È il suo giorno. Dalla sala conferenze della New Balance Arena, con al fianco l'amministratore delegato Luca Percassi, Cristiano Giuntoli si è presentato per la prima volta al popolo nerazzurro nella veste di direttore sportivo, aprendo di fatto un ciclo completamente nuovo dopo un decennio irripetibile. Un lungo faccia a faccia con la stampa in cui il dirigente toscano ha spiegato le ragioni della scelta, la filosofia con cui intende plasmare la squadra affidata a Maurizio Sarri e le priorità di un mercato che a Bergamo è già entrato nel vivo. Tra la volontà di trattenere i gioielli di casa, il futuro di Ederson ormai orientato verso la permanenza e la centralità del settore giovanile, Giuntoli ha tracciato la rotta della sua Atalanta.
Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com
Direttore, perché ha scelto l'Atalanta?
«Sono molto felice di essere qui con voi, orgoglioso e onorato, perché rappresento un club molto, molto importante. Devo ringraziare tantissimo Luca, per il quale nutro una grandissima stima per tutto quello che fa: credo sia, se non il più importante, uno dei più grandi manager d'Italia di aziende di calcio, in assoluto. È un motivo per cui ho accettato dopo un secondo. Ringrazio la proprietà, in nome e per conto di Antonio Percassi, di Stefano e di Luca, perché mi hanno accolto veramente come un figlio. Quando uno guarda l'Atalanta da fuori non può che innamorarsene: se penso ad Antonio Percassi, da dove è partito, un ragazzo che veniva dalla montagna, gioca nelle giovanili, arriva in prima squadra, ne diventa capitano e poi presidente, credo sia la dimostrazione che il presidente è il primo tifoso. Lui lo è veramente, e trasmette un'energia incredibile. Si è visto negli anni, per quello che hanno costruito, con una cantera che ci invidia tutto il mondo, piena di gioielli, capace ogni anno di sfornare tantissimi calciatori non solo per il calcio italiano, ma per quello europeo e mondiale. Mi ci rivedo nella mia storia, fatta di risultati abbinati a una sostenibilità: e chi meglio della famiglia Percassi, che ha sempre reinvestito tutte le eccedenze tra ricavi e costi? Per me è il massimo lavorare con un club così, dove ogni giorno posso confrontarmi e parlare di calcio con qualcuno che veramente capisce».
La stagione che comincia segna un nuovo corso: nuovo ds, nuovo allenatore, una filosofia opposta a quella dell'ultimo decennio. I Percassi le hanno chiesto di riportare subito l'Atalanta in Champions? E dopo lo scorso weekend, ci sarà ancora spazio per Ederson?
«Andando per gradi: quando sono arrivato, si è discusso subito di ritrovare una forte identità. Crediamo di aver scelto un allenatore che sia un capostipite di quel tipo di gioco, completamente diverso dal precedente, ma capace di rappresentare una strada chiara e netta. Questo mi hanno chiesto. L'Atalanta è sempre stata un club che non ha mai dichiarato obiettivi, con grande umiltà, eppure tante volte è riuscita a fare cose straordinarie. Noi dovremo continuare a seguire quel segno: forte identità, grande umiltà, e strada facendo verranno i nostri obiettivi. Su Ederson siamo rimasti stupiti ma contenti: l'ho seguito per tanti anni e adesso ho la possibilità di averlo con noi. Lui è molto contento di rimanere, stiamo parlando con i suoi agenti per continuare insieme e siamo molto fiduciosi».
Ci spiega meglio il percorso che vi ha portato a scegliere Sarri?
«Ripeto: perché ha un'identità chiara. Le sue squadre si riconoscono nel suo modo di fare, di vivere il calcio, di interpretarlo. Si passa da una marcatura a uomo stretta a un orientamento completamente sulla palla. Un'identità chiara, un'altra strada, ma altrettanto chiara».
Il cambio tattico impone una rivoluzione profonda della rosa, oppure si può pensare di rivalutare alcuni giocatori in posizioni diverse?
