Ventitré anni e l’energia di chi ha fretta di raccontare il mondo. Melissa Braka è un volto che non passa inosservato: brillante, curiosa, determinata. Fresca di laurea in Scienze della Comunicazione e già testimonial dell’ultima Strabergamo, Melissa si sta ritagliando uno spazio importante nel panorama locale: editor junior per Bergamo Economia Magazine, collaboratrice de L’Eco di Bergamo e Bergamo TV, e voce del calcio dilettantistico per Val Brembana Web. Tifosa viscerale, cresciuta a pane e Atalanta grazie a mamma Miriam, oggi unisce la passione per i colori nerazzurri alla lucidità della cronista, costruendo un percorso fatto di studio, presenza e ambizione.
Melissa, ti occupi principalmente di cronaca, ma il calcio è il tuo filo conduttore. Da dove nasce questo legame?
«È un'eredità di famiglia - racconta, in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Mia mamma è sempre stata un’atalantina sfegatata e mi ha trasmesso questa fede: lei più di tutti, insieme ad alcuni amici di famiglia. Non ho mai giocato a calcio, ma amo guardarlo, viverlo. Seguo l’Atalanta con passione, ma mi piace moltissimo anche il calcio dilettantistico e l'atmosfera dei tornei di provincia».
Mamma Miriam ti portava allo stadio fin da piccola?
«Sì, lei è sempre andata in curva. Mi racconta spesso che, alla mia età, usciva di nascosto di casa pur di andare alla partita. Il suo idolo assoluto era Stromberg: nell'ultima gara dello svedese a Bergamo, mamma ebbe la fortuna di scendere in campo per donargli i fiori, un ricordo che custodisce gelosamente. Fino al Covid siamo andate spesso allo stadio insieme. Oggi vado con i miei amici, anche se il lavoro mi tiene spesso impegnata nei weekend. Quando non posso esserci, recupero in tv: spesso ci ritroviamo dopo le partite della squadra del mio paese, che gioca in Seconda Categoria, per guardare tutti insieme l’Atalanta».
Tra tutte le partite vissute sui gradoni, qual è quella del cuore?
«Mi è rimasta dentro quella dell'addio al calcio di Cristian Raimondi, nel 2017 contro il Chievo. Non tanto per il match in sé, quanto per l’atmosfera incredibile di quel giorno. Ero in Curva: avevamo preparato una coreografia con delle magliette di cartone da sollevare al cielo tutti insieme. È stato un momento di unione bellissimo. Quei cartoncini li conservo ancora».
Sei una che vive la partita compostamente o ti lasci trascinare?
«Io grido, urlo, tifo. Mi piace vivere l'esperienza dello stadio fino in fondo, immergendomi totalmente nell'energia dei tifosi nerazzurri».
Eri presente in Atalanta-Fiorentina. Che impressione ti ha fatto la squadra dal vivo?
«È stata una vittoria fondamentale, soprattutto per il morale e per smuovere la classifica. Una vittoria pesante, sudata. Abbiamo sbagliato diverse occasioni, e anche la Fiorentina ne ha avute: se avessero segnato subito loro, la gara avrebbe potuto prendere una piega diversa. Ma in questo momento contava solo vincere per riportare serenità nell’ambiente dopo la parentesi Juric».
Possiamo definirla la partita della svolta?
«C’era bisogno di ossigeno, ma andrei cauta con la parola "svolta". Abbiamo battuto una Fiorentina ultima in classifica, ancora a secco di vittorie e in un periodo forse più complesso del nostro. Tuttavia, aver visto una squadra più sicura dei propri mezzi mi fa ben sperare per il futuro».
Cosa ha portato, secondo te, la cura Palladino?
«Sicurezza e stabilità. Ho apprezzato molto che abbia schierato la stessa formazione titolare per due partite consecutive. Per me è un segnale cruciale: serve a dare fiducia al gruppo. È una dinamica che osservo anche nel calcio dilettantistico: cambiare continuamente l'undici iniziale finisce per confondere le idee ai giocatori. Certo, con impegni ravvicinati il turnover sarà necessario, ma aver dato subito un’identità precisa e aver ridato fiducia a Scamacca sono mosse che mi piacciono».
Il gol di Lookman ha sancito la pace con i tifosi? Che sensazione hai avuto dal campo?
