La conferenza stampa del ds Giuntoli è promossa da Mobilmondo – Osio Sotto (BG)

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Prima di lasciare la scena al nuovo acquisto, il bilancio della sessione estiva. Nella sala conferenze della New Balance Academy, al Centro Sportivo Bortolotti di Zingonia, Cristiano Giuntoli ha aperto la conferenza di presentazione del nuovo centrocampista ripercorrendo passo dopo passo il mercato nerazzurro: dalla scelta di Sarri agli arrivi di Gaetano, Kristensen, Elmas, Kessié e Rowe, fino alla spiegazione del difensore che non è arrivato. Poi le risposte ai cronisti su Alajbegović e Romagnoli, sull'addio di de Roon, sulla rivoluzione dirigenziale portata avanti dietro le quinte e sugli obiettivi di un club ormai riconosciuto in tutta Europa. Con un messaggio ripetuto quasi come un mantra: il nuovo corso avrà bisogno di tempo. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com

Direttore, come giudica il mercato appena concluso?
«Volevo dire due parole in chiusura del mercato e ricapitolare quello che è stato fatto. Intanto voglio ringraziare la proprietà, Antonio Percassi e Steve Pagliuca, e l'amministratore delegato Luca Percassi, che mi ha aiutato e ha condiviso con me ogni giorno, ogni passo di questo mercato. Siamo partiti da Sarri e siamo convinti che possa essere la persona giusta su cui rifondare un nuovo percorso, un nuovo ciclo: non è stato facile, ma siamo contenti di averlo con noi. Siamo partiti da un vertice, da un regista italiano come Gaetano, che pensavamo potesse mancare come tassello. Poi siamo passati a Kristensen, dopo l'addio inaspettato e voluto da parte sua di Djimsiti: l'abbiamo preso dall'Udinese. Dopodiché c'è stato Elmas, che pensiamo possa essere un calciatore molto importante, perché può ricoprire più ruoli ed è molto adatto al gioco del mister, visto che conosce bene il 4-3-3 e l'orientamento sulla palla».

Poi la richiesta di de Roon di andare via e il colpo Kessié.
«È successo che de Roon ha chiesto di andare, ha voluto andare alla Roma, e noi ci siamo fiondati su Franck, che pensiamo possa essere un tassello molto importante per il nuovo progetto. Grazie, ripeto, al rapporto che Franck ha con Luca, un rapporto di grande fiducia e di grande stima, che ci ha permesso di fare questa grande operazione».

E l'arrivo di Rowe che cosa completa?
«Infine siamo andati su Rowe, che riteniamo possa rappresentare l'ultimo pezzo importante per questo scacchiere del 4-3-3: un esterno alto a sinistra di piede destro, che negli ultimi trenta metri, nell'ultimo terzo di campo, ci possa dare quella qualità di cui abbiamo bisogno. Insieme ad altri calciatori molto bravi come Charles, come Raspadori, come Samardžić, può andare a completare un reparto offensivo di livello».

Perché non è arrivato il difensore che in tanti invocavano?
«Non siamo andati su un altro difensore, come ci era stato invocato leggendo i giornali, per alcuni motivi: perché Jens sta procedendo bene nella sua rieducazione e contiamo di averlo con noi in tempi medio-brevi, e perché c'è anche una crescita molto importante di Obric, un centrale mancino che si è distinto nell'Under 23. Poi siamo stati dietro a calciatori che potessero magari rappresentare un'opportunità, ma non l'hanno rappresentata, e ci siamo defilati».

Qual è il bilancio complessivo della sessione?
«Siamo molto contenti: sapevamo di avere una rosa di qualità e, con i nuovi innesti, siamo convinti di averla migliorata. È chiaro che sarò ripetitivo, ma è quello che penso: il nuovo corso ha bisogno di tempo, perché passare da un orientamento sull'uomo a un orientamento sulla palla è veramente l'opposto. Quindi a livello tecnico, tattico, ma anche a livello cardiaco e fisico, ci sono delle componenti completamente differenti a cui la squadra si dovrà abituare. E questo richiederà tempo. Per il resto, se avete da fare delle domande, sono qua».

Quando avete deciso di prendere Kessié, pensavate a un mix tra regista e mezzala o avevate altre idee per il sistema di gioco?
«Franck credo che non abbia problemi a giocare da nessuna parte: è un calciatore totale, un centrocampista totale, che ha qualità fisiche e tecniche per poter giocare sia da regista sia da mezzala. In più, ovviamente, rappresenta per noi un tassello, un mattone pesante, una pietra per costruire la nuova Atalanta».

Ora che il mercato è chiuso: Alajbegović e Romagnoli sono stati davvero seguiti dall'Atalanta o non lo sono mai stati?
«Noi prendiamo sempre molte informazioni e, come abbiamo sempre detto, durante il mercato siamo molto attenti se ci possono essere delle opportunità. Per l'esterno abbiamo optato per un calciatore un po' più pronto, che ci potesse dare più garanzie nell'immediato. Come centrale difensivo, ripeto, abbiamo visto una crescita molto importante di Obric e anche un processo di recupero abbastanza veloce, e siamo convinti che in tempi medi possa tornare utile: non volevamo soffocare quel reparto».

