Ci sono legami che vanno oltre il calcio, oltre le maglie, oltre i novanta minuti. Quello tra l’ex difensore nerazzurro Daniele Capelli, il «Muro di Grumello», è uno di questi. Cresciuto a Zingonia, con gli occhi rivolti alla curva dove da bambino sognava di indossare la maglia nerazzurra, ha disputato sei stagioni all’Atalanta, collezionando 130 presenze e 4 gol. Non solo un giocatore, ma un capitano, un bergamasco vero che ha vissuto la Dea come appartenenza, sacrificio e orgoglio. Una storia che il calcio moderno raramente racconta, ma che Bergamo non dimentica.
Daniele, tra i tanti ricordi in nerazzurro, scegline uno.
«È difficile - confida, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Sono tanti, troppi. Sicuramente la promozione in A nel campionato 2010/11 con l’arrivo della famiglia Percassi è uno dei momenti più belli, perché l’ho vissuta da protagonista con tantissime presenze. Ma non posso dimenticare l’esordio in Serie A, il 2 febbraio 2005 a San Siro contro l’Inter».
Cosa significa per un ragazzo bergamasco, cresciuto nel vivaio, giocare in prima squadra e portarne la fascia da capitano?
«È il massimo del successo. Fino all’esordio in A avevo vestito solo la maglia dell’Atalanta. Anche quando andavo in prestito, il mio obiettivo era sempre tornare a Bergamo. Portare la fascia è stato un grande orgoglio e una grande responsabilità. Non sono solo bergamasco, non solo cresciuto in quella squadra: ero anche un tifoso. Da ragazzino andavo in Curva a vedere l’Atalanta. Vi lascio immaginare cosa abbia significato».
Quando eri in Curva, chi era il tuo idolo?
«Ho visto tanti campioni: Montero, Carrera… Ma se devo sceglierne uno, dico senza dubbio Gianpaolo Bellini. Da ragazzini prendevamo insieme il pulmino per andare agli allenamenti. Poi ho avuto la fortuna di giocare con lui in prima squadra. Lo ammiro per la carriera, per l’essere stato un punto di riferimento: bergamasco vero, atalantino vero. È una di quelle storie che non si vedono più: un giocatore fedele a una sola maglia. Solo a pensarci mi emoziono».
Atalanta è gioia ma anche dolore: due gravi infortuni hanno condizionato la tua carriera.
«Uno nel novembre 2011, l’altro a marzo 2012, appena rientrato. Era il mio momento migliore: eravamo in Serie A dopo aver vinto la B, avevo giocato tutte le prime 11 partite da titolare, con la fascia al braccio. Poi l’infortunio con il Siena ha segnato l’inizio di due anni molto difficili. Sono rimasto all’Atalanta ma non ho più giocato fino all’ultima partita del 2013/14».
Come si riparte dopo un periodo così lungo?
«È complicato. Io sono ripartito in B, con il Cesena, perché in ritiro a Zingonia era evidente che ero indietro rispetto agli altri. Non ero pronto né fisicamente né mentalmente. Ho fatto un passo indietro e Cesena è stata la mia fortuna: lì è iniziata la mia seconda carriera. Divido la mia vita calcistica in due parti: pre e post infortunio».
Non resta il rammarico per come poteva andare senza quegli stop?
«Un po’ sì. Forse avrei potuto restare più anni in Serie A. Dopo quegli infortuni ho fatto ancora solo una stagione nella massima serie, con fatica. Ma a Cesena ho vissuto una realtà splendida, simile a Bergamo, con persone speciali, un gruppo unito e la promozione in A. Ancora oggi siamo in contatto».
Hai visto la nuova Atalanta di Juric: che impressione ti ha fatto?
«La guardo con occhio da allenatore. Mi è piaciuta. Con un cambio così radicale non è mai facile, le aspettative sono alte. Io stesso avevo qualche dubbio, non sull’allenatore ma sul peso delle attese. Il livello ormai è altissimo. Per me la squadra farà un’ottima stagione, ma serve tempo e fiducia a Juric».
In classifica dove la collocheresti?
«Credo che si giocherà ancora l’Europa League, forse anche la Champions».
Le ultime partite hanno mostrato qualche limite difensivo. È il reparto che soffre di più?
«Più che di difesa parlerei di fase difensiva. Il gioco di Juric, come quello di Gasperini, ha falle. Anche con Gasperini si soffriva dietro, ma l’attacco faceva la differenza. Serve equilibrio, che arriverà con il tempo».
Su chi scommetteresti in difesa?
«Su Hien, senza dubbi. È perfetto per il gioco di Juric, come lo era per quello di Gasperini. È fisico ma anche intelligente. Penso alla partita con il Napoli dello scorso anno: marcò Lukaku, più potente di lui, ma lo affrontò con intelligenza».
La prima giornata ha confermato Inter e Napoli favorite per lo scudetto?
«Sì, ma non escluderei Juventus e Milan. E attenzione alla Roma: Gasperini è un maestro, ha la squadra che voleva, ma serve tempo e pazienza. Se gliela concederanno, farà molto bene».
Dopo Pisa, sabato c’è Parma-Atalanta: che partita ti aspetti?
«Aperta. Il Parma gioca davvero a calcio. L’Atalanta non cambia atteggiamento: gioca sempre all’attacco. Mi aspetto ogni risultato, anche se la vedo favorita, soprattutto con Scamacca in crescita. È un talento italiano che va aspettato e protetto. Prevedo una vittoria, ma non sarà semplice».
Oggi cosa fai?
«Dopo aver smesso, ho iniziato ad allenare. Lo scorso anno ho guidato la Real Calepina in Serie D, poi mi hanno proposto il settore giovanile. Ora ne sono responsabile e alleno anche gli Esordienti. È un doppio ruolo che mi permette di crescere. Con i ragazzi vivi un percorso diverso: il viaggio è il loro e tu devi metterti da parte. Manca l’adrenalina delle prime squadre, ma fa parte del gioco. Nel futuro credo tornerò ad allenare i grandi».
Daniele Capelli non ha solo indossato la maglia dell’Atalanta: l’ha difesa con grinta e amata da tifoso. Dalla Curva al campo, dalla fascia da capitano al dolore degli infortuni, ha vissuto la Dea sulla pelle. Oggi costruisce sogni per i più giovani, ma certe storie non finiscono: si trasformano. E in ogni bambino che sogna la maglia nerazzurra c’è un po’ di Daniele. Perché per chi è bergamasco vero, l’Atalanta non è solo una squadra: è tutto.
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