Ha rifiutato l'Inter per non abbandonare l'Atalanta nel momento del bisogno. Ha lasciato Bergamo con le lacrime agli occhi e, anni dopo, continua a sentirsi parte della famiglia nerazzurra. Yohan Benalouane non è mai stato un giocatore da mezze misure. In campo era un guerriero, un difensore duro, istintivo, pronto a tutto pur di difendere la propria maglia. Fuori, un uomo capace di gesti di grande sensibilità, spesso lontano dai riflettori.

Il suo rapporto con Bergamo racconta molto più di una semplice esperienza calcistica. Racconta di responsabilità, riconoscenza, amicizie che resistono al tempo e di un sentimento di appartenenza che non si è mai spento. Dal rapporto speciale con Colantuono alla generosità verso un giovanissimo Kessie, fino al dolore vissuto a distanza durante la pandemia, i ricordi si intrecciano con una storia personale e professionale che oggi lo vede protagonista anche nel mondo dell'imprenditoria.

Nell'intervista esclusiva concessa a TuttoAtalanta.com, Benalouane si racconta senza filtri, tra aneddoti inediti, emozioni e progetti futuri. E non manca uno sguardo all'Atalanta di Maurizio Sarri e alla sfida contro la Fiorentina, con un pronostico che non lascia dubbi su quale sia ancora oggi la sua squadra del cuore.

Yohan, quando sei arrivato a Bergamo, che cosa ti aspettavi da questa nuova esperienza con l'Atalanta?
«Quando sono arrivato all'Atalanta mi aspettavo di trovare una piazza calda, accogliente e familiare. Ed è stato proprio così. Ho trovato esattamente quello che cercavo, tutto ciò che amo».

È vero che Bergamo era stata la tua prima scelta e che, pur di restare all'Atalanta e aiutare la squadra, avevi rifiutato anche il corteggiamento dell'Inter?
«Sì, è vero. L'Inter mi ha cercato due volte, sia durante il mercato invernale sia in quello estivo. Ma a gennaio, con l'Atalanta, stavamo attraversando un momento difficile e avevamo un solo obiettivo: raggiungere la salvezza. Ho preferito restare a casa, perché la famiglia non si abbandona mai. Quando firmi per un club come l'Atalanta ti assumi delle responsabilità. Sono rimasto, ci siamo salvati e per me questo conta più di qualsiasi altra cosa. Quella nerazzurra è una piazza che mi ha dato tantissimo affetto e continua a darmene ancora oggi. In estate è arrivata nuovamente la chiamata di Ausilio, ma giocare in Inghilterra era un mio sogno. Quando mi ha chiamato Ranieri, ho scelto il Leicester City. Alla fine, comanda sempre il cuore».

Che cosa ha rappresentato per te l'Atalanta?
«L'Atalanta ha rappresentato un momento fondamentale della mia carriera, quello in cui ho iniziato ad assumermi responsabilità importanti, diventando un pilastro della squadra. È stata un'esperienza che mi ha permesso di crescere come uomo, come leader e come giocatore d'esperienza. A Bergamo ho trovato anche qualcosa che mi era mancato fino a quel momento: la stabilità».

Qual è il tuo ricordo più bello con la maglia nerazzurra?
«In realtà ne ho due, uno legato al campo e uno fuori dal terreno di gioco. Il primo è la nostra vittoria contro il Milan, arrivata all'ultimo minuto grazie al gol di Brienza. Il secondo lo ricordo come se fosse ieri. Alla fine del mio prestito, dopo l'ultima partita, stavo scendendo dal pullman quando Colantuono mi disse: "Ci rivediamo tra un po'". Per me quelle parole significavano tantissimo. Con Colantuono avevo un rapporto bellissimo e quella frase voleva dire una cosa precisa: rimani con noi, ti riscatteremo».

