Tuffo nel cuore degli anni '90 con Marco Sgrò, che ai microfoni esclusivi di TuttoAtalanta.com riapre l'album dei ricordi di un'epoca irripetibile. Tra geometrie in mezzo al campo e un legame indissolubile con la città di Bergamo, l'ex centrocampista rievoca le gioie professionali, come l'intesa telepatica con Filippo Inzaghi, e i dolori più profondi, tornando con la mente alla tragedia che sconvolse lo spogliatoio nerazzurro: la scomparsa di Federico Pisani.

Nella stagione 1996-97 sei anche tra i principali assistman per Filippo Inzaghi, che in quell’annata fu capocannoniere della Serie A. Era facile far segnare un attaccante come lui? «Di facile non c’era nulla. Era anche questione d’intelligenza calcistica. Noi studiavamo tanto, anche in allenamento. Io conoscevo a memoria i movimenti di Inzaghi. Mi diceva sempre “Marco, quando vedi che scatto, devi mettermi la palla lì, sul movimento”. Sembra facile, ma solo perché c’era un lavoro enorme dietro. Dovevo saltare l’uomo e mettergliela tesa, precisa, sul movimento. Io cercavo sempre di rubare il tempo ai difensori. Ogni volta che gliela mettevo bene, lui faceva gol. Quell’anno Pippo è stato un cecchino infallibile. Otto assist. Pippo me l’ha sempre detto che è anche grazie a me che è diventato capocannoniere quell’anno e che poi è andato alla Juve».

Quella stagione, però, è stata segnata anche da un momento drammatico: la morte di Chicco Pisani. Il più brutto della tua carriera? «Sicuramente. Chicco abitava con me a Orio. Io e Minaudo al terzo piano e lui nella stessa palazzina. Eravamo sempre insieme anche fuori dal campo: andavamo a mangiare a “Le Stagioni” e poi si rientrava a casa. Quella volta era un martedì sera. Il mercoledì avevamo sempre doppio allenamento. Lui era con la ragazza e un’altra coppia di amici e disse di voler fare una scappata al casinò. Gli dicemmo di andarci un altro giorno, proprio in vista dell’allenamento della mattina successiva, ma loro andarono comunque. Purtroppo alle 4 del mattino sono venuti a suonarci a casa per dirci quello che era successo».

Parole che restituiscono la dimensione umana di quel gruppo: non solo compagni di squadra capaci di portare un attaccante in Nazionale, ma amici veri segnati da un destino crudele che, ancora oggi, unisce il popolo atalantino nel ricordo.

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Sezione: Interviste / Data: Gio 15 gennaio 2026 alle 18:00 / Fonte: Claudia Esposito
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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