Nella lettera che scrisse il giorno del record, Marten de Roon si soffermò su un dettaglio che nessun tabellino registra: quel breve silenzio prima di mettere piede sul terreno di gioco, lo sguardo che scorre sugli spalti pieni. Da undici anni quel silenzio dura pochi secondi. Quest'estate dura da tre partite: andata e ritorno del playoff di Conference con l'Hapoel Tel Aviv, la prima di campionato col Sassuolo. Zero minuti.

I numeri, prima delle interpretazioni. A Miskolc il capitano era fra i convocati e in panchina c'è rimasto, mentre Maurizio Sarri spendeva i suoi cambi per Gianluca Scamacca e per gli altri. Il segnale, però, era arrivato molto prima: nelle amichevoli il centrocampo provato e riprovato è quello con Gianluca Gaetano davanti alla difesa, Lazar Samardžić ed Éderson ai lati; contro lo Schalke de Roon partì dalla panchina ed entrò proprio al posto di Gaetano, riprendendosi la fascia soltanto una volta in campo. Nelle gerarchie, il primo cambio in mezzo è ormai Mario Pašalić. La fascia, quando lui non gioca, sta sul braccio di Éderson.

Stiamo parlando di compatibilità tecnica, non di gerarchie affettive. Per dieci anni, con Gian Piero Gasperini e i suoi eredi, il mestiere di de Roon è stato la grammatica stessa dell'Atalanta: marcatura a uomo, aggressione, seconde palle, quel lavoro sporco che nessuno applaude e senza il quale non si vince niente. Non a caso, nel campionato scorso, è stato il primo fra i centrocampisti di Serie A per duelli difensivi vinti: 148. Il calcio posizionale di Sarri chiede però altro — ricevere fra le linee, palleggiare corto, costruire dal basso — e in quella grammatica alcuni si sono ricollocati (Nicola Zalewski ala, Pašalić di nuovo mezzala, Samardžić interno), mentre le caratteristiche dell'olandese restano più rigide. Non è un giudizio sul giocatore: è una questione di forma della chiave e forma della serratura.

Ed è qui che il dato freddo va scaldato con la memoria, perché quella di de Roon non è una carriera qualunque. Il 16 agosto 2015, Atalanta-Cittadella, l'esordio di un ragazzo che ammise di non sapere nemmeno dove fosse Bergamo. Il 22 marzo 2026, contro l'Hellas Verona, la presenza numero 436: superato Gianpaolo Bellini, fermo a 435, dopo aver eguagliato il primato subentrando all'Allianz Arena. In mezzo, 73 partite europee e la notte di Dublino. Oggi è a quota 445, e in quella lettera aveva scritto una frase che adesso pesa il doppio: «Non ho ancora finito. Non ancora». Non dimentichiamolo, mentre si discute di minutaggi.

Curiosità che chiude il cerchio dell'ultima stagione: a maggio Ronald Koeman, che nel 2024 aveva definito chiuso il capitolo Oranje per motivi anagrafici, lo ha richiamato a 35 anni per sostituire l'infortunato Schouten e portarlo al Mondiale americano. Un secondo Mondiale, vissuto quasi tutto in panchina e concluso con dieci minuti nel secondo tempo supplementare contro il Marocco, la notte dell'eliminazione ai rigori a Monterrey. Dieci minuti: ma la convocazione, quella, valeva una rivincita intera. Ma torniamo a Bergamo.

La storia del calcio è piena di capitani ridimensionati e non per questo diminuiti: Alessandro Del Piero con Fabio Capello alla Juventus, Francesco Totti utilizzato col contagocce da Luciano Spalletti nell'ultima Roma. Sono precedenti che insegnano due cose opposte: che una bandiera può ancora incidere entrando, e che se il rapporto si incrina il danno lo pagano tutti. La differenza non la fanno i minuti, la fanno i modi. E qui l'Atalanta ha un interesse evidente: Cristiano Giuntoli lo ha detto senza giri di parole, l'Europa è fondamentale per il nuovo corso, e un calendario che porta ad Amsterdam, in Bosnia e a Riga non si affronta con quindici uomini.

Poi c'è l'altra faccia, e sarebbe ipocrita ignorarla: a 35 anni, dopo un Mondiale, si può ancora sentire l'adrenalina nelle gambe e voler essere protagonista altrove, come scelsero a suo tempo compagni di mille battaglie — Remo Freuler su tutti. I rumors circolano da dieci giorni e li abbiamo letti tutti. Il tifoso nerazzurro, intanto, non ha dubbi su una cosa sola: a de Roon vuole bene comunque.

Quel silenzio prima di entrare in campo, scriveva lui, precede sempre qualcosa. Resta da capire se questa volta preceda un'attesa o altro...

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Sezione: Primo Piano / Data: Ven 28 agosto 2026 alle 17:00
Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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