Nella Club House del settore giovanile di Zingonia, tra le foto degli scudetti e dei trofei vinti, c’è un volto che torna spesso. È quello di Roberto Selini. Non per caso, ma perché dentro quella storia, fatta di vivaio, intuizioni e crescita, lui c’è stato davvero. Dal 1998, quando Ivan Ruggeri lo volle nel Consiglio d’Amministrazione affidandogli la delega al settore giovanile, fino al 2021, quando è uscito con il passaggio del pacchetto di maggioranza agli americani. In mezzo, oltre vent’anni vissuti dentro il club nerazzurro, attraversando due epoche diverse, ma ugualmente decisive: quella dei Ruggeri e quella dei Percassi. CEO del Gruppo Selini, imprenditore e ancora oggi tra i principali sponsor del club bergamasco, Selini ha vissuto l’Atalanta da dirigente e da azionista, accompagnando la crescita del vivaio anche dopo il passaggio di proprietà nel 2011, pur senza deleghe ufficiali. E oggi continua a seguirla da vicino: da imprenditore, ma soprattutto da uomo di calcio e tifoso nerazzurro.
GLI INIZI E IL SETTORE GIOVANILE NELL'ERA RUGGERI
Roberto, a quando risale il suo ingresso nell’Atalanta?
«Il mio rapporto con l’Atalanta è iniziato nel ’98 – racconta in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –, quando sono entrato nel Consiglio d’Amministrazione. L’allenatore di allora era Lino Mutti e mi aveva voluto Ivan Ruggeri, di cui ero amico. Io sono di Telgate, lui anche. Ci conoscevamo già sia a livello personale che per motivi di lavoro e mi aveva chiesto di dargli una mano a gestire il settore giovanile».
Che esperienza è stata?
«Una bellissima esperienza, anche perché mi ha regalato tantissime soddisfazioni. In sostanza, in quegli anni, con il settore giovanile abbiamo vinto tutti gli scudetti possibili. C’erano Mino Favini e il maestro Bonifaccio, due guru del calcio italiano, riconosciuti a livello nazionale».
Cosa le hanno lasciato?
«Ho imparato tanto. Vedere le partite accanto a Favini, che aveva un occhio diverso, molto più esperto, ha fatto la differenza. Lo ascoltavo, prendevo spunto e mi piaceva vedere le partite con lui, tant’è vero che oggi mi rendo conto di capire di calcio molto più di tanti altri. Ai miei amici lo dico spesso. Non è presunzione. Poi riporto le parole che mi ripeteva Favini e loro sorridono».
I suoi sono stati forse gli anni migliori del vivaio nerazzurro?
«Erano anni diversi, dove la tendenza era quella di far crescere i ragazzi. Oggi c’è meno pazienza e si vanno a prendere dei ragazzi che sono già pronti. Lì invece sceglievamo ragazzini di 7, 8, 10 anni. Era tutto un altro mondo. Certo è che vivere il settore giovanile non ha niente a che vedere con la prima squadra. È un insieme di persone molto unite: è una famiglia sotto tutti gli aspetti. Mi ricordo molto bene Stefano Bonaccorso, che ancora oggi è in Atalanta, e Lucia Castelli. Si era creata veramente una bellissima famiglia, che dava parecchie soddisfazioni».
Ai ragazzi ci si legava?
«Le rispondo con un esempio. Qualche anno fa ero a San Siro a vedere Milan-Atalanta. A un certo punto è entrato nell’hospitality Jack Bonaventura e, passando tra i tavoli, mi ha visto. Sa cosa ha fatto? Mi è saltato al collo. È stato emozionate. Questo dimostra quanto il vivaio nerazzurro fosse una famiglia. Lui era un bambino. Io ero con Favini. Jack è entrato in campo e Favini mi disse "questo diventa di sicuro un fenomeno". Era minuto, ma aveva classe e talento. Ho davvero tanti rimpianti legati al settore giovanile».
IL PASSAGGIO AI PERCASSI E L'EVOLUZIONE DEL CLUB
In che senso?