«In quel momento l’euforia del gol ha travolto tutto e abbiamo esultato insieme, ma non so se si possa parlare di pace fatta. Certi strappi sono difficili da ricucire del tutto. Non è impossibile, certo: Lookman ha dato tantissimo all'Atalanta e viceversa. Si può arrivare a una tregua, ma un gol alla Fiorentina non basta a cancellare la ferita. Detto questo, io non sono una persona che mette la croce sopra a prescindere: lui resta un patrimonio tecnico importante per la squadra».
Fai parte della nuova generazione di tifosi. È vero che oggi, alla luce dei trionfi recenti, è "più facile" tifare Atalanta rispetto agli anni delle salvezze sofferte?
«Quando ero piccola, il bombardamento mediatico era tutto per Milan, Inter e Juventus, quindi per un bambino era facile scivolare verso le big. Negli ultimi anni l’Atalanta si è imposta in Italia e in Europa, è vero, ma non credo che il tifoso nerazzurro la scelga per i risultati. Lo fa per identità. La maggior parte dei tifosi della Dea sono bergamaschi: c'è un legame di sangue con la città che manca altrove. Quando le strisciate vincono lo scudetto, spuntano tifosi da tutta Italia. Quando abbiamo festeggiato l’Europa League, in piazza c'erano i bergamaschi. L’Atalanta è Bergamo, a prescindere dalla classifica, ieri, oggi e domani. La tifi perché ti appartiene, ce l'hai dentro».
Dove vedi la Dea a fine campionato?
«Spero almeno in zona Europa League. La Champions quest’anno la vedo davvero difficile, se non impossibile. La partenza è stata a handicap, ma c’è tempo per rimediare. È successo anche con Gasperini di partire male e poi risalire».
E lo scudetto?
«Spero lo vinca la Roma. Mi piacerebbe per Gasperini, perché qui a Bergamo ha dato tutto».
Sei cresciuta, calcisticamente parlando, con il ciclo del Gasp. Che rapporto hai con la sua figura?
«In camera ho ancora il poster della stagione 2016/17, quella della prima storica qualificazione in Europa. Sono cresciuta con il suo calcio. Con lui ho un rapporto di amore e odio: non sono una che lo difende a spada tratta, ma se vincesse il tricolore sarei felice per lui, per gratitudine. Nella sua vittoria ci sarebbe anche un pezzo della nostra storia. Un allenatore, come chiunque di noi, ha il diritto di fare scelte diverse per la propria carriera. A noi resta comunque una società solida e una rosa forte».
Ora arrivano Genoa in Coppa Italia e Verona in campionato. Bastano due vittorie per capire il reale valore della squadra?
«Servono per fare punti e morale, ma il vero valore si vedrà negli scontri diretti con le big, quelle con cui negli ultimi anni ce la siamo giocata alla pari. Contro Genoa e Verona partiamo favoriti, ma eviterei giudizi affrettati. Aspetterei un filotto di partite più lungo prima di dire che siamo guariti».
Il tuo giudizio su Palladino?
«Mi piace, ma lasciamolo lavorare in pace. Penso a Juric: è vero che ha fatto male, ma quanto è difficile lavorare in una piazza dove tutti ti puntano il dito contro fin dal primo giorno, aspettando solo il fallimento? Essere paragonati eternamente a Gasperini è un peso enorme. Con Palladino questo pregiudizio sembra minore. Se Juric avesse perso 3-0 a Napoli sarebbe successo il finimondo. Non voglio giustificarlo, ma non ha avuto vita facile».
Calcio e giornalismo: qual è il sogno nel cassetto di Melissa Braka?
«Il sogno è la conduzione televisiva. Mi piacerebbe molto condurre un telegiornale, perché amo la cronaca, la politica e l’attualità, ma anche una trasmissione sportiva; adoro la dinamica dello studio. Parallelamente, vorrei portare il giornalismo sui social per avvicinarlo alla mia generazione: raccontare le notizie in prima persona, con un linguaggio diretto. Ho aperto un canale TikTok, Melissaa.braka, dove sperimento questo formato, raccontando sia le news che la mia giornata lavorativa».
Melissa Braka è l'esempio di una professionalità giovane che unisce entusiasmo e concretezza, senza mai perdere il contatto con le proprie radici. Ha gettato basi solide nel giornalismo locale e continua a costruire il suo futuro un passo alla volta, con la curiosità di chi vuole capire il mondo e la passione di chi non dimentica da dove viene. Che sia in uno studio televisivo o sugli spalti della New Balance Arena, la sua è una voce destinata a farsi sentire.
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