C’è un filo sottile ma resistente che lega il passato glorioso dell'Atalanta al suo presente di rifondazione e ambizione. Quel filo ha il volto e la voce di Federico Peluso, ex difensore che a Bergamo ha lasciato ricordi indelebili e che oggi, svestiti i panni del calciatore, ha indossato quelli del collaboratore tecnico al fianco di Raffaele Palladino. In un momento di transizione delicata, il suo ritorno a Zingonia rappresenta non solo un amarcord sentimentale, ma un innesto di competenza specifica e conoscenza dell'ambiente. Ospite negli studi di Bergamo TV, Peluso ha aperto lo scrigno del nuovo corso nerazzurro, svelando i retroscena tattici e psicologici che hanno portato alla rinascita di Charles De Ketelaere, al recupero di Ademola Lookman e, soprattutto, a quella rivoluzione sui calci piazzati che ha restituito solidità a una difesa apparsa smarrita. Un'analisi lucida, che parte dal cuore ma arriva dritta alla testa. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com
Federico, quattro anni dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, sei tornato a varcare i cancelli di Zingonia con un ruolo diverso. Sei stato tu ad accogliere Palladino il primo giorno: che emozioni ha suscitato in te ritrovare quel mondo che avevi lasciato dieci anni fa?
«È stato un impatto emotivo fortissimo. C'è un inizio e una fine per tutto: ho svestito i panni del calciatore, che amavo tanto, ma ora sono felicissimo di questo nuovo percorso. Zingonia è cambiata, si è evoluta, è diventata una struttura d'élite, ma l'anima è rimasta quella. Ritrovare i magazzinieri, lo staff, la famiglia Percassi è stato come tornare a casa. L'impatto con lo stadio nuovo è stato quasi "traumatizzante" per quanto è bello e diverso rispetto ai miei tempi. Nello spogliatoio ho persino cercato il mio vecchio posto: ora lo occupa Maldini, non gliel'ho ancora fatto pesare perché lo spogliatoio è sacro (ride, ndr), ma è stata una bellissima emozione».
Palladino ha svelato l'aneddoto del "foglio del DNA" appeso nello spogliatoio. Voi dello staff tecnico avete suggerito qualche aggettivo o avete lasciato carta bianca alla squadra?
«È stata un'iniziativa totalmente dedicata ai calciatori. Sono parole loro, qualcuna magari tradotta per chi non mastica ancora bene l'italiano, ma i concetti arrivano direttamente dal gruppo. Credo che questi ragazzi abbiano capito perfettamente l'importanza della maglia nerazzurra e cosa essa rappresenti per il popolo bergamasco. Noi come staff abbiamo semplicemente osservato e sposato appieno i loro valori: siamo fieri della risposta che hanno dato».
Prima della chiamata dell'Atalanta, tu e il mister vi siete fatti vedere spesso in tribuna su vari campi. Sentivate che il cambiamento era nell'aria?
«No, non era una questione di previsione, ma di professionalità. Io vivo a Milano, quindi muovermi verso Bergamo (col Pisa e con il Lecce, ndr) o altri stadi lombardi era comodo, ma come staff abbiamo girato tantissimo, dividendoci su più campi, dalla Serie A alla Nazionale. Eravamo fermi e il nostro dovere era tenerci aggiornati, studiare e farci trovare pronti per un'eventuale chiamata. Che poi, fortunatamente, è arrivata da una piazza prestigiosa come questa».
Le vittorie contro la Fiorentina e all'esordio in Champions hanno rasserenato un ambiente che sembrava scosso. Quanto pesano questi risultati per il vostro lavoro quotidiano?
«Un vecchio adagio dice che "vincere aiuta a vincere", ed è la pura verità. Queste due vittorie sono state fondamentali per rasserenare il clima e ridare quell'entusiasmo che un po' mancava. Eravamo quasi "spaventati" dalla gara di campionato post-Champions, perché sappiamo quanto l'Europa possa prosciugare energie nervose. Invece i ragazzi hanno risposto alla grande contro una Fiorentina forte, che non merita l'attuale classifica. È stata una settimana che poteva nascondere trappole, invece si è rivelata magica».
Il caso De Ketelaere è emblematico: sembra un giocatore trasformato. Dove avete inciso di più? È stato un lavoro tattico o puramente psicologico ed empatico?
