Luca Messi è uno di quei bergamaschi che hanno trasformato la determinazione in destino. Ex pugile professionista, capace nel 2005 di volare fino a Chicago per giocarsi il Mondiale WBA, oggi è titolare del Centro Medico Ponte e si presenta con lo slogan che sintetizza meglio di ogni biografia la sua metamorfosi: «Prima li spaccavo, adesso li sistemo». Un percorso che parte dal calcio, il suo primo amore, e che lo riporta idealmente ai colori nerazzurri: la sua prima palestra, la storica Bergamo Boxe, sorgeva infatti dentro lo stadio dell’Atalanta. Lì ha mosso i primi passi sul ring e ha visto allenarsi campioni come Denis. Una coincidenza che ha cementato un legame speciale con la Dea, osservata oggi con l'occhio di chi sa che nello sport, sul prato come sul quadrato, la testa conta sempre più delle gambe.
Luca, anche per te, come per la maggior parte dei ragazzini italiani, il primo sport è stato il calcio.
«Sì, ero un terzino - confida, in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com -, ma con scarsi risultati».
E poi cosa è scattato? Come ti sei avvicinato al ring?
«Ero piuttosto aggressivo in campo. Quando giocavo a pallone, m’interessava soltanto che l’uomo che marcavo non toccasse la sfera. Poi, pian piano, ho capito che preferivo gli sport individuali, dove il protagonista ero io e dove tutto dipendeva esclusivamente da me».
Chi ti ha messo i guantoni per la prima volta?
«È stata una mia decisione autonoma. Con la boxe ho trovato il modo d’incanalare la rabbia innata che avevo dentro, la mia aggressività, e ho cambiato totalmente carattere».
A che età hai iniziato?
«Tardissimo per gli standard. Avevo già 18 anni».
Eppure sei arrivato a disputare un Mondiale negli Stati Uniti.
«Se avessi iniziato da bambino, magari sarei diventato Campione del Mondo davvero (ride, ndr). Ero portato per la boxe e ho trovato una nuova vita. Prima lavoravo in fabbrica, facevo l'operaio e non mi piaceva. Volevo emergere, diventare protagonista in qualcosa. Grazie al pugilato ci sono riuscito».
Oggi sei rimasto nel mondo dello sport, ma in un’altra veste.
«Come imprenditore. Sono titolare del Centro Medico Ponte, un centro di medicina dello sport a Ponte San Pietro. Parallelamente, faccio lezioni private e tengo un corso amatoriale di preparazione alla boxe in una palestra del paese. Ho allievi di ogni età, bambini e adulti. Soprattutto donne: credo sia dovuto all’insicurezza dei tempi moderni e alla necessità di imparare a difendersi, oltre al fatto che il pugilato è una valvola di sfogo eccezionale. Con un paio di ore di allenamento scarichi stress, tensione e rabbia».
Recentemente hai donato al Comune la cintura vinta da Angelo Rottoli.
«Angelo era stato campione d’Europa dei pesi massimi leggeri nel 1987, ed è scomparso a causa del Covid. Avevo chiesto a uno dei suoi fratelli di recuperare la cintura di quella vittoria per valorizzarla. L’ho restaurata e incorniciata; ora che il palazzetto dello sport di Ponte San Pietro è stato intitolato a lui, ho deciso di donarla all’Amministrazione affinché venga esposta lì, nel luogo che porta il suo nome».
Sei stato l’ultimo italiano a disputare un Mondiale in America.
«Sì, uno dei pochi nella storia e l’ultimo in ordine di tempo».
È stata la tappa più importante della carriera?
«Quando da piccolo vedevo Rocky in tv, mi chiedevo come potesse un italiano partire da solo e arrivare in America per giocarsi il titolo. Era un sogno chiuso a chiave nel cassetto. Quel cassetto l’ho riaperto a 18 anni. Sembrava irraggiungibile, eppure, anno dopo anno, ci sono arrivato: il 13 agosto 2005 ero sul ring di Chicago a contendere il titolo mondiale dei superwelter ad Alejandro Garcia».
Qual è la vittoria che senti più tua?
«Sembrerà strano, ma è proprio quella sconfitta mondiale. In quel momento ho realizzato il sogno della mia vita: esserci era già vincere. Quando sono salito sul ring dello United Center, con lo speaker che urlava il mio nome all'americana davanti a 25.000 persone, ho avuto i brividi. Un’emozione indescrivibile. Sono passati vent'anni e per l’occasione sono tornato a Chicago proprio lì, dove avevo combattuto. Mi è venuto da piangere. Ero con mia moglie: vent'anni fa era venuta a vedermi come semplice tifosa, oggi ci siamo tornati da marito e moglie».