«Mi manca, anche se sono cambiati i tempi. In quegli anni, nonostante fossi un imprenditore, riuscivo comunque a dedicare del tempo a quest’incarico. Ogni venerdì andavo a Zingonia. Negli anni, però il club è cresciuto. Quando è subentrata, la famiglia Percassi ha cambiato impostazione. È diventato tutto molto più professionale, molto organizzato, molto ragionato al punto tale che ne ho preso spunto anche per le mie attività. I Percassi sono bravissimi e hanno il gusto del bello. Basta guardare come hanno trasformato il centro sportivo di Zingonia. I risultati degli ultimi anni ne sono la riprova. Successi e traguardi inimmaginabili. Quest’evoluzione dell’Atalanta è quasi inspiegabile».
Lei a cosa la attribuisce?
«Investimenti, allenatori, giocatori, direttori sportivi e la regia dei Percassi: ogni singolo elemento ci ha portato a essere oggi una squadra molto rappresentativa. Bergamo è l’Atalanta. Quando vado in giro per l’Europa e dico che sono di Bergamo, mi dicono subito: "Ah, Atalanta". Ci conoscono tutti».
Anche in passato?
«No, prima non era così. Accade da quando abbiamo il palcoscenico delle Coppe europee. E il merito, ripeto, è dell’organizzazione professionale che è stata data al club, dove ogni ruolo è stato affidato a persone davvero capaci».
Lei è rimasto nel CdA anche quando i Percassi sono subentrati alla famiglia Ruggeri.
«Ero l’unico rimasto del mondo Ruggeri e per me è stato un gran riconoscimento di quanto avessi fatto nel settore giovanile. Il presidente Antonio mi aveva chiamato per dirmi che avrebbe messo i suoi uomini nel CdA, ma di portare pazienza perché, sebbene non mi conoscesse personalmente, gli avevano parlato molto bene di me. Dopo qualche mese mi ha chiamato Luca Percassi. Ci siamo visti, ci siamo stretti la mano e sono rientrato nel Consiglio d’Amministrazione, di cui sono stato anche azionista fino a quando il pacchetto di maggioranza è passato agli americani. Io ero molto affezionato alla famiglia Ruggeri. C’era un legame forte, anche durante la malattia di Ivan, ma di fronte ai Percassi bisogna solo levarsi il cappello».
Quando se n’è andato ha ringraziato i Ruggeri per averla fatta entrare nel CdA e i Percassi per averla fatta uscire.
«Era una battuta. C’erano stati malumori sul valore delle azioni da cedere. Io ne detenevo il 5% e rappresentavo un gruppo di amici. La cessione è avvenuta dopo una trattativa corretta, tra persone educate. Io, tra l’altro, avevo sempre tenuto un profilo basso perché mi rendevo conto che tra la cifra che avevo pagato inizialmente e quella che mi era stata prospettata c’era una bella differenza in termini positivi».
Lei ha vissuto personalmente sia l’Atalanta della famiglia Ruggeri che quella dei Percassi. I primi sono stati spesso criticati dai tifosi, i secondi per lo più sostenuti. Entrambi erano e sono innamorati dell’Atalanta?
«I Ruggeri avevano costruito un ambiente più familiare, più diretto, anche perché erano anni diversi. Io li ho vissuti molto da vicino, anche a livello umano, e so quanto ci tenessero. Ogni volta che Ivan arrivava a Zingonia, c’era emozione. Lo definivano burbero, ma non lo era affatto. Ha dato l’anima per i colori nerazzurri. Forse anche il suo malore è stato dovuto al troppo stress accusato. Ruggeri è stato amato dopo, quando davvero si è capito quanto avesse fatto per l'Atalanta. Io ho sempre avuto molto affetto per lui. Con i Percassi possiamo dire che il mondo nerazzurro è cambiato. Il club si è strutturato. L’organizzazione è più moderna, più imprenditoriale. Il primo giorno che Antonio è arrivato a Zingonia, si è messo al centro del campo principale. Si è guardato attorno ed era emozionatissimo. Sono due modi diversi di vivere la società, ma entrambi veri. Oggi magari è cambiato il contesto, ma lo spirito e le fondamenta sono rimaste le stesse».
LA GESTIONE DEI GIOVANI, I TALENTI E L'ATTUALITÀ -
Lei oggi è ancora uno dei principali sponsor, ma quel tipo d’impegno a cui si era dedicato per oltre vent’anni non le manca?
