L'addio di Marten de Roon ha lasciato Bergamo stranamente silenziosa. Nella Curva Sud è comparso un unico striscione dedicato all'olandese — «Una cosa è certa: un'altra bandiera è andata persa» —, formula peraltro discutibile nella sostanza prima ancora che nella metrica: nessuno ha smarrito quella bandiera, è stata lei a scegliere di andarsene. La richiesta di trasferimento è partita dal giocatore.

IL SENTIMENTO DELLA PIAZZA - Ciò che colpisce, semmai, è la reazione prevalente: non rabbia, non rimpianto, ma una diffusa indifferenza. Si attende il messaggio di commiato annunciato dall'ormai ex numero 15, ma nel frattempo si è consolidata una convinzione precisa nel tifo bergamasco: chi decide di partire è libero di farlo, capitano compreso. Perché l'identità di questo club sta nella città e nella sua gente, non in un singolo nome, per quanto ingombrante sia stato il ruolo di Marten de Roon nell'ultimo decennio.

LA SCELTA SU EDERSON - A proposito di gradi: la fascia è una faccenda seria e Maurizio Sarri lo sa, eppure la sua decisione ha sorpreso. Il primo graduato non è Mario Pašalić, il veterano assoluto del gruppo, bensì Ederson, che già aveva indossato quella fascia quando il croato era assente dopo gli impegni mondiali. Il tecnico ha spiegato di aver affrontato l'argomento con i diretti interessati: «Ne abbiamo parlato, non vorrei che il cambio fosse considerata una punizione». Difficile immaginare un impegno preso con il brasiliano per convincerlo a rinnovare dopo la mancata cessione, ma il rischio che la scelta venga letta come un demerito per il croato esiste. Paradossalmente, l'unico a non porsi il problema è proprio lui: resta il capitano morale di questo spogliatoio, e Ederson lo sa bene.

DUE PORTIERI, DUE STORIE - Poi c'è il mancino di Lazar Samardžić, giocata di qualità pura resa memorabile dal momento in cui è arrivata, a partita ormai chiusa e dopo una prestazione che avrebbe meritato ben altro epilogo. Ma l'episodio ha due protagonisti in più, entrambi tra i pali. Skorupski non ha nemmeno visto partire il tiro, sorpreso dal fantasista nerazzurro; Marco Carnesecchi, all'estremità opposta, ha firmato interventi determinanti e persino un'uscita giocata coi piedi da difensore consumato. La verità – annota e rimarca Pietro Serina nel suo taglio editoriale sul Corriere di Bergamo – è che invertendo i due portieri sarebbe finita 2-0 per il Bologna, e sarebbe stato il punteggio più aderente al campo.

SARRI E LA LINEA DA ALZARE - Immagine della serata: il tecnico che per l'intero primo tempo e quasi tutta la ripresa sbraccia per far salire il reparto arretrato, con la gestualità insistente di chi dirige il traffico. Poco ascoltato, per la verità: i quattro difensori si spingevano fino al semicerchio del cerchio di centrocampo, ossia a poco più di nove metri dalla linea mediana, ma lui li avrebbe voluti ancora più avanti, contro le loro resistenze psicologiche. Si adegueranno. Meno male, per stavolta, che anche Tedesco dopo venticinque minuti si è messo a fare la stessa richiesta: si sarebbero visti venti giocatori di movimento compressi in una porzione minima di campo, con il resto del rettangolo deserto.

SETTE GIORNI DA INCORNICIARE - Il bilancio complessivo, però, è di quelli che raddrizzano l'umore: primo posto in classifica, qualificazione alla fase successiva della Conference League, tre successi in quattro gare disputate nell'arco di dodici giorni e appena una rete incassata. In più due innesti di peso arrivati nel giro di poche ore, i colpi Kessié e Rowe che hanno cambiato il volto del mercato nerazzurro.

Il gioco arriverà, servirà pazienza. Ma le premesse per rivivere settimane così, da qui a maggio, ci sono tutte.

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Sezione: Rassegna Stampa / Data: Mar 01 settembre 2026 alle 16:00
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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