C'è un episodio vissuto nello spogliatoio atalantino che ricordi ancora oggi con particolare affetto o divertimento?
«(Ride, ndr) Mi viene in mente un episodio durante Atalanta-Empoli. Ci fu uno scontro, diciamo così, "amichevole", che iniziò tra Germán Denis e Tonelli e che poi venne acceso ulteriormente da Cigarini… E a un certo punto si spense la luce…».

Al tuo arrivo a Bergamo avevi paragonato l'Atalanta alla tua prima squadra, il Saint-Étienne. Che cosa avevi ritrovato a Bergamo della tua prima esperienza calcistica?
«Esattamente quello spirito familiare. Il Saint-Étienne è un club molto simile all'Atalanta sotto questo aspetto. Quando indossi la maglia nerazzurra senti di portare con te tutta la passione dei tifosi. Non giochi mai soltanto per te stesso o per i tuoi compagni. Hai la sensazione che in campo ci sia un'intera città insieme a te».

Che cosa ti ha colpito maggiormente del mondo Atalanta, dentro e fuori dal campo?
«Senza dubbio l'affetto dei bergamaschi e quello della famiglia Percassi. Sono due aspetti che mi hanno colpito profondamente e che porto ancora oggi nel cuore».

Che ricordo conservi del presidente Antonio Percassi e di Luca Percassi?
«Sono persone che amano profondamente il loro club e i loro giocatori. Sono sempre presenti, sempre vicini alla squadra. Per me sono stati molto importanti e conservo un bellissimo ricordo di entrambi».

Sei rimasto in contatto con qualche tuo ex compagno di squadra?
«Certamente. Gioco spesso a padel con Germán Denis e sono ancora in contatto con Dramé e Kessie. Sono rapporti che sono rimasti vivi anche dopo la fine della nostra esperienza insieme all'Atalanta».

Ti piacerebbe tornare a vedere una partita dell'Atalanta?
«Io a Bergamo ci vivo e vado spesso alla New Balance Arena e ogni tanto, quando vedo questo nuovo stadio bellissimo, mi viene da pensare che vorrei avere dieci anni in meno per poter scendere nuovamente in campo con la maglia dell'Atalanta».

Quando eri all'Atalanta, un giovanissimo Franck Kessie veniva già aggregato ad alcuni allenamenti della prima squadra. Che ricordo hai di lui? Avevi già intuito le sue potenzialità?
«Con Franck abbiamo una storia particolare. Era appena arrivato e un giorno eravamo nello spogliatoio insieme a Dramé. Franck non aveva le scarpe, così decisi di regalargli due paia delle mie F50. Era il mio modo di accogliere un fratello. Sono davvero felicissimo della carriera che ha fatto, perché Franck è un giocatore eccezionale. Mi sarebbe piaciuto tantissimo avere la possibilità di giocare insieme a lui».

Quando hai lasciato l'Atalanta hai detto che avresti lasciato il cuore a Bergamo. Dopo tutti questi anni, è ancora così?
«Sì, assolutamente. È ancora così. Ricordo perfettamente il giorno in cui sono partito per l'Inghilterra: avevo le lacrime agli occhi. Non è facile fare questo mestiere, soprattutto quando arriva il momento di lasciare una piazza che ami così tanto. Bergamo per me ha rappresentato qualcosa di speciale».

Nel marzo 2020, durante la pandemia, hai espresso il tuo sostegno alla città di Bergamo attraverso un messaggio sui social media in cui invitavi i bergamaschi a non mollare. Come hai vissuto, anche da lontano, quei momenti così drammatici per una città alla quale sei profondamente legato?
«Mola mia! Bergamo non molla mai. Vedere da lontano una città alla quale sono così legato soffrire in quel modo è stato durissimo. È stato un momento davvero drammatico, ma abbiamo dimostrato ancora una volta di essere forti».

