Ci sono notizie che arrivano di giorno, con la conferenza stampa e i sorrisi di rito, e notizie che scelgono la notte, come i traslochi fatti a fari spenti per non incrociare lo sguardo dei vicini. Questa è arrivata a mezzanotte in punto, quando le agenzie chiudono le saracinesche e i tifosi no: Marten de Roon ha chiesto la cessione, e con la Roma c'è stato subito accordo così come per i club. Il rumor rimbalzato coi primi secondi di questa Domenica 30 agosto dal collega Fabrizio Romano si è materializzato in pochissimi minuti, fino all'ormai celebre «here we go» che di solito precede l'ufficialità come il lampo precede il tuono. Nelle prossime ore è previsto il comunicato, ma soprattutto l'arrivo del centrocampista olandese nella capitale. E Bergamo, stanotte, fatica a prendere sonno.

Undici stagioni, un record e una maglia che sembrava cucita addosso. Perché qui non si sta parlando di un giocatore qualunque. Si sta parlando dell'olandese arrivato nell'estate 2015 dall'Heerenveen per poco più di un milione, ripartito un anno dopo verso il Middlesbrough e tornato di corsa nel 2017 — 16,7 milioni, per Transfermarkt uno degli investimenti più azzeccati della storia recente del club — per non muoversi più: undici stagioni complessive, la fascia da capitano, e quel sorpasso su Gianpaolo Bellini in vetta alla classifica delle presenze di tutti i tempi che lo scorso marzo lo ha consegnato definitivamente alla storia nerazzurra. Uno che di questa maglia ha incarnato il senso di appartenenza meglio di chiunque, ironia compresa. Ed è proprio l'ironia, stanotte, il boccone più difficile da mandare giù: perché il popolo del web ha la memoria lunga, e ha già ritirato fuori quel post dell'aprile 2023 — dito medio, portachiavi della Conference e la didascalia «Quando le tue radici sono a Rotterdam e batti la Roma» — che gli costò una multa della FIGC e che oggi, riletto, divide il tifo giallorosso quanto quello atalantino.

La scelta di Marten e il lavoro di Giuntoli. Dice: eh, ma proprio alla Roma doveva andare? È la domanda che attraversa i Social da mezzanotte, ed è comprensibile: già l'addio di Gian Piero Gasperini verso la Capitale era stato un dispiacere digerito a fatica, e vedere ora anche il capitano seguirlo — quando il suo silenzioso zero minuti stagionale lasciava semmai immaginare un Bologna, dove lo voleva Giovanni Sartori dentro l'affare Rowe, o una destinazione estera — per molti è, testualmente, un dolore al cuore. C'è chi parla di sfregio, come ha fatto senza girarci intorno Daniele Belotti, e chi ricorda lo striscione della Nord, «Il tuo futuro è qui». Ma l'onestà impone di raccontare i fatti per quello che sono: è stato de Roon, a 35 anni, chiuso dagli schemi del nuovo corso di Maurizio Sarri, a chiedere di andare, spinto dal desiderio di giocarsi la Champions con l'allenatore della sua vita. E l'Atalanta, come fa con chi le ha dato tutto, lo ha accontentato. Come accadde a suo tempo con Freuler, del resto: certe partenze non si impongono e non si impediscono, si accompagnano.

In tutto questo, Cristiano Giuntoli esce bene, e va detto. Perde una guida carismatica per uno spogliatoio giovane e per una stagione che tra campionato, Coppa Italia e Conference supererà le cinquanta partite, ed è una perdita vera. Ma la gestisce senza strappi, dentro una sessione in cui — con la fiducia dei Percassi e di Stephen Pagliuca — ha rivoltato il club come un guanto in pochi mesi: scrivanie, scouting, guide tecniche, e colpi come il ritorno lampo di Franck Kessié, soffiato in poche ore a mezza Serie A da uno che accelera su più tavoli contemporaneamente mentre tiene aperta la porta per chiudere in difesa. Il lavoro non è finito, e i botti di questa notte lo dimostrano.

Resta Pašalić, resta l'affetto. Della vecchia Dea, adesso, resta proprio Supermario. Ed è giusto che il tifoso senta il peso di questo passaggio di consegne, perché le epoche non finiscono con un comunicato, finiscono quando te ne accorgi. Noi a Marten vorremo bene sempre, anche quando indosserà una maglia che ci farà uno strano effetto, e lo applaudiremo al ritorno alla New Balance Arena come si applaude chi ha dato undici anni di sudore, gol impossibili e tackle a protezione di tutti. Il rammarico è legittimo, la riconoscenza è obbligatoria.

Le radici, stavolta, restano qui.

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