Ascoltare e leggere Roberto Beccantini è come frequentare un'accademia del calcio in cui stile, cultura e competenza si fondono in un'unica, magnetica lezione. Considerato unanimemente come la firma più autorevole del nostro panorama giornalistico, la sua analisi del momento sportivo travalica i confini della singola partita per abbracciare l'intero ecosistema del pallone. Il pretesto è il crocevia infuocato tra l'Atalanta e la Juventus, ma il discorso si dipana in un viaggio affascinante che tocca la rivoluzione tattica, le miserie della Nazionale e l'evoluzione di una Serie A smarrita.
LA SFIDA DI PRIMAVERA: L'ATALANTA SOGNA IN GRANDE - L'imminente duello per un posto al sole europeo si preannuncia elettrizzante. «Una partita bella, croccante come da tradizione», la definisce senza mezzi termini, sottolineando come la Dea sia prepotentemente rientrata in corsa, riducendo a sole quattro lunghezze il distacco dai bianconeri. – come si evince dall'accurata intervista rilasciata a L'Eco di Bergamo – l'atmosfera ricorda i grandi snodi della storia romana: «Siamo arrivati a quella maledetta primavera, alle idi di marzo: c’è da stabilire chi è Cesare e chi Bruto». Se negli ultimi anni i bergamaschi partivano spesso avvantaggiati in classifica, oggi i rapporti di forza si sono parzialmente riequilibrati. Pesano però i precedenti schiaccianti, come il clamoroso poker inflitto allo Stadium dodici mesi fa (prima dell'addio di Thiago Motta) o il netto tre a zero di Coppa Italia dello scorso gennaio. Secondo il cronista, il modesto pareggio dell'andata conta zero, essendo maturato quando a guidare i lombardi c'era ancora Ivan Juric.
PALLADINO, SPALLETTI E IL TABÙ DEL CENTRAVANTI - La rinascita tecnica di entrambe le piazze ha radici comuni: un avvio disastroso e un cambio in corsa provvidenziale. A Bergamo, il club ha dovuto dolorosamente archiviare la breve parentesi dell'allievo di Gasperini per affidarsi al pragmatismo illuminato di Raffaele Palladino; a Torino, la fiducia a Igor Tudor è svanita in fretta per far spazio al ritorno di Luciano Spalletti. Oggi si trovano di fronte, consapevoli che «la verità è che un pari potrebbe non bastare a nessuna delle due». Tra le fila ospiti peserà come un macigno l'assenza per squalifica dell'anarchico ma imprescindibile Weston McKennie, mentre la Dea dovrà sopperire all'indisponibilità di Isak Hien e gestire i cronici acciacchi di Gianluca Scamacca. Sul tema dei bomber, l'analisi è spietata: «La Juve non ha un centravanti. L'Atalanta sa bene quanto sia importante la prima punta dopo aver perso Retegui e i suoi gol. Il calcio rivendica la presenza del centravanti puro, dopo la sbornia del guardiolismo».
I PROTAGONISTI DELLA NEW BALANCE ARENA - Spulciando le individualità che compongono lo scacchiere tattico bergamasco, l'elogio è corale e non si ferma all'attacco, dove Nikola Krstovic viene definito un "artigiano del gol da parrocchia" e Giacomo Raspadori un geniale numero dieci di vecchie memorie. Le chiavi della squadra, secondo l'esperto, risiedono in ogni reparto: dall'affidabilità tra i pali di Marco Carnesecchi alla leadership totale di Ederson e di quel "prezioso archivista" che risponde al nome di Marten de Roon. Menzione speciale per Davide Zappacosta e per la resurrezione atletica di Giorgio Scalvini, pilastro di una rosa orfana del genio di Ademola Lookman ma rimasta prepotentemente nell'élite del calcio grazie alla saggia guida di Palladino, un tecnico dal gioco "semplice e fresco" il cui futuro a Bergamo dipenderà molto anche dal vortice di panchine (Conte in Nazionale?) innescato dalla crisi azzurra.
L'APOCALISSE AZZURRA E LA RIFONDAZIONE CULTURALE - Proprio il disastroso fallimento della Nazionale, incapace di qualificarsi al terzo Mondiale consecutivo (unito alle dimissioni di Gennaro Gattuso e Gabriele Gravina), offre l'assist per una durissima critica al sistema. La colpa non è semplicemente tattica, sebbene il predominio della difesa a tre (salvo se interpretata con ferocia uomo su uomo alla maniera gasperiniana) limiti in parte l'estro offensivo. Il vero problema è culturale e strutturale. «Dobbiamo liberare il talento, da annaffiare nei vivai, in cui abolirei i campionati fino ai sedici anni, lasciando solo la libertà di giocare», tuona la grande firma, scagliandosi contro il dogmatismo tattico (come la costruzione dal basso esasperata) e contro l'ossessione per il risultato imposta a ragazzini che vengono irrimediabilmente "soffocati" in campo.
Parole che suonano come una severa e lucida lezione di sport, pronunciate alla vigilia di una gara in cui, per una volta, i conti milionari lasceranno spazio unicamente al sudore e al fascino eterno del prato verde.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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