Thomas Manfredini non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi rispettare. Leader silenzioso, vecchia scuola: lavoratore, concreto, sempre pronto a mettere la squadra davanti a tutto. Otto stagioni con l’Atalanta (le prime due in prestito a Rimini e Bologna in B, poi dal giugno 2007 al gennaio 2013 in nerazzurro), 141 presenze e 5 gol a suon di battaglie, sudore e appartenenza. Ha incarnato lo spirito bergamasco: tosto, riservato, sincero. Doppio ex di Atalanta–Sassuolo, a Sassuolo ha vissuto una sfortunata parentesi (gennaio–giugno 2014, 3 presenze). Oggi allena in Promozione, ma resta un simbolo della Dea che non mollava mai.
Thomas, cosa ti resta degli anni all’Atalanta?
«È stata la squadra più importante della mia carriera - confida, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. A Udine ero una promessa e, dopo peripezie e infortuni, l’Atalanta — soprattutto quella di Del Neri — mi ha permesso di tornare in A e dare il meglio. Mi ha ridato la possibilità di rilanciarmi e diventare un giocatore importante, quando negli anni precedenti mi ero un po’ perso».
Delneri è l’allenatore che, nei tuoi anni a Bergamo, ha fatto più la differenza?
«È quello che ha creduto di più in me. Mi conosceva già dai tempi dell’Udinese e ha visto in me qualcosa di utile all’Atalanta. Gli devo tantissimo».
Ti capita di tornare a Bergamo? Sei rimasto in contatto con i vecchi compagni?
«Torno poche volte: la distanza pesa e del mio gruppo a Bergamo non c’è più nessuno, tranne Bellini, che sento ancora, così come altri ex compagni».
Il ricordo più bello in nerazzurro?
«Tanti. Il gol su punizione nel 3-1 al Napoli, con cui c’era forte rivalità: magico. E poi San Siro: feci un fallo duro e i tifosi iniziarono a cantare “Manfredini spaccagli le gambe”. In quel momento hanno riconosciuto in me il carattere tosto dei bergamaschi e sono diventato uno di loro. In campo, ogni tanto, qualche scarpata in più la davo… Ricordo anche quando a San Siro, per l’infortunio di Talamonti dopo 20’, Del Neri mi schierò centrale: fu l’inizio della mia seconda carriera a Bergamo. Da lì nasce tutto ciò che ho fatto dopo».
Sentire i tifosi chiamare il tuo nome che effetto ti ha fatto?
«Le prime due stagioni facevo il ritiro con la prima squadra, poi andavo in prestito: ero praticamente uno sconosciuto. Quando ho avuto la mia chance, l’ho sfruttata. Forse avevo anche le caratteristiche che a Bergamo piacciono: deciso, aggressivo, sempre a sudare la maglia. Il legame con i tifosi — e con la città — è stato fortissimo. E quando si presentò la possibilità di andare altrove, scelsi di restare».
Perché poi te ne sei andato? Non ti sentivi più importante per l’Atalanta?
«No, non è quello. A Bergamo il direttore generale era Pierpaolo Marino, con cui avevo avuto confronti a Udine. Durante la stagione ci furono discussioni e il rapporto difficile ha condizionato la mia scelta».
Scelta non a cuor leggero, dunque.
«Assolutamente no. L’unica cosa che mi alleggerì fu sapere che al Genoa avrei ritrovato Del Neri. Il motivo della partenza fu solo quello: in quella condizione, con lui presente, non riuscivo più a lavorare serenamente. Me ne sono andato per non creare tensioni nello spogliatoio e nella società. In silenzio, senza fare rumore — anche se un po’ se n’è fatto».
La stagione più brutta è stata il 2011/12 del calcioscommesse e del -6?
«A livello sportivo, prima dell’era Gasperini, credo sia stata l’Atalanta che ha fatto meglio. Quella situazione ci aveva compattati e resi al massimo: ne siamo usciti subito. A livello personale ho vissuto un periodo difficile, ma passato quello ho dato una mano come negli altri anni. La stagione più brutta resta il 2009/10: annata travagliata, cambi in panchina, retrocessione in B. Peccato: l’anno prima avevamo fatto bene, ma allora mancava continuità: si saliva e si scendeva. L’obiettivo era la salvezza».
