Forse non tutti lo sanno, ma quella tra Moris Carrozzieri e l’Atalanta è una storia che comincia da ragazzino, quando a 13 anni venne scovato da Mino Favini e portato a Zingonia, e che si compie da uomo, a 26 anni, con il ritorno in nerazzurro e la consacrazione in Serie A. Difensore “vecchio stampo”, arcigno, fisico, pronto a battersi su ogni pallone, Carrozzieri – all’Atalanta per due stagioni (2006/07 e 2007/08, 42 presenze e 3 gol) – è stato uno di quei giocatori capaci d’incarnare alla perfezione lo spirito atalantino: sacrificio, cuore e identità. L’hanno capito subito i tifosi nerazzurri che, al suo arrivo, lo hanno accolto con un entusiasmo unico incoronandolo alla Festa della Dea con lo sportello di un’auto e proclamandolo il loro “carrozziere”. Un gesto che racchiude il rapporto speciale che ancora oggi lega l’ex difensore nerazzurro – poi direttore sportivo – a Bergamo.
Partiamo dal tuo arrivo a Bergamo: come sei stato accolto?
«Non bene. Benissimo - confida, in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Mi hanno invitato subito alla Festa della Dea ed è stato stupendo. Ero sul palco e stavo parlando ai tifosi quando, da dietro, è arrivato il Bocia che mi ha messo uno sportello di macchina addosso e ha detto: “Lui sarà il nostro carrozziere”».
Conoscevi già mister Stefano Colantuono, che tu hai anche definito come un padre per te.
«È stato lui a volermi a Bergamo. Viviamo a 20 chilometri di distanza: io a Giulianova e lui a San Benedetto del Tronto. Ci vediamo spesso tuttora. Per me è stato un secondo padre. Oltre all’Atalanta, mi ha portato anche a Palermo. Per lui io e i miei compagni abbiamo dato il massimo. È uno a cui non puoi mai dire di no, perché ti fa stare bene e, per qualsiasi problema, ti aiuta. È una persona eccezionale».
Che anni sono stati quelli in nerazzurro?
«Sono state due stagioni molto belle. Sia il primo anno con Colantuono sia il secondo con Delneri abbiamo ottenuto buoni risultati e il gruppo era spettacolare: da Zampagna a Vieri e Doni. Ci sentiamo tuttora: abbiamo ancora il gruppo “Atalanta” e ci sentiamo tutti, ma con Cristiano più di tutti perché abbiamo giocato insieme anche nella Sampdoria per due anni».
Quindi ti capita di tornare a Bergamo?
«Certo. Sono stato anche a giocare a padel al centro di Cristiano Doni. E poi a Bergamo ho tanti amici, soprattutto nella zona di Urgnano. Uno su tutti, Flavio Ubiali, che tuttora è un mio grandissimo amico, uno dei più cari. Avevo costruito tanti rapporti. Ho legato tantissimo a Bergamo».
La gente ti riconosce?
«Mi riconosce e ne vado orgoglioso. Fa sempre molto piacere».
Scegli un ricordo su tutti con la maglia nerazzurra.
«Il primo gol in Serie A contro il Siena. Segnammo io e Bobo Vieri, che rientrava dopo il suo infortunio».
Cosa ha significato l’Atalanta nella tua carriera professionistica?
«È stata la mia consacrazione per poi fare il salto in una grande squadra. E se ci fosse stata una società ambiziosa come quella di oggi, probabilmente sarei rimasto. In quegli anni l’obiettivo era la salvezza e io sono andato a Palermo perché potevo giocare anche in Europa. Arrivò la richiesta, l’Atalanta aveva la possibilità di fare cassa e io andavo in una piazza che, in quel momento, aspirava a obiettivi più importanti. Resta il fatto che, se la Sampdoria è stata il punto di partenza, l’Atalanta è stata la consacrazione e il punto di lancio verso una grande squadra».
Eri un difensore fisico, arcigno: a Bergamo i tifosi hanno sempre amato questo profilo. Era il contesto ideale per esprimerti?
«Piacevo molto ai tifosi perché i ragazzi della Curva sono attaccatissimi alla maglia e io sono sempre stato uno che, quando scendeva in campo, lottava per la maglia, la sudava. Si poteva vincere, pareggiare o perdere, ma l’importante era sapere di aver dato tutto e uscire dal campo a testa alta. Io piacevo perché ero uno di quelli che, per farmi prendere gol, mi dovevano abbattere».
Per il tuo ruolo, che differenza c’era tra il calcio di Colantuono e quello di Delneri? Quale era più adatto a te?
«Erano due metodi di gioco diversi. Colantuono giocava più a uomo, mentre Delneri a zona e le prime dieci partite furono difficili un po’ per tutti: dovevi muoverti in base alla palla e, se uno sbagliava un movimento, saltava tutta la catena difensiva. Si trattò di imparare i movimenti».
Qual è l’attaccante che ti ha messo maggiormente in difficoltà?
«A livello fisico Ibrahimovic. Ma ho affrontato Ronaldo, Ronaldinho, Totti, Del Piero, Kakà, Shevchenko. Era un altro calcio».
In che senso era un altro calcio?
«Erano tutti giocatori forti, mentre oggi il livello è sceso tantissimo».
Perché secondo te? A cosa lo attribuisci?