«Noi crediamo, poi lo dirà lui tra qualche giorno, che la squadra sia molto forte, a livello di organico e di qualità. Si tratta di capire bene certe posizioni e certi calciatori, ma siamo convinti che all'interno di questo club, non solo nella prima squadra, ci sia tanta roba, tanti giocatori molto bravi. Siamo molto fiduciosi».
Ci racconta la sua versione della vicenda Koopmeiners?
«Stavo parlando in maniera corretta con l'Atalanta e con il calciatore, poi da lì non se n'è fatto più nulla. Niente di più».
Quanto peserà la qualificazione alla prossima competizione, con l'eventuale incognita dei playoff, nell'impostazione della rosa? E come ha gestito l'impatto, avendo detto di voler mettere subito mano alla squadra?
«Quando si comincia un percorso nuovo ci sono punti di riferimento nuovi. Nel club ho trovato grandissima umanità, un'accoglienza incredibile, grande professionalità. È sul campo che cambiano le cose, ed è quello che conta di più: quel tipo di calcio prevede situazioni combinate diverse anche fuori dal campo. Alla fine, come sempre, conteranno i risultati. Ma a me tiene dire una cosa: porterò la mia esperienza e tutto quello che ho al servizio dei tanti ragazzi che ho già trovato qui, tra scout, manager, dirigenti, segretari. Ho trovato una società incredibile, fatta ad hoc per un direttore sportivo come me, che ama lavorare e confrontarsi ogni giorno. Per me è il massimo».
Due nomi: cosa vede nel futuro di Scamacca e come intende impiegarlo? E, dopo il Mondiale di De Ketelaere, non teme possano arrivare offerte importanti?
«Onestamente pensiamo che non ci possano essere, perché sono la conseguenza di una squadra forte. Crediamo in Scamacca, crediamo in Scalvini, crediamo in De Ketelaere, crediamo in Raspadori: crediamo in tutti i giocatori che fanno parte di questa squadra. Le mie scelte sono dettate anche da altro, perché faccio il dirigente e devo aiutare il mister, ma siamo venuti con la consapevolezza che la squadra sia forte. E non vogliamo toccare nessuno».
Si passa da un calcio giocato ad altissimi livelli per anni a un'idea diversa: quali difficoltà potreste incontrare all'inizio? E su Alajbegović a che punto siete?
«Le difficoltà, quando fai un cambio così radicale, ci saranno: non sarà una passeggiata di salute. Le richieste sono completamente diverse da prima, quindi servirà un periodo di adattamento da parte dei calciatori. Ma siamo consapevoli delle difficoltà e altrettanto convinti di poter prendere la strada corretta e ritrovare un'identità diversa, ma chiara. Di opportunità ce ne sono tante, si raccolgono tante informazioni: in questo momento però stiamo valutando bene quelli che abbiamo, per inserirli al meglio nel nuovo contesto. Non stiamo pensando tanto al mercato».
Ci svela il nuovo metodo di lavoro che ha portato in Atalanta? E il passo indietro dell'Union ha cambiato le priorità a centrocampo, soprattutto se Ederson dovesse restare?
«Ripeto più o meno le stesse cose: siamo molto contenti che Ederson possa rimanere e felici che il ragazzo resti con noi. Lui è contento, stiamo lavorando alle questioni pratiche per chiudere. Sul calcio, di segreti ce ne sono pochi: cambia velocemente in campo, e anche fuori le dinamiche sono differenti, ma alla fine è sempre il lavoro quotidiano che ti porta ai risultati. Dobbiamo fare un percorso: non sarà un evento, sarà un cammino da compiere in campo, con il mister e con i ragazzi».
Il suo lavoro si è sempre fondato su sostenibilità e competitività, e l'Atalanta li incarna: quanto il contesto attuale può esaltare questi fattori e l'ambizione della società?