«Mi sono dedicato alla mia attività imprenditoriale che, fortunatamente, dal 2021 a oggi ha avuto una crescita esponenziale, passando da 100 a 600 dipendenti. Mi sono dedicato al lavoro, ma ho mantenuto i rapporti e continuo a seguire l’Atalanta, anche nelle trasferte europee insieme a un gruppo di amici. Due anni fa ho fatto la convention della mia società allo stadio ed è stato proprio bello perché ci sono state persone che hanno visto ambienti e spazi dello stadio che altrimenti non avrebbero potuto visitare».
Ma lei era già atalantino prima di entrare nel CdA?
«Sì, da parecchio tempo. Ero abbonato in tribuna laterale e buttavo l’occhio verso la tribuna d’onore. Poi ci sono arrivato anch’io. Devo essere sincero. Questa squadra mi ha regalato tante soddisfazioni sia a livello personale che professionale. Mi ha permesso di allacciare contatti importanti e quando mi presentavo nel mio lavoro da tifoso, l’affare si concludeva nel giro di pochi minuti. Non faccio nomi per non rischiare di dimenticare qualcuno, ma siamo veramente un bel gruppo, molto legato. E visto che siamo soprattutto imprenditori, posso dire che il nostro core business è proprio l’Atalanta, che è sempre nel mio cuore, nella mia testa».
Tornando al settore giovanile, c’è qualche ragazzo su cui lei avrebbe scommesso da subito?
«Ce ne sono stati parecchi. A me è sempre piaciuto molto Matteo Ruggeri. Magari non è bello da vedere, ma è grintoso. Una squadra non può essere solo bella. Ci vuole anche quello. E anche nelle ultime partite di Champions ha giocato e fatto bene. Io, comunque, ho sempre difeso tutti i nostri ragazzi dalle critiche e continuo a farlo tuttora. Hanno una classe e una tattica molto importante, che li rende diversi da quelli cresciuti altrove. Mino Favini la chiamava "varfe". Erano le iniziali delle 5 caratteristiche che dovevano avere i nostri ragazzi: velocità, altezza, resistenza, forza fisica ed elevazione. E poi dovevano essere bravi a scuola, che non voleva dire avere otto in tutte le materie, ma essere prima di tutto educati e rispettosi. L’educazione era fondamentale, così come l’impegno scolastico, altrimenti si faceva panchina».
Anche i «campioncini»?
«Assolutamente. In una finale con l’Inter, il nostro centravanti, la punta di diamante, non giocò perché in semifinale si era comportato male negli spogliatoi. Favini mi chiese d’intervenire durante un allenamento per rimproverare la squadra e poi non lo fece giocare. C’era molta disciplina e ancora oggi si vede. I nostri ragazzi sono belli, ordinati, educati».
I numeri del settore giovanile quali erano?
«In un anno i nostri 80 osservatori vedevano circa 25.000 ragazzi. Quelli selezionati erano un migliaio. Di questi, 100 venivano tenuti sotto osservazione e a volte venivano a Zingonia ad allenarsi, ma ne prendevamo solo 10 all’anno. E solo uno e mezzo arrivava in prima squadra. A volte nemmeno uno».
Quindi lei è stato particolarmente felice di vedere la Primavera nerazzurra vincere la finale di Coppa Italia settimana scorsa.
«Tantissimo. Mi ha riportato alla mente l’ultimo scudetto che avevamo vinto con la Primavera a Parma nella stagione 2019/2020. C’è una foto che mi ritrae in campo con Antonio Percassi a festeggiare. Avevo vinto tutto con il settore giovanile. Mi mancava solo il titolo di Campione d’Italia Primavera».
LA STAGIONE EUROPEA, IL FUTURO E LA SQUADRA AMATORI
Prima parlava delle trasferte europee: c’era a Dublino?
«È stata la partita più emozionante, la trasferta più bella. Strepitosa, anche per il risultato finale. Del resto, segnare tre gol così… Davvero la più bella di tutte».
Questa stagione, invece, come la sta vivendo?
«So che rischio di andare controcorrente, ma per me vedere l’Atalanta tra le prime 7-8 squadre del campionato italiano è qualcosa di straordinario. Ricordiamoci di quanto soffrivamo in passato. Io sono contento. Siamo una squadra provinciale, con i bilanci sempre a posto. Se guardiamo chi abbiamo davanti o gli investimenti che fanno le altre squadre, non possiamo non ritenerci soddisfatti. Noi siamo un miracolo».
