investito anche i settori giovanili. Che responsabilità hanno davvero i vivai? Il problema è lì o anche nei campionati?
«Quando feci la tesi per il patentino UEFA B, una decina di anni fa, nel prologo avevo scritto che abbiamo smesso di andare ai Mondiali da quando abbiamo tolto i bambini dalla strada – come riferisce in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Io ho 45 anni, sono dell’81: la generazione dopo la mia è quella dei sintetici e dei bambini tutti perfetti. Al pomeriggio non li vedi più giocare. Nei campi e per le strade non c’è più nessuno. Preferiscono playstation e tablet. In altri Paesi, magari con meno benessere, questo non succede. Penso al Brasile, ma non solo: a tutte quelle realtà dove c’è ancora fame di calcio. Non giocando più in strada, si perde il gesto tecnico. Noi avevamo la palla che finiva sotto la macchina e la recuperavamo usando la suola, sviluppando capacità che oggi è impensabile che bambini e ragazzi italiani abbiano. E poi c’è anche un problema di strutture: in Inghilterra, Francia o Germania i ragazzi usano la playstation, ma poi hanno strutture sportive di livello».
Quindi è anche un problema sociale?
«È proprio la base che manca. Al di là che la partita si è incanalata male, noi avremmo anche potuto battere la Bosnia, ma stiamo sempre parlando d’Italia contro Bosnia. Noi siamo la nona potenza industriale del mondo con 60 milioni di abitanti. Io cito sempre l’Uruguay come esempio: tre milioni di abitanti e ogni anno sfornano giocatori di livello mondiale. Dovremmo essere noi quelli che insegnano calcio, ma non siamo più in grado di farlo, né a livello di struttura, né di settori giovanili».
IL PROBLEMA DELLA METODOLOGIA E LA PAURA DI OSAR
Oggi nei settori giovanili non si crescono più talenti? Si punta troppo su tattica e fisicità a discapito della tecnica?
«Io parlerei piuttosto di metodologia. Quando vado alle partite di squadre Primavera o Allievi, non vedo più ragazzi che saltano l’uomo, che provano il dribbling. Mi annoio, sinceramente. Anche chi ha qualità deve fare il passaggio all’indietro, quello giusto, il giro palla. La costante è diventata ormai questa».
Perché si è arrivati a questo? È cambiato il modo di crescere i ragazzi nei vivai?
«È un po’ l’arte dell’orticello. L’allenatore preferisce far vedere che la sua squadra gioca bene, che è ordinata, senza prendere rischi, ma perdendo estro e qualità. Tre anni fa avevo visto Vergara alla Pro Vercelli, in prestito dal Napoli. Nella mia analisi avevo scritto una sola parola: “fenomeno”. Era un 2003, aveva 19 anni. Era ancora un po’ mingherlino, poco strutturato, ma è impensabile che uno non veda il talento di un ragazzo così: la tecnica, la giocata, la finta. Se a giocatori così chiedi lo scarico all’indietro o il passaggio laterale, li perdi per strada. In Nazionale abbiamo giocatori prestanti bravissimi, ma la qualità pura, quella applicata al gioco, non la stiamo più coltivando. Io non credo si tratti di una crisi di talenti. Gli Ahanor nascono in Italia e devono giocare. Non importa di che classe siano. Idem per Pio Esposito. Qualcuno c’è. Serve il coraggio dell’allenatore di coltivare la qualità e della società di dargli fiducia».
Conta solo il risultato?
«Sì, ma non vuol dire che non si possa ottenere anche puntando sui giovani. I risultati si possono fare anche con loro. In Serie D abbiamo l’obbligo di schierare tre giovani, ma spesso finiamo con sei o sette ragazzi in campo. Non è che faccio giocare il giovane perché devo, ma perché mi dà qualcosa. Non mi dà esperienza, ma mi dà brillantezza, incoscienza. Il risultato non deve pregiudicare l’utilizzo dal giovane. Potrà sbagliare una partita, ma la sbagliano anche i “vecchi”. Però spesso con loro si tende a essere più severi».
Quindi il problema è anche la poca fiducia nei giovani? Questo incide anche sulla Nazionale?
«Si predilige un altro tipo di scelta. La scelta, invece, non deve essere tra giovani o risultato. Dobbiamo smetterla di ragionare in questo modo e capire che un ragazzo non è automaticamente più scarso solo perché anagraficamente più piccolo. Serve coraggio e bisognerebbe farlo tutti. Se lo fa Palladino, poi Chivu e poi qualche altro allenatore diventa una cosa naturale e, anche nelle categorie più basse, il giovane bravo gioca. I giovani bravi ci sono. Lo stesso Vergara è stato utilizzato solo perché tutti gli altri erano infortunati. Non farli giocare diventa una giustificazione per gli altri a non farlo. Se invece uno inizia, magari anche gli altri prendono coraggio».
In Serie C e D c’è un obbligo sugli under. Non rischia di diventare più un vincolo che una scelta tecnica?
«Sta nella bravura delle società e dei direttori sportivi andare a prendere i giovani giusti o crescerli in casa. Noi, ad esempio, abbiamo Lupano, un centrocampista del 2006, capitano della rappresentativa di Serie D al Torneo di Viareggio, cresciuto con noi. Gioca davanti alla difesa e troverebbe spazio ovunque perché è bravo».
Quindi la soluzione è scegliere bene i giovani e poi far giocare chi merita?
«Esatto. In ogni ambiente possono esserci criticità, ma nello sport vale sempre una regola: se non meriti, il gruppo non ti accoglie. Noi abbiamo diversi 2007 molto bravi. Lo vedi in allenamento: il gruppo li ha accolti perché sono forti, perché danno sempre il loro contributo».