Guardando fuori da Bergamo, quanto è orgoglioso di ciò che sta accadendo a Torino con i giocatori che ha acquistato lei?
«Sono molto contento per loro, stanno dimostrando il loro valore. Però io, sinceramente, sto pensando all'Atalanta: penso dalla mattina alla sera all'Atalanta di adesso e a quella che dovrà essere».

Dopo trentacinque-quaranta giorni di attesa sono arrivati Elmas e Kessié in poche ore, più un investimento importante come Rowe: dobbiamo aspettarci sempre mercati così, o è stata una contingenza legata a quest'anno?
«Il mercato fa sempre la sua strada, ogni mercato è differente. Quest'anno il Mondiale l'ha molto rallentato e si sono fatte tante cose negli ultimi quindici giorni. È un mercato tra virgolette "drogato", perché comunque sono cifre alte, ma pensiamo di aver fatto degli investimenti anche a livello di proprietà: sono ragazzi del 2002, del 2003, che possono ancora rappresentare un patrimonio per l'azienda. Quindi siamo sereni di aver fatto un lavoro importante per l'Atalanta di adesso e del futuro».

Quanto è stata determinante la percezione del progetto Atalanta nella scelta dei giocatori, che avrebbero potuto andare altrove anche per ragioni economiche?
«L'Atalanta ha fatto grandi cose negli ultimi anni. La famiglia Percassi, Steve Pagliuca e Luca, che elogio sempre ma è veramente un manager di grandissimo livello, hanno fatto crescere l'azienda in maniera incredibile: l'Atalanta ormai è una realtà non solo in Italia, ma anche in Europa. È chiaro che uno come Franck ha scelto non solo per questo: gli altri magari anche, ma Franck ha scelto soprattutto per cuore e per il rapporto con Luca Percassi. Però sì, l'Atalanta adesso è una realtà importante non solo in Italia ma anche in Europa».

Come sono stati vissuti, dalla società e dallo spogliatoio, l'addio di de Roon e i suoi festeggiamenti sotto la curva?
«Quando un calciatore di lunga militanza esprime la sua volontà, credo sia doveroso ascoltarlo. Quindi ci dispiace, però abbiamo voltato subito pagina e abbiamo pensato di inserire un calciatore del livello di Franck anche per quello: per sopperire, all'interno dello spogliatoio e sul campo, a quel pezzo di personalità che ci può essere utile per costruire la nuova Atalanta».

Nella rivoluzione dirigenziale di quest'estate, qual è l'aspetto percepito meno dall'esterno, quello su cui avete dovuto insistere di più per cambiare una metodologia consolidata?
«Certo, dietro le quinte abbiamo cambiato un po' di cose, ma fa parte del meccanismo di rinnovamento che volevamo instaurare. Quando per tanti anni c'è lo stesso sistema e lo stesso staff tecnico, si innescano dei meccanismi anche fuori dalla squadra, diciamo così correlati: e quindi volevamo cambiare anche al di fuori, non solo all'interno della squadra. È chiaro che anche lì è un percorso e ci vuole sempre tempo quando si fanno queste cose, però noi siamo fiduciosi di essere sulla strada giusta».

L'Atalanta è ormai una realtà consolidata in Europa: quanto è importante la Champions League e rappresenta un obiettivo, magari non necessariamente per quest'anno?
«Molte volte si parla sempre di obiettivi, ed è chiaro che l'ambizione ci sia, ma mi porta a dire che intanto dobbiamo trovare una nostra identità: quella dobbiamo ritrovarla, un'identità chiara e forte. Perché da quella poi si può capire quali obiettivi, vicini o lontani, si possano raggiungere: dirne uno rispetto a un altro potrebbe essere o troppo o troppo poco. Quindi preferisco in questo momento pensare a trovare l'identità e a ripartire con un'identità chiara, con un nuovo gruppo di lavoro in campo e fuori dal campo. Questo è il nostro obiettivo: ripartire forti. È chiaro, l'ho detto, che ci vorrà un po' di tempo, ma siamo convinti di aver fatto un buon lavoro in campo e fuori».

Un bilancio rivendicato con orgoglio, comprese le operazioni non fatte, e un invito alla pazienza ripetuto in ogni risposta. Giuntoli non fissa traguardi numerici e sposta il baricentro sul processo: prima l'identità, poi gli obiettivi. Perché a Bergamo, con il passaggio dall'uomo alla palla, la rivoluzione è prima di tutto culturale.

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© foto di atalanta.it
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Sezione: Interviste / Data: Mar 08 settembre 2026 alle 12:00 / Fonte: nostra inviata Claudia Esposito
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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