L'avversario più forte?
«Sicuramente Garcia, il campione del mondo».
E il più difficile?
«L’avversario più difficile sei sempre tu stesso. Devi vincere le tue paure prima di quelle di chi hai di fronte».
Che rapporto hai con i colori nerazzurri?
«Da buon bergamasco mi sento atalantino. La curiosità è che la mia prima palestra, nel 1993, si trovava proprio all’interno dello stadio. Negli anni, quando ho iniziato a gestirla, venivano ad allenarsi anche i giocatori dell’Atalanta. L’ultimo è stato German Denis».
Crescere dentro lo stadio ha influenzato il tuo approccio?
«Mi ha avvicinato un po’ di più al calcio, anche se continuo a preferire la dimensione individuale».
Ci sono valori che accomunano boxe e calcio?
«Se devo essere sincero, il mondo del calcio mi ha un po' deluso: troppi tafferugli, troppi incidenti e soprattutto troppo business. Preferisco l'etica del ring».
Si dice che la boxe sia metafora della vita. A te cosa ha insegnato?
«Che volere è potere. Se ti sacrifichi e ti impegni, le cose accadono. Io sognavo il mondiale, ho iniziato a pensarlo, a volerlo, e alla fine l'ho preso. Sacrifici e rinunce sono stati tanti, ma ne è valsa la pena».
Sdoganiamo la leggenda della parentela con Lionel Messi?
«La mia famiglia viene da un paese tra Ancona e Pescara, proprio come quella di Leo. I suoi parenti sono emigrati in Argentina, i miei in Svizzera e Francia prima di arrivare a Bergamo. Quando venne a Milano col Barcellona, tramite Denis mi fece sapere che voleva incontrarmi, sapendo delle origini comuni. Ci siamo visti in hotel a Milano e gli ho regalato un paio dei miei guantoni».
Nella boxe si vince prima con la testa. Quest’anno l’Atalanta sembra soffrire proprio lì. Qual è la differenza tra preparazione fisica e mentale?
«Se sei preparato fisicamente ma non mentalmente, è come non esserlo affatto. Nel 2012 disputai l'Europeo a Sheffield contro Ryan Rhodes completamente svuotato. Avevo avuto problemi burocratici con la licenza medica italiana e combattevo con licenza francese: il mio unico obiettivo era dimostrare alla Federazione che potevo combattere, non vincere il match. Ero allenatissimo, ma mentalmente scarico. Persi per KO tecnico. Il corpo c'era, la testa no».
Quanto conta nel calcio saper "resettare" dopo un colpo subito?
«È fondamentale, come nella vita. Se vai al tappeto, devi rialzarti, guardare l'avversario negli occhi e rimetterti in guardia. Subito».
Come vedi l’Atalanta attuale?
«Ha avuto difficoltà, ma è fisiologico. L’Atalanta è una provinciale che ha toccato il cielo con un dito; ora si sta un po’ ridimensionando. Non si può pretendere che vada sempre oltre i propri limiti».
Dobbiamo accontentarci?
«È come per un pugile: dopo aver vinto il titolo mondiale facendo il match della vita, ha bisogno di staccare la spina e riprendere fiato per tornare a certi livelli».
Tu eri soprannominato "Bomber".
«Sì, fu il mio allenatore americano a sceglierlo la prima volta che andai negli USA. Non avevo un soprannome e lui mi battezzò così».
Chi è il "Bomber" dell'Atalanta per te?
«Per me resta Caniggia. Indimenticabile».
Pronostico per Cagliari-Atalanta?
«2-0 per l’Atalanta. Alla faccia dei miei amici sardi».
La storia di Luca Messi è quella di un uomo che ha trasformato la rabbia in disciplina e un sogno impossibile in un volo per Chicago. Dalle sue parole emerge una verità universale: la forza non è mai solo muscoli, è soprattutto testa. Vale sul ring, dove un match può sfuggire nonostante l’allenamento perfetto, e vale per l’Atalanta, che forse oggi paga dazio più nella mente che nelle gambe. L’insegnamento del pugile di Ponte San Pietro è semplice e potente: andare al tappeto può capitare a tutti, campioni compresi. La differenza la fa solo chi ha la forza di rialzarsi e rimettersi in guardia.
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