«L'Atalanta ha scritto pagine storiche incredibili proprio con questi principi. Forse qualche pagina l'ho descritta anch'io: adesso proviamo a scriverne insieme di nuove. È un po' questo il senso».
Dopo la cessione più importante in uscita, quella di Palestra, il sostituto potrà arrivare dall'interno? Pensa a un prodotto del vivaio?
«In questo momento non è corretto fare nomi, perché dovrei citarne troppi: i ragazzi si sono dimostrati un gruppo vincente. Dal punto di vista tecnico-tattico ci penserà il mister, con le loro qualità, e lì non ci sono problemi. Dal punto di vista relazionale sono stati straordinari nella disponibilità. Tutto questo ci fa pensare solo a cose positive».
Alla Juventus ha lavorato con un Under 23; qui trova un progetto ancora più ambizioso, con tanti giovani del vivaio. Avrà voglia di inserirne sempre di più, tornando alle origini dell'Atalanta come fabbrica di talenti?
«Sicuramente. Il settore giovanile mi ha spinto fortemente a venire: ho visto l'Atalanta dimostrarsi una squadra vera anche lì. Abbiamo già fatto progressi importanti con alcuni ragazzi e stiamo continuando a lavorare in quella direzione. L'Under 23 è molto importante, perché permette di lavorare in casa con i propri prodotti e poi di mandarli a fare esperienza in squadre di categoria: quello svezzamento con i grandi ci consente di avere un prodotto più pronto. E serve il coraggio, da parte di noi dirigenti, di mettere dentro i ragazzi. Credo che la strada sia corretta e sono contentissimo di continuare questo percorso».
Lei ha portato in Italia giocatori quasi sconosciuti, poi rivelatisi scoperte clamorose. Sta seguendo qualche profilo del genere anche adesso?
«Credo che un direttore si veda dagli acquisti, ma anche da mille altri fattori. Sono stato tanti anni nello scouting e, con il tempo, le opportunità aumentano. È chiaro che il mercato non sempre ti propone certi calciatori: staremo molto attenti a riportarne qualcuno, se possibile, ma soprattutto dobbiamo capire bene cosa abbiamo in casa, perché in casa abbiamo dei veri gioielli».
Circa un anno fa l'Atalanta ha investito in modo importante su un giovane come Ahanor, e di recente si sono rincorse diverse voci: qual è la posizione della società sul ragazzo?
«Come dicevo, non stiamo guardando fuori: siamo alla finestra, ma non vogliamo cedere i nostri gioielli. Vogliamo crescere, progredire e farlo insieme a loro».
Il Mondiale quanto può aver aperto all'Atalanta in termini di profili interessanti? E come è cambiato il mercato italiano negli ultimi dieci anni, tra trasformazioni geopolitiche ed economiche?
«Il Mondiale rappresenta sempre uno show di grandissimi giocatori e di situazioni importanti. Però credo che l'Atalanta debba andare a scavare anche fra i calciatori che disputano campionati magari minori, che non sono ancora così arrivati. Sul mercato è tutto sempre più difficile: nella globalizzazione europea, di fronte alle multinazionali, dobbiamo acquisire ingegno e lavorare sempre sul settore giovanile».
Prima diceva che non volete cedere i gioielli e ne citava tanti: ci metterei anche Carnesecchi. Ha avuto modo di parlargli? Che sensazione ha avuto, sapendo che è uno dei più chiacchierati sul mercato?
«Assolutamente, sono d'accordo con voi. È un nostro gioiello, siamo molto contenti di lui, è un punto di forza. Non abbiamo intenzione di cederlo: vogliamo continuare con lui e adattarlo a un nuovo modo di pensare il calcio. Pensiamo che possa fare tante cose».
Dal 2015 lei è arrivato a Napoli insieme a Maurizio Sarri, con cui ha vissuto un triennio. In questi anni avrà mantenuto i rapporti: cosa ha trovato di diverso nell'evoluzione del suo gioco e nel suo modo di affrontare il campo?
