Una bacinella di plastica blu, dentro poche manciate di sorgo. Due bambini scalzi che le raccolgono chicco per chicco, una capanna di rami e teli sullo sfondo. Nessuna didascalia, nessun hashtag, nessun volto del calciatore: solo la ripubblicazione di un appello, nella storia Instagram di Mario Pašalić, sopra il nome di un sacerdote croato. Guardatela bene, quella foto, prima di leggere il resto.

L'appello è vero, e vale la pena dirlo perché sui Social circola di tutto. Riguarda il Karamoja, la regione nord-orientale dell'Uganda dove vivono oltre un milione e duecentomila persone, più della metà sull'orlo della povertà assoluta. I numeri riportati nel messaggio parlano di 473.000 abitanti senza cibo sufficiente e di 122.100 bambini sotto i cinque anni in stato di malnutrizione grave. Nella missione di Nostra Signora di Fatima a Nawanatau, diocesi di Moroto, fondata nel 2023, lavora don Jakoslav Banić, sacerdote dell'arcidiocesi di Spalato che ha lasciato la parrocchia per l'Africa e che da lì prepara tremila pasti caldi al giorno. L'appello, rilanciato dal confratello Stjepan Ivan Horvat e ripreso nelle ultime ore dai media cattolici croati, chiede una cifra che fa quasi imbarazzo scrivere: venticinque centesimi al giorno, sette euro e mezzo al mese, per garantire un pasto quotidiano a un bambino. Le coordinate sono nel post.

Stiamo parlando di stile, non di beneficenza. Perché il gesto di Pašalić è coerente con l'uomo che a Bergamo conoscono da otto anni: il sobrio croato non usa i social per esibire orologi o vacanze, li usa poco, li usa con ordine, e quando li usa dice qualcosa. Qui non ha detto nulla, e proprio per questo ha detto molto. C'è una differenza sostanziale fra il calciatore che trasforma ogni gesto in contenuto, con la propria faccia in primo piano e il logo dell'ente in basso a destra, e quello che mette la sua visibilità al servizio di un prete di Spalato senza comparire nell'inquadratura. Il primo fa comunicazione. Il secondo fa quello che gli hanno insegnato a casa.

Ed è arrivato in un momento preciso, questo re-post. Poche ore dopo la notte amara dell'Olimpico, in una settimana in cui Bergamo ha bruciato una maglia, litigato con un ex capitano, riempito le redazioni di messaggi. Non è una lezione di morale, e chi la leggesse così sbaglierebbe: è una proporzione. Il vicecapitano, ultimo superstite del ciclo dei record dopo le partenze di de Roon e Djimsiti, ha semplicemente ricordato — senza scriverlo — che cosa sia una notte difficile davvero.

Curiosità che ora suona diversamente: pochi giorni fa Maurizio Sarri aveva indicato nell'umiltà la caratteristica che ha reso forte l'Atalanta, e aveva descritto Pašalić come un ragazzo serissimo fin dai tempi del Chelsea. Lo stesso Pašalić, dopo il Sassuolo, aveva raccontato di voler giocare fin quando può perché è una cosa bellissima, e di una famiglia che a Bergamo sta bene. Ma torniamo alla foto, perché è lì che si chiude il discorso. Il Giorgio Scalvini che parla di lavoro quotidiano come unica strada e il Pašalić che condivide una bacinella di sorgo raccontano lo stesso spogliatoio: quello in cui la leadership si esercita a bassa voce.

Una storia Instagram sparisce dopo ventiquattro ore. Quella bacinella no.

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Sezione: Primo Piano / Data: Lun 07 settembre 2026 alle 23:30
Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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