Gianluigi Buffon non ha alcuna intenzione di tacere. Il recordman di presenze in Nazionale, 176, si trova fuori dal calcio per la prima volta in trentacinque anni dopo aver declinato la proposta arrivata da Paolo Maldini e Leonardo, ma sulla panchina azzurra affidata a Roberto Mancini ha un giudizio netto: tecnicamente è la strada corretta, perché il tecnico ha già dimostrato di saper costruire un gioco al servizio di un'idea.

IL PRECEDENTE DI AGOSTO - Approvazione tecnica, dunque, ma senza sconti sul passato. L'addio del 2023 resta un capitolo che l'ex portiere non archivia, e la sua misura di paragone è personale: lui in Serie B con la Juventus ci scese, rinunciando a mezzo milione di ingaggio, per puro senso di appartenenza. Quanto alla legittimazione dell'operazione, Buffon rimanda il verdetto agli italiani e allo spogliatoio, leggendo nel messaggio di Donnarumma svelato da Malagò un segnale di condivisione.

I TRE MANCINI DEL PRIMO CICLO - Interessante la lettura del quinquennio precedente, scomposto in tre fasi: la riscossa iniziale con l'entusiasmo del cambio, poi la parte complicata del confermarsi e tenere alte le motivazioni – lì, sostiene, passa il confine tra i forti e i fuoriclasse – infine il momento in cui qualcosa si spezza e la convinzione svanisce.

LA DIFESA DI GATTUSO E IL RUOLO DI RANIERI - Sulle voci di un suo veto a Mancini ai tempi della successione di Spalletti, l'ex numero uno chiarisce di non aver avuto l'ultima parola e rivendica la scelta di Gennaro Gattuso: tempi strettissimi, spareggi quasi certi e una squadra da rimotivare. Raramente, aggiunge, ha percepito altrettanta armonia in un gruppo. Quanto ai dubbi di Zoff sull'utilità di un direttore tecnico, Claudio Ranieri viene definito una garanzia sul piano umano e tecnico in un momento delicato.

SE FOSSI IL DT - Qui arriva il passaggio più politico. Buffon rovescia l'impostazione: prima si fissa l'obiettivo, poi si cerca l'uomo funzionale. Con la qualificazione al Mondiale come traguardo, la sua graduatoria avrebbe messo Antonio Conte davanti a tutti, seguito da Silvio Baldini. Il difetto italiano, nella sua analisi – riportata da La Gazzetta dello Sport –, è proprio l'inverso: scelte istintive, mai studiate, e nessuna motivazione tangibile a sostenerle.

IL VERO PROBLEMA - Il passaggio più amaro riguarda l'indifferenza generale verso il lavoro di base. Nessuno sa che Maurizio Viscidi è stato premiato come miglior coordinatore delle Under, nessuno immagina la fatica quotidiana per far giocare i ragazzi. E la fotografia del campionato è impietosa: da riferimento europeo a quinto torneo del continente, un campionato di passaggio dove i grandi club spediscono i propri giovani a maturare mentre per i talenti italiani lo spazio continua a mancare.

NON SIAMO SCARSI - La conclusione, però, non è disfattista. Il materiale c'è, anche in Premier League: quello che manca è la consapevolezza che il calcio in vent'anni è cambiato radicalmente. La Germania inciampa con Ecuador e Paraguay, la Spagna non sfonda contro Capo Verde: gli altri hanno imparato. «Siamo l'Italia è una bella frase», ammette, ma la storia da sola non basta più.

Ventidue anni senza reagire dal 2006, dice. Con una sola differenza rispetto a prima: adesso, almeno, la consapevolezza c'è.

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Sezione: Rassegna Stampa / Data: Dom 02 agosto 2026 alle 09:30
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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