Per anni ti abbiamo conosciuto come un difensore duro, irruento, uno che in campo non si tirava mai indietro. Ma fuori dal terreno di gioco, dalle tue parole e dai tuoi gesti, soprattutto verso Bergamo e nei momenti più difficili, emerge una persona molto sensibile, quasi opposta a quell'immagine. Pensi che il mondo del calcio abbia mai conosciuto davvero chi è il vero Yohan Benalouane?
«Quando sei in campo devi avere l'istinto del guerriero. Non puoi mai tirarti indietro, perché è proprio questo atteggiamento che ti permette di vincere i duelli. Fuori dal campo, però, ho sempre sentito il desiderio di restituire qualcosa alla gente. Per anni, per esempio, sono andato a distribuire da mangiare alle persone che vivono per strada».

Nella tua carriera hai indossato anche la maglia della Fiorentina. Che cosa ha rappresentato per te quell'esperienza?
«Firenze è una bella piazza, ma per me è stato un periodo molto difficile. Mi sono infortunato già durante il primo allenamento e ho dovuto sottopormi a un intervento chirurgico per un'ernia del disco. Non riuscivo più a camminare e, per mesi, sono state dette tante cose non vere sulle mie condizioni fisiche. In momenti come quelli devi stringere i denti, guardare avanti e concentrarti sul passo successivo. Quando sei un professionista, la forza mentale è fondamentale».

Oggi di che cosa ti occupi? Il calcio fa ancora parte della tua vita?
«Oggi sono un imprenditore. Ho fondato Origins Fund, un fondo tecnologico, insieme al mio migliore amico Blaise Matuidi. Inoltre, il 10 novembre lanceremo una nuova azienda, sempre insieme a Blaise, ad Antoine Dupont, che viene dal mondo del rugby, e a Caroline Garcia, dal tennis. Il nostro obiettivo è aiutare gli atleti di alto livello nella transizione verso il mondo del lavoro, una volta terminata la carriera sportiva. Abbiamo sviluppato un percorso che permette loro di individuare, misurare e valorizzare le proprie competenze, soprattutto le cosiddette soft skill, per collegarle a nuove opportunità professionali. Li accompagniamo nel mondo del lavoro, che si tratti di imprenditoria, occupazione o formazione. Le soft skill rappresentano oggi un patrimonio ancora troppo poco valorizzato, ma costituiscono una risorsa straordinaria per le aziende. Gli atleti possiedono competenze eccezionali e noi vogliamo aiutarli a continuare a esprimere il loro potenziale e a ottenere risultati importanti anche al di fuori dello sport».

Dell'Atalanta di Maurizio Sarri cosa ne pensi?
«Sarri è un grande allenatore. Ci ho giocato contro tante volte ed è sempre stato considerato un tecnico di altissimo livello. Ha bisogno di tempo, ma sono convinto che continuerà a far vincere l'Atalanta».

Fiorentina-Atalanta: che partita ti aspetti?
«Sarà una partita difficile, ma sono convinto che vinceremo 1-3. Forza Atalanta!».

Un guerriero in campo, un uomo capace di emozionarsi e di emozionare fuori. Yohan Benalouane è rimasto esattamente questo: autentico, istintivo, profondamente legato ai valori in cui crede. Lo dimostrano le sue parole, ma soprattutto le sue scelte. Quella di rinunciare all'Inter per non lasciare i compagni nella lotta per la salvezza, il gesto semplice e generoso nei confronti di un giovanissimo Kessie, la vicinanza a Bergamo durante la pandemia e l'impegno, lontano dai riflettori, verso chi vive in difficoltà.

Oggi la sua vita professionale ha preso una direzione diversa, ma c'è qualcosa che non è cambiato. Quel ragazzo che lasciò Bergamo con le lacrime agli occhi continua a sentirsi parte della famiglia nerazzurra.

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Sezione: Primo Piano / Data: Mer 28 ottobre 2026 alle 07:05
Autore: Claudia Esposito
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