Cinzia Omacini, 64 anni, proprietaria del B&B La Dea di Bracca, non è semplicemente una tifosa dell’Atalanta: ne è l’anima pulsante. Nerazzurra "dalla culla", portata allo stadio in groppa al papà quando aveva appena tre anni, ha trasformato la passione in identità, casa e vita quotidiana. Il suo B&B è diventato un vero museo che custodisce maglie storiche, bandiere e perfino una pietra della vecchia Curva Nord, conservata in un barattolo come una reliquia sacra. Cinzia non è la tifosa che recita le formazioni a memoria: è quella che sente tutto sulla pelle. Vive l’Atalanta come il primo amore: istinto, cuore e appartenenza assoluta, senza pause né compromessi.
Cinzia, riavvolgiamo il nastro: quando è nata questa passione viscerale?
«Sono atalantina da quando avevo tre anni - racconta, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. È un'eredità di mio papà. Mi portava allo stadio sulle spalle. Avrebbe voluto portare mio fratello, ma lui preferiva altri sport, così toccò a me. Non eravamo una famiglia benestante, papà faceva sacrifici enormi, ma allo stadio non mancavamo mai. Iniziai in gradinata con lui e i suoi amici, poi, appena maggiorenne, passai in Curva Nord. Da allora il mio posto è sempre lì: attaccata al vetro, dopo la porta, proprio sotto il megafono. A dire il vero, non so nemmeno dove sia il mio seggiolino numerato».
Da allora è sempre stata abbonata?
«Ho fatto delle pause solo per le maternità. Ho quattro figli ed era difficile conciliare lavoro, famiglia e stadio, ma appena ho potuto sono tornata "a casa", all'Atalanta».
Il gene nerazzurro è passato anche ai figli?
«Sì, sono tutti atalantini. Pietro, il più piccolo, ha 22 anni e viene allo stadio con me».
È vero che, agli inizi in Curva, lei era una mosca bianca?
«Sì, ero l’unica donna in Nord e suonavo anche il tamburo. Stavo seduta sulla balconata e mi alternavo con un ragazzo a dettare il ritmo».
Cos’è l’Atalanta per Cinzia Omacini?
«È il primo amore. Quello vero, quello che ti senti addosso, sulla pelle. Per me una domenica senza stadio, senza Atalanta, non è domenica».
Il suo B&B La Dea è praticamente un santuario...
«L’ho aperto 15 anni fa e dentro c’è tutta la mia storia. Ci sono le maglie storiche, le sciarpe, le foto, le bandiere, i ricordi miei e di mio padre. C'è tutto il mio mondo».
Mai avuto ospiti di altre fedi calcistiche?
«Certo. Proprio settimana scorsa è arrivata una coppia di genoani, ma ho amici ovunque. Spesso i clienti mi chiedono perché il B&B si chiami così, poi vedono tutto nerazzurro e domandano se sono dell’Inter. Per carità, non scherziamo! Sono due cose ben diverse. Una volta arrivò un tifoso dell’Hellas con la fidanzata per la partita contro l'Atalanta. Mi aveva vista sui social e si era portato apposta due sacche piene di gadget del Verona. Siamo rimasti amici».
L’Atalanta come collante sociale?
«Sì, nascono belle amicizie. Come quella con Claudio (Galimberti, il Bocia, ndr). Guai a chi me lo tocca. Non merita quello che sta passando, sta pagando per tutti e per delle goliardate che non hanno fatto male a nessuno. Questa storia mi logora. Quando vado al mare passo sempre a trovarlo. Ha il cuore spezzato. Anche lui è entrato allo stadio per la prima volta quando era solo un bambino».
Da dove arrivano tutte quelle maglie storiche?
«Alcune le compro, altre sono regali dei giocatori, magari ricevuti durante le trasferte».
Il pezzo del cuore?
«Era quella di Stromberg. Purtroppo dico "era" perché l’avevo stesa ad asciugare e non l’ho più ritrovata. Un dolore immenso».
Lei macina chilometri anche in Europa?