Nel calcioscommesse finisti anche tu, poi prosciolto. Non hai mai voluto toglierti sassolini?
«Non è nel mio carattere. In certe situazioni è meglio tacere per non alimentare discorsi da parte di chi non conosce i fatti. Ho sempre preferito parlare sul campo. E i tempi erano diversi: niente social, tutto avveniva nello spogliatoio, senza sbandierare nulla all’esterno».
È vero che tua figlia si chiama Dea: un richiamo all’Atalanta?
«Cercavamo un nome non abbreviabile. Dea mi piaceva già di suo; il fatto che si potesse associare all’Atalanta era un valore in più, ma non determinante, anche perché mia moglie non è sportiva. Tutto combaciava, e la scelta è stata quella».
La parentesi Sassuolo (2014): che esperienza è stata?
«Tra le più negative della mia carriera. Non avevo un carattere facile e non sapevo stare zitto con allenatori e dirigenti: ho sempre detto ciò che pensavo. A Sassuolo, fin da subito, non mi trovai con Di Francesco e, complice un infortunio serio, fui praticamente fuori rosa. Non un’annata felice, e mi dispiace perché la società è ottima. Ma capita di non trovare chimica con ambiente o tecnico. Con il tempo ho capito che a volte bisogna mordersi la lingua. Ma non l’ho mai fatto».
Che idea ti sei fatto dell’Atalanta di Juric?
«Gli anni con Gasperini sono stati straordinari: oggi l’Atalanta — squadra e società — ha consapevolezza dei propri mezzi. Quest’anno forse non è scattata la chimica con l’allenatore: prendiamo meno gol, ma segnamo poco. Al momento non è più la squadra che poteva vincere contro chiunque: quella era diversa. Dopo un ciclo così lungo è normale un anno di transizione. Non è più la propositiva degli ultimi anni: spero di rivederla presto, ma non è facile. Detto questo, col Marsiglia è arrivata una vittoria enorme, che può dare forza al gruppo e all’ambiente: gara fondamentale contro un avversario difficile. Mi auguro di rivedere l’Atalanta in alto».
Da calciatore, come si esce da un periodo così?
«Dall’esterno è difficile. I ragazzi devono ritrovare serenità. A Bergamo ha sempre fatto la differenza il gruppo: forte, di lottatori. Dopo tanti successi, la mancanza di risultati pesa, così come il cambio allenatore. Riadattarsi non è semplice. Lo dico per esperienza: con Del Neri tutto fantastico; quando andò via, feci un po’ di fatica. Ogni allenatore ha metodi e idee diverse: devi riadattarti, e ci sta che accada ora con Juric — che ha qualche similitudine con Gasp, ma anche metodi suoi. Serve tempo: spero che il gruppo si ricompatti e ritrovi la forza che l’ha reso vincente».
Atalanta–Sassuolo: che partita ti aspetti?
«Il Sassuolo non è facile da affrontare: gioca bene, ha idee, è rapido in avanti e ribalta le azioni con velocità. Sulla carta l’Atalanta è favorita, ma può incidere la stanchezza, pur essendo abituati a giocare ogni tre giorni. Io tifo e credo nella vittoria della Dea».
Manfredini oggi è rimasto nel mondo del calcio?
«Alleno una squadra di Promozione della mia zona, il Lunano, nelle Marche. Mi piace, mi diverte, e mi permette di stare con la famiglia. Se diventerà un lavoro lo vedremo: ho iniziato tre anni fa senza grandi ambizioni. Nei Dilettanti ho scoperto un mondo diverso dal professionismo: i ragazzi lavorano, hanno problematiche diverse. Mi sta aiutando a crescere professionalmente. Avevo appeso le scarpette da un giorno all’altro per un infortunio: cercavo passione e divertimento, e qui li ho ritrovati».
Thomas Manfredini resta l’immagine dell’Atalanta che lottava e non mollava mai. Non uno da copertina, ma uno che in campo lasciava tutto. I tifosi vi hanno riconosciuto il carattere di Bergamo: deciso, leale, vero. Oggi allena lontano dai riflettori, ma la rotta non cambia: fedeltà ai valori, al lavoro, al gruppo. Sempre.
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