Un gol che mancava da due anni e un'intervista che va ben oltre la cronaca. Nella notte della Timsah Arena, dove l'Italia ha chiuso il primo tempo avanti di tre reti prima del 4-1 finale sulla Turchia, Davide Frattesi ha firmato il raddoppio azzurro e si è poi concesso a lungo ai microfoni di Rai Sport. Il centrocampista ha raccontato il valore di una vittoria che tiene vivo l'entusiasmo, ha analizzato i meccanismi offensivi della nuova Nazionale e ha affrontato senza giri di parole il tema che lo accompagna da anni: il minutaggio a intermittenza e l'etichetta di semplice incursore. In chiusura, un ringraziamento sentito al suo allenatore alla Lazio, Rino Gattuso. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com

Davide, non può essere un caso: nove gol in Nazionale sono tanti, e questo arriva dopo due anni di digiuno.
«Sì, era tanto che non segnavo, appunto. Quindi ci tenevo, ma ci tenevo soprattutto a dare una risposta sul campo, come tutti gli altri ragazzi, al brutto esordio dell'altra sera. Credo che stasera abbiamo fatto le cose per bene, abbiamo fatto divertire i nostri tifosi, quindi siamo molto contenti».

Che cosa è scattato dentro questa squadra per trasformarsi in questo modo?
«Fondamentalmente il fatto che rischiavamo di perdere un po' di entusiasmo, quello che si era ricreato intorno a questa gestione. Quindi oggi era fondamentale, perché con un'altra sconfitta poi bisognava andare in Francia e diventava complicato. È una vittoria buona perché si tiene il morale alto, si tiene l'entusiasmo che sta tornando: ecco perché oggi era fondamentale».

È stato tra i migliori in campo: il gioco palleggiato voluto dal ct le concede il tempo per scegliere quando attaccare l'area? E quanto conta la mossa dell'esterno che viene dentro a creare superiorità tra le linee, prima con Raspadori, poi con Sebastiano Esposito e infine con lei, quando è andato a partire largo a destra?
«Per quanto riguarda i tempi, avendo più giocatori al centro, anche i difensori devono andare a prendere il riferimento, e quindi ogni tanto ti perdono: è più facile attaccare la porta con quattro o cinque persone in area, mentre se ci vai solamente con l'attaccante riescono a prenderlo facilmente. Per quanto riguarda la posizione del trequartista, dell'esterno che viene dentro, secondo me ti dà delle alternative importanti. Spesso succedeva, anche nelle gestioni precedenti, che una volta arrivata la palla all'attaccante non ci fosse lo scarico, o comunque non ci fosse un passaggio precedente alla palla sulla punta. Quello ti dà una soluzione in più, e la dà chiaramente anche a noi centrocampisti. Credo che stasera ci siamo trovati bene: speriamo di continuare così».

Nove gol in trentasei presenze, quasi uno ogni quattro partite, una media che richiama attaccanti come Boninsegna, Totti e Quagliarella: com'è possibile che un giocatore con queste caratteristiche giochi a intermittenza? Sente di avere qualche responsabilità?
«Mi servirebbero veramente dieci minuti… Di base, se effettivamente ho giocato a intermittenza, la colpa in parte è mia, nel senso che alla fine c'è sempre spazio per poter fare bene. Però non è facile, e chi ha giocato a calcio lo sa: se giochi dieci minuti a partita e poi ti ritrovi a fare il titolare, non è facile. Non è facile neanche entrare per dieci o venti minuti e fare bene: come si dice a casa mia, non è sempre domenica. Quindi credo che le colpe stiano a metà».

C'è poi un altro discorso, quello dell'etichetta che la accompagna.
«Sì, adesso c'è questa etichetta secondo cui io so solo inserirmi, e in realtà, secondo me, anche guardando la partita di oggi, non è così. La verità è che se un giocatore è in fiducia riesce a darti il 100%; se gioca a intermittenza e non gli dai fiducia, fa solo quello che gli riesce meglio. E quella è chiaramente la cosa che mi riesce meglio, però so fare anche altre cose. Ti ripeto, è complicato fare dieci minuti e poi ritrovarsi a giocare una partita ogni sette: non si trova mai fiducia, non si trova mai dialogo con i compagni. Quello che mi conforta è che chi ha giocato a calcio lo sa. Ma ciò per cui mi sento di battermi, e su cui posso continuare a migliorare, è che non è vero che sono solo inserimento».

Si parla di lei come di un giocatore che ha feeling con il gol, figlio proprio di quella corsa. Non potrebbe essere invece che ha feeling con il gioco, e che una cosa non esclude l'altra?
«No, esatto. Penso che la partita di oggi ne sia un bello spot, ma anche chi mi ha guardato in campionato in queste prime quattro giornate — poi col Venezia ho fatto male — penso se ne sia accorto. È un'etichetta che mi voglio togliere il prima possibile, perché non credo che mi rispecchi. Quindi lavorerò ancora più forte per cercare di diventare completo al 100%».

Questa fiducia ritrovata è anche un po' merito di Rino Gattuso, che quest'estate al telefono le aveva spiegato che cosa doveva fare?
«Parecchio, parecchio. E poi continua a chiamarmi tutti i giorni, perché gli manco. Anzi, sicuramente ci sta guardando, quindi lo saluto. È stato fondamentale, e lo sarà nel corso dell'anno, perché è veramente riuscito a ridarmi fiducia nel momento in cui anch'io dubitavo delle mie qualità. Veramente, se mi chiedeste di andare da Roma a Milano a piedi e tornare, lo farei senza pensarci. Davvero, perché se lo merita».

Un gol, un'analisi da centrocampista moderno e una battaglia personale dichiarata apertamente: Frattesi usa la notte di Bursa per rivendicare un ruolo più completo di quello che gli viene cucito addosso. E se la Nazionale di Mancini ha ritrovato entusiasmo, lui sembra aver ritrovato soprattutto la cosa che dice di aver cercato per anni: la fiducia.

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Sezione: Italia / Data: Lun 28 settembre 2026 alle 23:08
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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