Nel calcio patinato delle supercar e degli eccessi, la storia di Thomas Manfredini suona come una melodia stonata, eppure tremendamente affascinante. C'è chi colleziona Lamborghini e chi, invece, preferisce sporcarsi le mani di terra e sudore all'alba. L'ex capitano dell'Atalanta appartiene a questa seconda, rarissima specie. Un uomo che ha conosciuto la polvere dei cantieri prima dell'erba di San Siro, che ha combattuto contro tendini di cristallo e allergie misteriose, trovando la pace non nel lusso sfrenato, ma nel trotto di un cavallo. Un racconto di vita vissuta, di cadute e risalite, con Bergamo scolpita nel cuore come il capitolo più intenso di un romanzo avventuroso.
SVEGLIA ALL'ALBA E NIENTE LUSSO – Il ritratto dell'antidivo emerge prepotente quando si parla di passioni. Mentre i colleghi spendevano i primi stipendi in auto sportive, Thomas investiva in una creatura viva. «Tutto è iniziato con il primo contratto a Udine. Avevo 19 anni e mi comprai Veravia, il mio cavallo. Mi svegliavo ogni giorno alle 4 del mattino per curarlo, tra alimentazione e allenamenti: lo trattavo come un atleta». Niente ville o yacht per il figlio di un meccanico e di una sarta: «Non sono mai stato quel tipo di calciatore col vizio del lusso. Sono stato anche driver e ho vinto più di 100 corse». Una passione viscerale che ha riempito i vuoti lasciati dal calcio.
DALLE IMPALCATURE ALLA SERIE A – Prima di diventare un baluardo difensivo, Manfredini ha conosciuto la fatica vera, quella che spezza la schiena. A 14 anni, lasciata la scuola, il futuro non prevedeva palloni d'oro ma mattoni e pizze. «La mattina facevo il muratore, la sera diventavo fattorino». Poi il calcio, iniziato da attaccante e terzino alla Spal, fino al salto nel grande vuoto: l'esordio in A con l'Udinese a 19 anni contro la Roma. «Giocai benissimo da braccetto - racconta ai microfoni de La Gazzetta dello Sport - . Anni dopo scoprii che il ds giallorosso scese negli spogliatoi per comprarmi nell'intervallo».
BERGAMO E LA SVOLTA TATTICA – Ma è a Bergamo che Thomas diventa grande, nonostante un inizio tortuoso fatto di prestiti. Il destino ha il volto di Gigi Delneri. «Tornai all'Atalanta e il mister mi diede fiducia, trasformandomi da terzino a centrale. La mia carriera svoltò in un Milan-Atalanta: entrai per l'infortunato Talamonti, vincemmo 2-1 e non uscii più dal campo». Da lì la scalata fino alla fascia di capitano, simbolo di un legame indissolubile con la piazza orobica.
IL NEMICO INVISIBILE – La carriera di Manfredini è stata però anche un calvario medico. Rotture del tendine d'Achille, dolori costanti e una diagnosi arrivata tardissimo a Catania: «Ero allergico a crostacei e molluschi. Questo mi causava febbri, bronchiti e infortuni muscolari perché non arrivava ossigeno ai muscoli sotto sforzo». Un handicap fisico che ha limitato un potenziale da Nazionale, in un'epoca dove «la maglia azzurra non era accessibile come oggi, dove bastano cinque partite buone».
GASP, DI FRANCESCO E LA FEDE – Nelle parole dell'ex difensore c'è spazio per i giudizi tranchant sugli allenatori. Miele per l'attuale tecnico della Dea, incrociato a Genova: «Gasperini è una persona straordinaria e diretta. Dice le cose in faccia come piace a me». Veleno puro, invece, per l'esperienza al Sassuolo: «Con Eusebio Di Francesco non mi sono sentito rispettato. Ero a fine carriera, avrò sbagliato i modi, ma fu impossibile instaurare un rapporto». Oggi Thomas allena il Lunano in Promozione e porta sulla pelle San Michele Arcangelo, simbolo della lotta del bene contro il male: l'ultima difesa di un guerriero che ha smesso di correre in campo, ma non nella vita.
Manfredini resta l'immagine di un calcio operaio che ce l'ha fatta, uno che ha preferito la stalla allo showroom e la verità in faccia alle false promesse. Un capitano atipico, forse, ma tremendamente vero.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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