Marten De Roon si racconta in una lunga intervista a SportWeek. Ripercorre tutto il suo percorso con l’Atalanta e il legame sempre più profondo con Bergamo, città in cui vive stabilmente dal 2017 e di cui è diventato uno dei simboli assoluti. Con 444 presenze in nerazzurro, è il giocatore più presente nella storia del club e oggi ne è anche capitano, punto di riferimento dentro e fuori dal campo.
“Grazie a lei”, risponde con naturalezza all’inizio dell’intervista, sottolineando un rispetto che per lui è fondamentale nei rapporti umani. Poi chiarisce subito: “È una questione di rispetto”, un concetto che torna spesso nelle sue parole e che, secondo lui, rappresenta anche la mentalità della città di Bergamo.
Ripensando al suo arrivo, De Roon racconta un impatto indimenticabile: “Arrivando dall’autostrada, la prima cosa che noti sono le mura di Città Alta. È qualcosa che ti prende subito ed è proprio quello che, secondo me, rappresenta meglio Bergamo”. E aggiunge: “La città bassa è moderna, simile a certe città olandesi, ma quando sali ti si apre un altro mondo. La prima volta rimasi senza parole”.
Il centrocampista ricorda anche il primo contatto con la realtà bergamasca e con i tifosi: episodi particolari, quasi surreali, che lo hanno fatto sentire subito parte del gruppo. “Mi sono chiesto dove fossi finito”, racconta sorridendo parlando dei suoi primi giorni, tra accoglienze bizzarre e momenti diventati poi iconici nella sua memoria.
Quando gli viene chiesto quando ha capito che Bergamo sarebbe diventata la sua casa, risponde: “È difficile pensare a un momento preciso. Sono stato accolto bene fin dall’inizio. Ma quando sono tornato dopo una stagione in Inghilterra e abbiamo portato le bambine a scuola italiana, abbiamo capito che eravamo davvero a casa”. E aggiunge: “Le mie figlie sono nate qui o erano molto piccole, per noi questo posto è diventato famiglia”.
Sull’integrazione quotidiana, De Roon spiega: “Siamo cresciuti in Olanda, con un altro clima e un’altra cultura, ma qui ci piace tutto. Dobbiamo imparare sempre di più il vostro modo di essere, per non restare ai margini”. Anche la vita familiare è ormai completamente intrecciata con l’Italia: “Abbiamo provato a seguire l’educazione olandese, ma poi abbiamo dovuto adattarci a quella italiana”, racconta sorridendo.
Sul rapporto con la città è molto chiaro: “I bergamaschi sono grandi lavoratori. Hanno una mentalità incredibile, il famoso ‘mola mia’. Non mollano mai. E non è vero che sono freddi: all’inizio ti studiano, poi ti danno il cuore”. E ancora: “Qui la gente ti ferma per strada con rispetto, non per invaderti, ma per farti sentire il loro affetto”.
De Roon parla anche della sua crescita come capitano: “Mi sono sempre sentito un leader, anche prima della fascia. Quando mancava Toloi, spesso toccava a me. Non parlo molto, non sono uno che urla, ma cerco di dare l’esempio ogni giorno”. E aggiunge: “Se devo correggere un compagno, lo faccio in modo positivo, dicendo che può fare meglio. Gasperini ci ha insegnato che il lavoro quotidiano è tutto”.
Proprio su Gian Piero Gasperini, il giudizio è netto: “Mi ha reso un giocatore migliore. Ti cambia la mentalità. Ti fa capire che puoi spingere sempre di più, non solo per 60 minuti ma per 90”. E ancora: “Con lui abbiamo imparato a non avere paura, a pensare che possiamo segnare contro chiunque e vincere ovunque”.
Non manca un pensiero sull’attuale guida tecnica: “Palladino è bravissimo, porta tanto entusiasmo. È giovane, lui e il suo staff comunicano tantissimo e lavorano bene sulla tattica. Ci stiamo trovando molto bene con lui”.
Tra i compagni, De Roon cita quelli con cui ha condiviso più anni: “Djimsiti, Freuler, Koopmeiners, Pasalic… basta uno sguardo per capirci”. E aggiunge con leggerezza: “Muriel è il più divertente, Zappacosta quello che veste meglio, Ilicic il più forte perché creava occasioni dal nulla”.
Tra i ricordi più belli, non può mancare la Champions League: “La partita contro il Sassuolo che ci ha portato in Champions, quella contro lo Shakhtar e soprattutto il 3-0 al Liverpool ad Anfield. In quello spogliatoio si respirava qualcosa che non dimenticherò mai”. E aggiunge: “La finale di Europa League vinta dal Leverkusen, che non ho giocato per infortunio, è quella che vorrei rigiocare”.
Guardando al futuro, De Roon non chiude nessuna porta: “Sto pensando di diventare allenatore. Ne ho parlato con Gasperini e Palladino, sto leggendo libri di coaching. Mi piace l’idea di aiutare i giovani a crescere e gestire una squadra”.
Infine, il legame con Bergamo resta il punto fermo di tutto: “Qui mi sento a casa e qui ho deciso di crescere le mie figlie. L’Atalanta? È la mia vita”.
Autore: Daniele Luongo
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