Potrebbe benissimo fare il bergamasco doc: parla l'italiano in ottimo modo, sa cos'è la stegnat — la pentola per la polenta — e vive appena fuori dalla città in un quartiere talmente verde e silenzioso che lui stesso lo definisce «olandese». Marten de Roon, trentacinque anni, centrocampista e capitano dell'Atalanta, è il giocatore con più presenze nella storia del club nerazzurro: 444 presenze ufficiali, 339 delle quali in Serie A Enilive, 23 gol, una UEFA Europa League alzata a Dublino nel 2024 e una fascia che porta con la naturalezza di chi non ha mai smesso di sentirsi un leader. A lui il settimanale SportWeek — allegato de La Gazzetta dello Sport — ha dedicato un ritratto a tutto tondo, che è al tempo stesso una storia d'amore tra un uomo e una città.
IL PRIMO IMPATTO CON BERGAMO - Difficile immaginarlo, oggi, ma quando de Roon arrivò nell'estate del 2015 non sapeva nemmeno dove fosse Bergamo. «Proprio no. L'avevo cercata su Google. Neanche ero mai stato in Italia. Arrivai che c'era un bel sole caldo. Pensai: sembra di essere in vacanza». Quella vacanza non è mai finita. Il primo ricordo forte? Una sera in cui i compagni di squadra lo presentarono a un gruppo di ragazzi, uno dei quali — «sudato e con gli zoccoli ai piedi» — lo stampò «un bacio in bocca». Poi un cestello, una piazza con diecimila persone in delirio e il centrocampista olandese che si chiedeva dove fosse finito. Risposta: a casa sua. «Bergamo in una parola sola? Lavoro».
LA CITTÀ CHE HA SCELTO PER SEMPRE - L'integrazione di de Roon nella comunità bergamasca è totale. Le sue figlie, nate e cresciute qui, non parlano il dialetto ma «certamente hanno l'accento bergamasco». Lui, nel frattempo, sta imparando. Da un paio d'anni vive appena fuori dalla città, in una zona di campagna dove i giardinieri «arrivano alle sette e mezza precise del mattino e non staccano fino alle diciotto, in mezzo giusto mezz'ora di pausa». Descrizione che la dice lunga su cosa abbia imparato ad amare dei bergamaschi: «Grandi lavoratori. Qui la gente ha la mentalità di quelli che non mollano mai, il mola mia che è un po' il loro motto. Ai tifosi importa vedere la maglia sudata. E non è vero che i bergamaschi sono freddi: all'inizio ti prendono le misure, ma poi ti danno il cuore». La decisione di restare è ormai definitiva: «Qui mi sento a casa e qui ho deciso di crescere le mie figlie».
IL RECORD E LA SCENOGRAFIA CHE LO HA COMMOSSO - Il 22 marzo scorso, contro il Verona, de Roon ha scritto una pagina di storia: 436esima presenza in maglia nerazzurra, record assoluto nella storia del club, superando Gianpaolo Bellini. Alla New Balance Arena, la Curva Sud aveva allestito una scenografia con la sua immagine sotto un lenzuolo con la scritta «Prima uomini, poi campioni». «Quando l'ho vista mi son salite le lacrime, poi mi sono detto: devi giocare, asciugale». Chiudendo la stagione a quota 444, il centrocampista ha poi allungato ulteriormente il suo primato, consacrandosi come la bandiera più longeva del club orobico.
GASPERINI E PALLADINO, DUE SCUOLE A CONFRONTO - Inevitabile parlare di chi lo ha plasmato come calciatore. Il nome di Gian Piero Gasperini torna continuamente: «È l'insegnamento più importante che il nostro ex allenatore ci ha lasciato: se lavori forte nessun traguardo ti è vietato. Gasperini ti fa star bene di testa e di gambe, e te ne accorgi in partita, quando riesci a spingere non per 50-60 minuti, ma per 90. Ci ha cambiato mentalità, convincendoci di essere capaci di segnare tanti gol e vincere su ogni campo. Ci ha insegnato a non avere paura. Gasperini mi ha reso un giocatore migliore». E Raffaele Palladino? «Bravissimo. Ha portato tanto entusiasmo dopo un periodo difficile. È molto giovane, lui e il suo staff ci insegnano cose diverse rispetto a prima. Comunica tantissimo, si confronta con noi calciatori sulla tattica, prepara benissimo le partite perché sa tutto delle altre squadre». La sintesi del sottotitolo del pezzo, scelta dallo stesso capitano, suona come un sigillo: «Gasperini mi ha reso migliore, Palladino è coinvolgente».
I COMPAGNI DEL CUORE E LE PARTITE INDIMENTICABILI - Tre nomi su tutti, da portare sempre con sé in campo e in vacanza: Berat Djimsiti, «con cui ci frequentiamo anche fuori»; Remo Freuler, «oggi al Bologna»; Teun Koopmeiners, «quattro anni insieme a Bergamo e insieme l'anno scorso in vacanza»; e poi Mario Pašalić, «col quale basta uno sguardo per intendersi». Il più divertente? «Muriel». Il più elegante? «Zappacosta». Il più forte? «Iličić. Creava dieci occasioni a partita, davi la palla e stavi tranquillo». La partita indimenticabile? Quella contro il Sassuolo a Reggio Emilia che diede la prima qualificazione in Champions, «poi la vittoria contro lo Shakhtar a Cardiff e il 3-0 al Liverpool in casa loro». La partita che avrebbe voluto rigiocare? «La finale di Europa League vinta sul Leverkusen», quella in cui un infortunio gli impedì di essere in campo a Dublino: un rimpianto che porta con una eleganza rara.
IL FUTURO: ALLENATORE O DIRIGENTE? - De Roon sta già immaginando la vita dopo il calcio giocato, e la risposta non è banale. «Sto accarezzando l'idea di diventare allenatore. Ne ho parlato con Gasperini e Palladino, leggo libri di coaching». Ma il tecnico nerazzurro lo ha messo in guardia sulle tempistiche massacranti del ruolo. Così avanza anche l'ipotesi dirigenziale: gestire una squadra, coltivare i giovani, restare dentro il mondo che ama da un'altra prospettiva. Bergamo, naturalmente, è la città in cui tutto questo si costruirà. «Tra calciatori e tifosi c'è troppa distanza. Bisogna ridurla. Alla fin fine, siamo tutti uguali»: questa frase, stampata a caratteri cubitali nell'articolo di SportWeek, è forse la sintesi migliore di undici anni nerazzurri.
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Autore: Daniele Luongo
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