«Con Maurizio ho un grande rapporto personale, per bene. È una persona molto intelligente, che si mette sempre in discussione. L'ho trovato, come tutti noi spero, cambiato in meglio. Ho visto come si è adattato alla situazione della Lazio, che non era semplice, dove c'erano calciatori forse non così adatti al suo modo di pensare il calcio, eppure è riuscito a fare stagioni straordinarie. L'ho trovato più aperto, con tanti ragazzi nuovi, aggiornatissimo: siamo molto contenti e orgogliosi di lavorare con lui».
C'è qualcosa che l'ha stupita in queste prime settimane a Zingonia, nel modo di lavorare o nelle strutture?
«Avevo un'idea e l'ho trovata confermata: grande lavoro, grande applicazione. Luca, lo ripeto, è un grande dirigente, uno dei più grandi: stargli al fianco è un onore e ogni giorno si impara qualcosa. Lo ringrazio ancora una volta. Ho trovato tante persone applicate e di grande talento, quindi niente di diverso da quello che mi aspettavo».
Spesso, quando si scelgono dirigenti o allenatori, la tifoseria non è vicina: nel suo caso, come per Sarri, l'ambiente ha reagito bene. Una responsabilità in più. Cosa ha provato varcando il cancello di Zingonia, avendo vissuto anche l'esperienza di Carpi, una realtà piccola diventata grande?
«È sempre stata una grande emozione: ho sempre desiderato lavorare all'Atalanta, veramente. Sento anche una grande responsabilità: mi sento orgoglioso, ma altrettanto responsabile, perché rimanere a questi livelli e continuare non sarà facile, lo sappiamo. Sarà un percorso difficile e duro, ma siamo convinti di potercela fare».
A Napoli ha lavorato con la famiglia De Laurentiis, che ha una storia simile a quella dei Percassi: entrambe hanno preso un club in difficoltà e lo hanno portato a conquistare un trofeo europeo e non solo. Vede punti in comune tra le due storie?
«Sono due realtà straordinarie che hanno talento e sanno riconoscere il talento. Entrambe hanno un forte ascendente sul lavoro, sul quotidiano, sull'applicazione. Credo che ogni esperienza mi abbia arricchito molto e mi abbia portato più vicino al mio modo di essere».
È partito dal calcio di provincia, da Spezia e Carpi, portando in Serie A calciatori che con lei erano in B, fino ad arrivare alla Juventus, forse il club più prestigioso d'Italia. Questo percorso che unisce l'alto e il basso cosa le dà? Sente di aver acquisito un bagaglio a tutto tondo? Ed è vero che il calcio è ovunque uguale, ma poi il contesto fa la differenza?
«È chiaro che ogni posto ha le sue difficoltà. Ma alla fine le grandi motivazioni e le grandi passioni ce le ho dentro di me: cerco sempre di dare il massimo e non sono mai contento. Mi metto sempre in discussione, ho quella tensione interna che ti spinge a fare tante cose. I posti sono diversi, ma le passioni dentro sono sempre le stesse».
Ci fa un po' di chiarezza sulla trattativa Palestra e su come si è arrivati alla cessione, con la concorrenza in corsa per il vuoto ora aperto sulla corsia destra?
«È stata una trattativa aperta e siamo stati corretti in tutto. C'era la concorrenza per il calciatore: si tratta di due club così importanti, di grande visibilità. Noi siamo stati super corretti con tutte e due».
Quaranta miunti di parole misurate, in perfetto stile Atalanta: nessun proclama, molta umiltà e una linea inequivocabile. Giuntoli ha consegnato l'immagine di un dirigente innamorato del progetto, deciso a proteggere i gioielli di casa e a costruire una nuova identità con Sarri senza smarrire le radici che hanno reso grande la Dea. Il messaggio è chiaro: identità, sostenibilità e coraggio nel valorizzare i giovani. La rivoluzione è cominciata, ma senza strappi.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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