«Quest'anno sono stata a Francoforte e ho già prenotato per il Belgio. Non è facile col B&B: a volte devo chiudere per un paio di giorni, altre mi aiutano mio marito e mia figlia. È faticoso da gestire, ma ne vale la pena. Io all’Atalanta devo andare. Ci vado anche con 38 di febbre».
La trasferta indimenticabile?
«Dublino, senza dubbio. Vivere una finale così alla mia età ha un sapore diverso rispetto a quando ne hai venti. Al primo gol mi sono sentita male, mi mancava il respiro: ho dovuto prendere subito una pastiglia per la pressione. Al secondo gol stavo per svenire e mi sono messa sotto la lingua il cortisone che uso per l'allergia alle api. Al terzo gol non potevo prendere più niente... ho solo respirato e urlato di gioia. È stato bellissimo, un'emozione quasi insostenibile».
Suo marito la segue?
«No, lui è un "Gobbo", anche se simpatizza. Giocava in porta a Zogno, in una squadra di tutti juventini. È contento quando vinciamo, ma quando la Juve batte l’Atalanta finisce in punizione per una settimana (ride, ndr)».
Come ha vissuto la sfida col Chelsea?
«Il primo tempo l’abbiamo giocato bene, poi quel gol... credevo fosse fuorigioco. L’ho riguardato di notte perché dopo le partite di Champions non chiudo occhio. Se vinciamo è anche peggio: riguardo foto, video, mi resta addosso un’adrenalina che non va via. Mi succede anche la notte prima della gara per l'agitazione. Comunque non mi aspettavo di battere i Campioni del Mondo, al massimo speravo in un pareggio. E poi che tenacia De Ketelaere! Fortissimo. Allo stadio porto una sciarpa del Belgio regalata da un'amica proprio per lui».
Lei è citata con il suo B&B nel volume 4 di “Atalanta folle amore nostro”, ma anche nel libro “L’onorevole mononeuronico”, rispettivamente di Daniele Belotti.
«Pagina 142! Si racconta di un’esultanza un po' folle sul 5-0 al Milan: per festeggiare mi aveva sollevato la maglia. Siamo entrambi un po’ matti».
Di solito come esulta?
«Ho un rito: porto una sacca con le maglie dei giocatori che potrebbero segnare. Se fanno gol, estraggo la maglia corrispondente e la mostro esultando».
Palladino le piace?
«Molto. Invece Juric non mi è mai andato giù, una questione di pelle. Ero talmente nervosa con lui in panchina che ho ricominciato a fumare dopo quarant’anni. Ora che sono più serena sto cercando di smettere di nuovo».
E Gasperini? Le manca?
«Sono arrabbiatissima. Lo "amavo" per quello che ha fatto qui, ma è cambiato tutto. Se n’è andato senza salutare la Curva, affidando il congedo a una lettera sul giornale. Una delusione enorme, non riesco a perdonarlo. Lui mi conosce. Quando tornerà a Bergamo con la Roma voglio guardarlo negli occhi mentre va verso il tunnel. Noi tifosi meritavamo rispetto, anche se la colpa dell'addio è della proprietà americana e di Luca Percassi, che a differenza del padre non ha l’Atalanta cucita addosso. Troppo spesso si pensa solo ai soldi. Io invece per la Dea darei tutto. L’ho seguita in Champions, in A, in B e in C. È la mia vita».
Ha sofferto in questo avvio di stagione?
«Parecchio. Ma se la squadra scende in campo con l'atteggiamento visto col Chelsea, possiamo scalare la classifica, prenderci il quarto posto e tornare in Champions».
Per Cinzia l’Atalanta non è una squadra, è una direzione interiore. Una fede che non conosce categorie, sostenuta con la febbre addosso, con il cuore in gola e notti insonni. Da quando aveva tre anni, non ha mai smesso di esserci. La sua non è una passione ragionata, è vita vissuta. Fatta di pelle d’oca, sacrifici, lacrime ed esultanze. Di un’esistenza intera colorata di nerazzurro.
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