Un'Italia trasformata contro la Turchia, gli atalantini protagonisti in azzurro e un'Atalanta che, al contrario, sta ancora cercando la propria identità nel nuovo corso targato Maurizio Sarri. Gianluca Temelin, ex attaccante nerazzurro, allenatore dell'Under 16 Élite del Villa Valle e responsabile tecnico degli allenatori dell'attività di base, parte dalla Nazionale per allargare lo sguardo alla Dea. In esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com, Temelin si sofferma soprattutto sui nerazzurri, tra presente azzurro e rendimento nell'Atalanta, per poi analizzare le difficoltà incontrate dalla squadra orobica nell'assimilare il calcio di Sarri. Spazio, infine, anche ai giovani, un mondo che conosce da vicino e sul quale ha le idee molto chiare.
Partiamo dalla Nazionale. Contro la Turchia abbiamo visto un'Italia molto diversa rispetto alla partita con il Belgio. Che impressione ti ha fatto?
«Sicuramente va considerato anche il valore delle due avversarie. Il Belgio è una squadra molto forte, mentre la Turchia non è allo stesso livello, anche se giocare fuori casa, in uno stadio così caldo, non è mai semplice. La reazione dell'Italia è stata però molto positiva. Sinceramente erano anni che non vedevo un primo tempo giocato così bene dalla nostra Nazionale. Dare adesso un giudizio complessivo sarebbe prematuro. È cambiato l'allenatore e deve valutare tantissimi giocatori per provare ad aprire un nuovo ciclo. Due partite sono poche. Però una reazione del genere, dopo la bruttissima prestazione contro il Belgio, non me l'aspettavo».
È stata soprattutto una questione di atteggiamento o ha inciso anche il cambio degli interpreti?
«Secondo me entrambe le cose. Rispetto alla prima partita sono cambiati tanti giocatori e bisogna anche capire quale sarà la strategia del commissario tecnico. Contro il Belgio ha puntato su determinati elementi, mentre contro la Turchia ne ha provati altri. Ha convocato più di trenta giocatori ed è giusto che cerchi di valutarli tutti. Sicuramente con la Turchia abbiamo visto un atteggiamento completamente diverso. Certo, dopo una sconfitta così pesante contro il Belgio era prevedibile aspettarsi una reazione, ma non è stata soltanto una questione di determinazione: si è visto anche del gioco».
Ti aspetti altri cambiamenti nella prossima partita o pensi che Mancini possa ripartire dagli stessi uomini?
«Qualcosina cambierà sicuramente, anche perché le partite sono ravvicinate. Mi aspetto probabilmente una formazione che sia un mix tra quella vista contro il Belgio e quella schierata con la Turchia. Ci sono però alcuni giocatori ai quali diventa difficile rinunciare. Penso, per esempio, a Kayode, che ha disputato una partita strepitosa sia tecnicamente sia dal punto di vista quantitativo. Era da tanto che non vedevo un terzino arrivare così spesso nell'area avversaria e poi ritrovarsi nella propria quando c'era da difendere. Mi ha impressionato molto positivamente».
Parliamo degli atalantini. Scalvini è partito titolare: come lo hai visto?
«Per me Scalvini deve essere un titolare fisso della Nazionale. Ha fisicità, gamba e sa giocare a calcio. Negli ultimi anni è stato condizionato da diversi infortuni. Se riuscisse finalmente ad avere continuità, per me dovrebbe essere uno dei centrali titolari dell'Italia».
In campionato ha commesso qualche errore individuale. Ha inciso il passaggio dal sistema difensivo a uomo a quello a zona di Sarri?
«L'Atalanta arriva da dieci anni nei quali ha giocato in modo opposto rispetto a quello voluto da Sarri. Un cambiamento del genere inevitabilmente incide e in due o tre mesi non si possono trovare subito tutti i meccanismi e le distanze corrette. Scalvini può avere avuto qualche difficoltà, ma su di lui metto la mano sul fuoco. Ne uscirà. Una partita positiva come quella giocata con la Nazionale può aiutarlo anche dal punto di vista dell'autostima e permettergli di riportare nell'Atalanta le sensazioni positive ritrovate in azzurro».
Ieri anche l'ex nerazzurro Matteo Ruggeri ha avuto finalmente la sua occasione in Nazionale. Ti è sembrato pronto per rimanere stabilmente in questo gruppo?
«Me lo auguro e penso di sì. È un giocatore che anno dopo anno sta trovando sempre maggiore continuità. È cresciuto tantissimo. Era partito un po' in sordina lo scorso anno all'Atletico Madrid, ma poi ha trovato continuità e ha fatto esperienza anche in Champions League. È diventato un giocatore affidabile. Dimarco resta il titolare, ma penso che Ruggeri, oggi all'Aston Villa, possa rimanere nel gruppo della Nazionale perché ha dimostrato di poter rappresentare un'alternativa valida».