Quindi non è deluso?
«Assolutamente no. Tanti forse non ricordano le sofferenze degli anni passati. Io sì. Chiaro che quando ci si abitua bene, si vorrebbe fosse sempre così. Avrebbe fatto piacere a tutti chiudere con una classifica diversa, ma aspettiamo. Il campionato non è ancora finito. Poi so che ci sono tanti nostalgici di gente ormai passata, ma tutto è stato fatto per delle ragioni. Colpi di testa o scelte affrettate i Percassi non ne fanno».
Lei vorrebbe che mister Palladino restasse?
«Non mi sembra che abbia fatto male e noi abbiamo bisogno di un allenatore emergente, giovane. Diamogli credito. Poi solo società e mister sono a conoscenza di determinate dinamiche e bisogna capire quali sono gli umori all’interno. A volte dall’esterno è difficile spiegarsi certe situazioni, ma all’interno dello spogliatoio sono chiare».
Lei lo sa bene. Il calcio l’ha anche giocato.
«A livello amatoriale dai 25 fino ai 60 anni, fino al periodo del Covid, con la squadra degli amatori Calcio Telgate. È stata una bellissima esperienza. Ancora oggi, due volte alla settimana ci alleniamo, anche se siamo rimasti in pochi. Io non mi sono mai fermato. Quando avevo 20 anni giocavo nell’Intim Helen, in C2. Ero un giovane di prospettiva, ma poi ho dovuto lasciare per dedicarmi all’azienda di famiglia. A 25 anni mi si è presentata l’occasione di una squadra amatoriale. Siamo partiti e l’abbiamo mantenuta per oltre 30 anni, ma in modo molto serio. Avevamo il preparatore, due allenamenti a settimana, le divise. Facevamo il campionato provinciale, regionale, nazionale. Siamo andati anche all’estero. Con noi giocavano anche ex giocatori importanti come Lele Messina e Marco Ceccilli. Giocavano contro lo Stezzano di Moro, contro Mutti, gente che era stata in Serie A. Il calcio insegna tanto. Lo spogliatoio ti fa gioire e soffrire».
Roberto, con il Milan che partita si aspetta?
«Io mi aspetto una bella partita. Sono quelle partite che si preparano da sole. Il Milan è sempre il Milan, però l’Atalanta ormai se la gioca con tutti. Dipende tanto dall’atteggiamento, da come la squadra entrerà in campo. Io dico sempre che non dobbiamo mai perdere la nostra identità, perché quando giochiamo come sappiamo possiamo mettere in difficoltà chiunque. Poi è chiaro che ci sono valori importanti dall’altra parte, però ce la giochiamo. Queste sono partite belle anche da vivere, perché lo stadio risponde, la gente c’è e quindi mi aspetto una gara vera».
Per chiudere, se potesse scegliere, un profilo come Palestra se lo porterebbe a casa?
«Sì, ma non so se gli altri ce lo lasciano fare. Lo guardo in campo e mi ricordo quando avevo chiesto a Favini come mai i ragazzi del nostro settore giovanile giocassero con tanta tranquillità quando arrivavano in prima squadra. Lui mi rispose che sono talmente abituati a fare bene che quando arrivano in prima squadra sono tranquilli. L’esperienza nel settore giovanile nerazzurro li porta a essere sereni anche quando compiono il salto. Se li osserviamo, sono tutti talentuosi, molto tecnici. Mino Favini mi ha davvero fatto conoscere il calcio. Pensi, anche a distanza di anni, lui si emozionava ogni volta che un ragazzo superava la porticina che divideva il campo del settore giovanile da quello della prima squadra».
Tra numeri, ricordi e aneddoti, il filo resta sempre lo stesso: l’Atalanta come identità. Quella che Selini ha visto nascere e crescere nel settore giovanile, quando bastava un’intuizione per riconoscere un talento, e quella di oggi, diventata modello organizzativo e riferimento anche fuori dai confini italiani. Due mondi diversi, ma con la stessa radice. E, al di là dei ruoli cambiati e delle stagioni passate, oggi come allora, tra una trasferta europea e un impegno da sponsor, Roberto Selini resta lì. Dove è sempre stato. Dentro i colori nerazzurri.
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