«Come ha detto il mister, avendo poco tempo a disposizione abbiamo lavorato su pochi concetti, ma chiari. Abbiamo battuto su due o tre principi fondamentali in ogni allenamento. Charles è un giocatore straordinario che ama entrare nel vivo del gioco, quindi gli abbiamo concesso la libertà di abbassarsi a prendere palla per poi determinare. Credo che lui abbia un "campione dentro". La sua serenità si vede in settimana: è un professionista esemplare. Abbiamo cercato di tranquillizzarlo, facendogli sentire la fiducia e ricordandogli che è un giocatore di altissimo livello. A volte basta sbloccare la mente per liberare il talento».
Nello specifico, quali sono questi "pochi concetti chiari" su cui avete basato la ricostruzione tattica e mentale?
«Sotto l'aspetto psicologico Raffaele è bravissimo, ma lo è altrettanto su quello tecnico. Noi prepariamo un piano gara specifico per ogni avversario, ma non siamo schematici o rigidi: vogliamo giocatori "pensanti" in campo. I principi su cui martelliamo sono l'occupazione intelligente degli spazi, l'attacco della profondità e, soprattutto, la riconquista con verticalizzazione immediata. Quando siamo entrati nello spogliatoio per la prima volta, la priorità è stata ridare autostima: quando mancano i risultati si perde fiducia, è inconscio. Il nostro primo compito è stato riportare serenità».
State lavorando sulla fase difensiva delle palle inattive, perché qui è stato un tallone d'Achille, ma non solo adesso, anche nelle annate precedenti con Gasperini.
«Noi abbiamo apportato il nostro credo, ovvero la marcatura a uomo, e abbiamo responsabilizzato i nostri ragazzi. Credo che questo sistema sia proprio nelle loro corde, perché sono comunque ottimi difensori, strutturati. Noi abbiamo sempre difeso così, crediamo in quello che proponiamo e quindi abbiamo apportato questa modifica, pur sapendo che loro venivano da diversi anni con un'altra metodologia, quella a zona»
Come avete gestito il reintegro di Lookman dopo un'estate turbolenta?
«Sinceramente, è stato lui a mandare segnali a noi, più che il contrario. Si è ripresentato con un entusiasmo e una voglia di lavorare contagiosi. Siamo stati quasi trascinati dalla sua energia. Raffaele, avendo fatto l'attaccante di talento, ha saputo toccare le corde giuste, ma è stato un processo molto naturale. Voleva solo rimettersi a fare ciò che ama: giocare a calcio».
Tu sei stato un difensore di livello. Ti senti di dare qualche consiglio specifico ai giocatori che oggi ricoprono il tuo ruolo? E come vedi i nuovi innesti, come Brescianini o i giovani fisici che sono arrivati?
«Il mio passato ovviamente influisce, ho un occhio di riguardo per la fase difensiva e cerco di curare quei piccoli particolari. Mi sto godendo questa esperienza nello staff, imparo ogni giorno. Per quanto riguarda i nuovi, Brescianini è un ragazzo di una serietà incredibile, un lavoratore instancabile. Ahanor, invece, ha grandi doti ed è strutturato fisicamente e ha un futuro assicurato: bisogna dar loro tempo di crescere e sbagliare, ma sono sicuro che saranno un valore aggiunto. La forza di questa Atalanta, però, resta il gruppo: il livello degli allenamenti è altissimo grazie a chi gioca meno, che spinge i titolari a non abbassare mai la guardia».
Qual è la caratteristica principale di Palladino allenatore?
«La sensibilità. Ha una capacità incredibile di capire le persone e sa toccare le corde giuste sia emotive che tecniche. Inoltre, è didatticamente molto bravo: sa comunicare le sue idee e farle entrare nella testa dei giocatori in poco tempo, adattando il metodo al singolo interlocutore. Il suo "pallino"? L'intensità. Chiede entusiasmo e ritmo in ogni singolo allenamento».
E ora la sfida di Coppa Italia contro il Genoa.
«Il Genoa è una squadra che ha appena cambiato allenatore, hanno vinta nell'ultima sfida di campionato e hanno entusiasmo. Sarà una sfida difficile, ma noi ci teniamo tantissimo alla Coppa Italia e la stiamo preparando al meglio».
Un ritorno che sa di futuro. Federico Peluso non è solo un ex che torna a casa, ma una pedina chiave nello scacchiere di Palladino. La sua intervista restituisce l'immagine di uno staff che ha le idee chiare: recupero psicologico, libertà al talento e, soprattutto, un ritorno ai fondamentali difensivi che esaltano le caratteristiche dei singoli. L'Atalanta ha ritrovato la sua identità, e parte del merito passa anche da chi lavora nell'ombra a Zingonia.
© Riproduzione riservata
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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