Veniamo a Raspadori. Come l'hai visto?
«L'ho visto molto partecipe nel gioco. Anche partendo da attaccante esterno tendeva spesso a entrare dentro il campo e a farsi trovare tra le linee. A parte una conclusione sotto porta, non si è visto tantissimo negli ultimi metri, ma nei movimenti e nel lavoro di raccordo tra centrocampo e attacco secondo me ha fatto bene».
Nell'Atalanta, invece, Raspadori è tra i giocatori dai quali ci si aspettava qualcosa in più in quest'avvio. Sei d'accordo?
«È arrivato a gennaio dello scorso anno e finora non ha ancora espresso completamente il proprio valore. Va anche detto che negli ultimi due anni ha giocato poco, prima a Napoli, poi all'Atletico e anche nell'Atalanta ha dovuto ritrovare continuità, ma possiede le qualità per emergere. Nel 4-3-3 di Sarri, però, gli attaccanti esterni devono essere molto determinanti, mentre Raspadori non è il classico esterno che salta continuamente l'uomo e crea superiorità numerica. Bisogna capire quale possa essere realmente il ruolo nel quale riesce a esprimersi al massimo. Di certo, per le qualità che ha, da lui ci si aspetta molto di più».
Lo vedresti meglio in una posizione più centrale?
«Secondo me sì. Lo vedo come una seconda punta o come un giocatore che può agire sulla trequarti. Lega molto bene il gioco. Anche contro la Turchia, quando si accentrava, veniva a prendere il pallone, giocava e smistava. Lo si è visto anche nell'azione del gol di Frattesi, con la giocata verso Esposito. L'esterno può farlo, ma secondo me in quella posizione non riesce a essere determinante quanto potrebbe esserlo giocando più dentro il campo».
Scamacca sta trovando meno spazio in Nazionale: cosa deve fare per conquistarselo?
«In questo momento il centravanti titolare è Pio Esposito. Sta facendo vedere di essere un giocatore forte e sta crescendo settimana dopo settimana. Scamacca avrà sicuramente le sue occasioni e dovrà essere bravo ad aspettarle e soprattutto a farsi trovare pronto quando arriveranno».
E nell'Atalanta può dare qualcosa in più?
«Non è soltanto un problema di Scamacca. In questo momento tutta l'Atalanta, soprattutto nella fase offensiva, deve fare molto di più. Penso a De Ketelaere e anche a Rowe: l'inglese ha fatto intravedere le sue qualità, ma non è ancora entrato completamente nei meccanismi dell'allenatore. Quando giochi con questo modulo, ma gli esterni offensivi non creano superiorità e faticano a sviluppare gioco, inevitabilmente ne risente anche il centravanti. Scamacca è un giocatore che, se riceve palloni dentro l'area, si fa sentire. In questo momento l'Atalanta crea poco. Fino a qualche mese fa produceva tantissimo perché giocatori come Lookman e De Ketelaere riuscivano a creare continuamente situazioni pericolose e i palloni arrivavano dentro l'area. Oggi la squadra sta facendo più fatica, soprattutto sugli esterni».
Carnesecchi, invece, si trova davanti Donnarumma. La distanza tra i due è davvero così grande?
«Donnarumma è sicuramente uno dei portieri più forti al mondo, ma sinceramente faccio fatica a capire perché il secondo portiere della Nazionale non giochi mai. Una partita al secondo portiere la farei giocare, anche perché, se dovesse succedere qualcosa al titolare, rischieremmo di affidarci a un portiere che in Nazionale non ha praticamente mai giocato. Carnesecchi, tra l'altro, è forte. Negli ultimi due o tre anni ha avuto una crescita esponenziale, ha giocato in Champions e ha vinto l'Europa League. Donnarumma oggi è a un altro livello, ma prima o poi una possibilità a Carnesecchi bisognerà darla».
Tu oggi lavori quotidianamente con i ragazzi. Samuele Inacio è stato aggregato alla Nazionale a soli 18 anni. In Italia stiamo finalmente iniziando ad avere più coraggio con i giovani oppure rispetto all'estero siamo ancora indietro?
«Nell'ultimo periodo qualcosa si sta muovendo. L'Atalanta, da questo punto di vista, negli anni è sempre stata un'eccezione perché i giovani li ha fatti giocare. Credo però che sia soprattutto una questione culturale. In Italia abbiamo sempre paura di lanciare un ragazzo e non capisco perché. Se un giovane sbaglia una partita rischia immediatamente di finire fuori; se sbaglia un giocatore esperto, la partita successiva spesso gioca ancora. Ultimamente qualche segnale positivo si vede e speriamo che non rimangano casi isolati. I giovani sono il futuro. Noi consideriamo ancora giovani calciatori di 22 o 23 anni, mentre all'estero alla stessa età possono avere già cento presenze con il proprio club e, alcuni, giocare stabilmente in Nazionale».