«Uno dei motivi è che i settori giovanili stanno morendo, soprattutto per l’arrivo di tanti stranieri. Faccio un esempio: prima una squadra come il Cagliari aveva Langella, Abeijon, Suazo, Zola, Esposito, Loria, Storari e lottava per non retrocedere. Oggi la squadra che avevo io a Palermo o all’Atalanta potrebbe anche vincere lo scudetto. A Palermo c’erano Pastore, Dybala, Tavaglini (sic), Miccoli, Simplicio, Bresciano, Liverani: oggi vincerebbero lo scudetto. A Bergamo con me c’erano Vieri, Inzaghi, Bombardini, Zampagna, Doni, Floccari, Loria, Guarente: oggi si andrebbe in Uefa (Europa League), mentre all’epoca ci giocammo la salvezza, pur arrivando a metà classifica. Il livello era molto alto».
Spiegami perché dici che i settori giovanili stanno morendo.
«Arrivano troppi stranieri. Guardiamo l’Inter dell’ultimo scudetto: i nostri ragazzi non hanno più possibilità di emergere. E poi è cambiata la mentalità. Non ci sono più i ragazzi di una volta: noi tornavamo da scuola, buttavamo lo zaino e tutti in piazzetta a giocare. Oggi, subito PlayStation e telefonini. Non si è più disposti a fare sacrifici. E anche i genitori sbagliano: vedono tutti i figli fenomeni, ma solo 1 su 40.000 arriva in Serie A. Devono capire che non sono tutti forti. Se vuoi fare l’avvocato, studi e lo diventi; nel calcio non funziona così. Non puoi svegliarti una mattina e decidere di fare il calciatore: servono sacrifici e si attraversano momenti difficili. È dura».
Tu ne hai avuti?
«Sono arrivato all’Atalanta la prima volta a 13 anni: mi aveva preso Mino Favini dal Giulianova. Stavo alla Casa del Giovane. Sono rimasto otto mesi, poi mi sono rotto il ginocchio. Ho fatto riabilitazione, ma avevo perso troppo tempo e sono tornato a casa. Quando poi sono tornato in Serie A, avevo 26 anni. Andai a Zingonia a firmare il contratto, incontrai Favini e lui mi disse: “Hai visto che su di te non mi ero sbagliato?”».
In prima squadra avevi ritrovato compagni del vivaio?
«Bellini, Pellizzoli, Raimondi. Ho ritrovato Donati alla Sampdoria. Ho ritrovato anche Dalla Bona».
Secondo te che differenza c’è tra la tua Atalanta e quella di oggi?
«Prima cosa, è cresciuta a livello societario. Poi sono due calci diversi: oggi non vedi più uno come Vieri. Il calcio è più veloce, anche fisico. Prima vedevi le giocate di Totti, Del Piero, Ronaldinho: oggi le vedi molto meno».
Già in passato avevi detto che Percassi avrebbe portato l’Atalanta ai livelli delle grandi.
«Progetti e lavoro pagano. Gasperini, nove anni fa, aveva perso cinque delle prime sette: qualunque presidente l’avrebbe esonerato, ma non Percassi, perché aveva costruito un progetto preciso con uno degli allenatori più bravi nel mixare esperti e giovani. Gli ha dato tempo. Percassi aveva un orizzonte a cinque anni e i risultati sono arrivati. L’Atalanta è sempre tra le prime in Italia e ha vinto un’Europa League. Ci sono presidenti che vogliono tutto e subito, ma non è detto che poi si vinca».
È stato giusto cambiare?
«Dopo nove anni, sì. È giusto che un allenatore faccia il suo percorso. Gasperini è andato a Roma per cambiare aria, non per vincere lo scudetto: oggi quella giallorossa non è più la squadra di una volta. Oggi Roma e Atalanta sono allo stesso livello. Anzi, forse qualcosa in più l’Atalanta, che è organizzata e ha una società seria. Non che quella romana non lo sia, ma per me oggi l’Atalanta è al livello di Juve, Inter, Milan. Prima eravamo i “muratori” che lavoravano per salvarsi; oggi si parte con l’obiettivo Europa».
Sarà possibile raggiungerlo anche quest’anno?
«Juric è il figlioccio di Gasperini: giocava già come lui e ora ha trovato una squadra che giocava quel calcio. È avvantaggiato, anche se poi in campo vanno i giocatori. L’Atalanta ha preso un allenatore che fa lo stesso gioco di Gasp e parte con lavoro già fatto. Il campionato è appena iniziato, ma secondo me farà bene e può arrivare tra le prime quattro, giocandosela con Milan, Juve, Inter, Napoli e poi metto Roma e Fiorentina».
La difesa nerazzurra finora che impressione ti ha fatto?
«L’Atalanta ti dà la sensazione di essere sempre presente: non va mai in difficoltà, non è mai sprovvista, perché è abituata a questo campionato. Son cambiati giocatori, allenatore, staff, ma il metodo di gioco è quello».
Da Atalanta–Como cosa ti aspetti?
«Una bella partita, perché il Como non è più una scommessa: a livello societario ha uno dei dieci presidenti più ricchi al mondo. Hanno un grande allenatore, la squadra è messa bene e, per me, il Como arriverà tra le prime dieci. Ma spero che vinca l’Atalanta».
La storia di Moris Carrozzieri con l’Atalanta è quella di un cerchio che si chiude: da ragazzino di 13 anni accolto a Zingonia da Mino Favini, costretto dall’infortunio a ripartire da casa, a uomo di 26 anni tornato per consacrarsi in Serie A e affrontare i più grandi attaccanti del campionato. In mezzo, sacrifici, cadute e risalite. Resta un messaggio chiaro: a Bergamo Carrozzieri ha trovato la sua vera identità calcistica. L’Atalanta non è stata solo la squadra che l’ha lanciato nel calcio che conta, ma il luogo dove ha imparato a lottare, sudare e sentirsi parte di una famiglia.
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