Quindi la soluzione è nello scouting e nella valorizzazione dei giovani, anche nelle società più piccole?
«Sì, assolutamente. Bisogna lavorare dentro le regole che ci sono. Devi essere bravo a scovare i giocatori giusti, ma anche a scegliere profili adatti al tuo modo di giocare. Se io prendo un giovane che non è funzionale al mio sistema, diventa un problema. Serve attenzione, cura nella scelta, e poi bisogna dargli fiducia. In Serie D c’è l’obbligo dei giovani. Qualcuno usa degli escamotage, tipo quella di schierare il portiere giovane così si libera del problema. Però non funziona così. Faccio giocare i giovani perché se lo meritano. Se finisco la partita con cinque giovani quando l’obbligo è di averne tre, vuol dire che qualcosa di buono lo stanno facendo».
IL MODELLO DELLE UNDER 23 E LO SGUARDO ALLA DEA
Nel caso della Serie A, alcune società hanno trovato una soluzione nelle Under 23, di cui lei è esperto.
«Io sono favorevole alle Under 23. Noi abbiamo giocato contro la Juventus Under 23 qualche anno fa e avevano giocatori di altissimo livello: Huijsen ora al Real Madrid, Barrenechea del Benfica, Soulè della Roma e Yildiz. Ragazzi giovanissimi, ma fortissimi. Per me è una formula che funziona, perché permette loro di confrontarsi con gli adulti. È un passaggio fondamentale. Lo vediamo anche con la squadra B orobica: funziona se serve a dare uno sbocco vero ai ragazzi del settore giovanile. Li tieni e li fai giocare in un campionato vero, competitivo, così vedi se sono pronti per il grande salto. Invece di mandarli in prestito in giro, li tieni dentro un sistema e li fai crescere ancora. Forse la Juventus ha sbagliato a venderli tutti. Per le società che lavorano bene sul settore giovanile, l’Under 23 è uno strumento perfetto. Anzi, a Bergamo forse sarebbe dovuto arrivare anche prima, considerando il livello del vivaio costruito negli anni».
Secondo lei creano squilibri nei campionati o alzano il livello del sistema?
«Io resto a favore. Già il fatto di affrontare squadre blasonate fa respirare a tutti un altro livello. E per realtà più piccole, anche come la nostra, è una soddisfazione. Diventa uno stimolo anche per gli avversari potersi misurare con dei professionisti. Avevo visto Zanon, uno dei nostri, oggi alla Carrarese e che probabilmente andrà a Lecce, fare cose importanti contro l’Under 23. Sono esperienze che ti fanno migliorare, che ti mettono alla prova. In Serie C ci sono 60 società e ogni anno qualcuna salta o è mal gestita. Meglio avere realtà strutturate come le Under 23, che lavorano bene e alzano il livello del campionato. Certo, se diventano troppe allora vanno regolamentate meglio, magari creando un campionato a parte, però sono un’occasione per confrontarsi con i grandi, dove i ragazzi crescono e vivono il professionismo vero, fuori dal settore giovanile dove sei ancora un po’ protetto».
Si aspettava qualcosa in più dalla seconda squadra nerazzurra quest’anno?
«Mi aspettavo che Vavassori spaccasse il campionato come aveva fatto Vlahovic l’anno scorso. Sicuramente il cambio in panchina in prima squadra ha inciso. Cambiano rapporti, dinamiche, giocatori che salgono o scendono. Con Raffaele Palladino è iniziato un nuovo percorso e questo inevitabilmente ha avuto effetti anche a livelli di Under 23, con cui c'è una forte connessione. È uno strumento importante e lo si sta utilizzando bene».
Vi è capitato di seguire qualche giocatore in particolare?
«Sì, abbiamo avuto situazioni in cui abbiamo monitorato dei ragazzi cresciuti a Zingonia. Un nostro collaboratore ci aveva segnalato Ceresoli del 2003, ma il ragazzo poi ha preferito altre piazze più blasonate».
Della prima squadra nerazzurra, invece, cosa ne pensa?
«Secondo me adesso ha rimesso insieme tutti i pezzi e può giocarsi la qualificazione in Champions. La corsa non è ancora chiusa. Se dovesse fare bene a Lecce, poi avrà la gara con la Juventus e tanti altri scontri diretti e, quando è in forma, diventa una squadra difficile da fermare per tutti. Tanto più che ha recuperato diversi giocatori importanti».
Chiudiamo con il suo Sangiuliano. C’è qualche giovane pronto al salto di categoria?
«Io auguro a tutti i miei giocatori di arrivare più in alto possibile. Abbiamo un gruppo che merita tanto. Abbiamo Lupano, un 2006, che non può non fare il salto. Abbiamo Barzago e pure Redondi, che è bergamasco e mi ha impressionato molto. È cresciuto nel settore giovanile dell’Inter e aveva già avuto esperienze in Serie D e anche in C. È un 2003. Ci sono anche altri profili. Decide la società, ma se fosse per me, in caso di richieste, mi siederei a un tavolo per dare a tutti la possibilità di crescere ulteriormente».
Una crisi, quella del calcio italiano, che per Rizzi non nasce oggi e non si risolve con una polemica. Serve tempo, ma soprattutto coraggio: quello degli allenatori nel lasciare spazio alla qualità; quello delle società nel credere davvero nei giovani. I talenti esistono ancora. Il problema è metterli nelle condizioni di emergere. Forse è proprio da qui che deve ripartire il calcio italiano se vuole tornare a guardare al futuro con ambizione.
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