C'è un problema nel passaggio dalla Primavera al calcio dei grandi?
«Secondo me il sistema va rivisto. In Primavera ci sono giocatori di 19 anni e a quell'età non credo sia più così formativo continuare a giocare soltanto con i ragazzi. Secondo me un ragazzo dovrebbe restare in Primavera al massimo fino ai 18 anni. Poi dovrebbe confrontarsi con i grandi, che sia nel professionismo o nei dilettanti. Per questo considero molto positiva la strada intrapresa da Atalanta, Juventus e Inter con le seconde squadre, le Under 23. Il salto tra Primavera e professionismo è enorme. Passare dalla Primavera alla Serie C e confrontarsi immediatamente con giocatori adulti può rappresentare una svolta nella crescita».
Bernasconi era entrato anche nel giro della Nazionale, ma in quest'avvio di stagione con Sarri ha trovato poco spazio. Secondo te può tornare nel gruppo azzurro?
«Io penso proprio di sì. Anche lui sta attraversando la fase di adattamento al cambio di modulo. Fare il quinto in una difesa a tre o giocare terzino sinistro in una linea a quattro sono due cose molto diverse. Bernasconi è un giocatore che spinge tanto e in questo momento Sarri sta cercando soprattutto di trovare equilibrio. Probabilmente anche per questo in alcune situazioni ha preferito Kolasinac, più difensivo e meno offensivo, ma per me alla lunga sarà un titolare fisso di quest'Atalanta. È un ragazzo serio, ascolta e ha voglia di migliorare. Io l'ho allenato per due anni alla Cremonese e conosco bene le sue qualità. Sono convinto che tornerà a prendersi il suo spazio».
Veniamo a Sarri. Deve essere il tecnico nerazzurro ad adattarsi maggiormente ai giocatori oppure sono i giocatori a dover assimilare il suo calcio?
«La società ha fatto una scelta precisa e anche molto forte. Dopo dieci anni ha deciso di cambiare completamente, scegliendo Sarri. Sapeva perfettamente quale tipo di calcio avrebbe portato il tecnico. Per questo penso che siano i giocatori, nel minor tempo possibile, a doversi adattare alle sue idee. La scelta della società è stata chiara e Sarri ha i propri principi. Serve tempo prima di riuscire a vedere davvero la sua Atalanta».
Quanto tempo può servire?
«Bisogna innanzitutto capire fino in fondo le caratteristiche dei giocatori e verificare se sono adatte a questo modulo. È necessario avere un po' di pazienza. Io l'ho sempre visto giocare con il 4-3-3 e non ricordo che abbia mai adattato il suo sistema di gioco in maniera diversa».
E se alla lunga dovesse accorgersi che alcune caratteristiche della rosa non si sposano perfettamente con il suo sistema?
«Secondo me andrebbe avanti comunque per la propria strada. Questa deve essere considerata una stagione di cambiamento. Non si può pretendere immediatamente di ripetere quanto fatto dall'Atalanta nelle ultime annate. Credo che quest'anno sia molto difficile pensare di qualificarsi per la Champions League, perché ci sono squadre superiori. Sicuramente Inter, Roma e Como e, per me, anche una tra Juve e Milan verrà fuori alla distanza. C'è anche il Napoli. L'Atalanta può comunque puntare all'Europa League».
La sosta è arrivata dopo tre sconfitte consecutive. È un bene fermarsi adesso?
«Sarri ha tre settimane nelle quali può lavorare sui propri principi di gioco e, arrivando da tre sconfitte consecutive, la pausa permette anche al gruppo di staccare mentalmente. Tornare immediatamente in campo avrebbe potuto aumentare la pressione. Questo tempo può essere molto utile per continuare a trasmettere le sue idee ai giocatori».
Alla ripresa ci sarà il Venezia. Che Atalanta ti aspetti?
«Mi aspetto un'Atalanta con la voglia di vincere a tutti i costi. Arriva da tre sconfitte e l'obiettivo principale deve essere portare a casa i tre punti. Se vedremo già calcio champagne non lo so, ma in questo momento conta soprattutto tornare a vincere. In Serie A partite semplici non ce ne sono e soprattutto in questa fase della stagione nessuno viene a Bergamo per fare la vittima sacrificale».
Dalla Nazionale all'Atalanta, nelle parole di Temelin torna soprattutto un concetto: il tempo. Quello necessario ai giovani per crescere e quello di cui avrà bisogno Sarri per trasformare una squadra abituata per anni a principi completamente differenti. La sosta gliene concede un po'. Alla ripresa contro il Venezia, però, la priorità è già chiara: prima del calcio champagne, servirà tornare a vincere.
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