Esiste una regola non scritta nel pallone che spesso sovverte le più elementari leggi dell'aritmetica: giocare in superiorità numerica non garantisce la vittoria, anzi, talvolta si trasforma in una zavorra mentale insostenibile. L'Atalanta ne sta diventando l'esempio vivente, intrappolata in un paradosso psicologico che ha trasformato l'imprevedibile in una preoccupante consuetudine agonistica.
LA SINDROME DI DAVIDE E GOLIA - L'onda lunga dell'epica e storica rimonta di Champions League contro il Borussia Dortmund ha lasciato scorie pesantissime nella testa dei giocatori. Non è un caso che Raffaele Palladino, profeta inascoltato, avesse lanciato un monito chiarissimo alla vigilia: archiviare la sbornia europea per calarsi nella trincea contro il Sassuolo sarebbe stata «la cosa più difficile e complicata». E la profezia si è avverata nel modo più beffardo. L'espulsione di Pinamonti dopo soli sedici minuti, invece di spianare la strada alla Dea, ha innescato una letale reazione d'orgoglio negli emiliani. Sette minuti dopo il cartellino rosso, i neroverdi hanno sbloccato la gara su palla inattiva, difendendosi poi con un'abnegazione tale da non accusare mai l'atteso crollo fisico e trovando persino il colpo del ko nel finale.
STERILITÀ E IMMOBILISMO TATTICO - L'immagine simbolo della disfatta di Reggio Emilia è brutalmente stampata nelle statistiche dell'intervallo: un bulimico 73% di possesso palla per i bergamaschi, contro il misero 27% dei padroni di casa. Un monologo territoriale che si è però rivelato desolatamente sterile e prevedibile. Se in altre occasioni la panchina era riuscita a sparigliare le carte, questa volta Palladino ha scelto di non stravolgere l'assetto tattico in corsa. Nessun ribaltone del copione, nessuna scintilla improvvisa. Quando il piano gara salta dopo un quarto d'ora, è la spinta mentale a fare la differenza: e la ferocia, domenica, era in dote esclusiva a chi aveva l'uomo in meno.
IL LONTANO BATTICUORE DI MARASSI - Eppure, le avvisaglie di questo "mal di superiorità" si erano già manifestate lo scorso dicembre contro il Genoa. In terra ligure, il canovaccio sembrava identico: rosso immediato a Leali dopo appena tre giri di lancette per aver sventato una chiara occasione da rete. Quell'Atalanta, ancora in fase di rodaggio e in bilico tra alti clamorosi (il trionfo sul Chelsea) e bassi inattesi (il tonfo col Verona e il successo sofferto sul Cagliari), faticò da matti. Il Grifone, per nulla domo, tenne in mano il pallino del gioco per ampi tratti e colpì persino un palo all'inizio del secondo tempo sullo zero a zero. A salvare i tre punti fu un autentico capolavoro scacchistico del mister, che smantellò il 3-4-3 di partenza per varare uno spregiudicato 4-2-4. Il guizzo di testa di Hien al 94', complice un'uscita a farfalle del portiere di riserva Sommariva entrato a freddo, mascherò le incertezze di fondo.
L'EROISMO CAPOVOLTO DEL LAGO - La prova definitiva che l'intero teorema si fondi su basi puramente psicologiche arriva dall'incrocio contro il Como. In quella circostanza, le parti si sono invertite: è stata la formazione nerazzurra a subire il cartellino rosso in avvio, per colpa dell'episodio che ha coinvolto Ahanor. Ebbene, messi con le spalle al muro e costretti all'inferiorità fin dalle prime battute, Carnesecchi e compagni hanno tirato fuori un'anima feroce, strappando un pareggio che aveva il sapore dolcissimo di un'impresa. Un dato che certifica come la sensazione di svantaggio accenda un fuoco interiore, mentre il trovarsi con l'uomo in più spenga inesorabilmente l'istinto killer.
Nel calcio, l'illusione di un vantaggio teorico è il primo, fatale passo verso la sconfitta. Quando credi che la montagna sia già scalata per grazia ricevuta, finisci inevitabilmente per inciampare sul sasso più piccolo. Una dura lezione di umiltà e tenuta mentale che, a Zingonia, non potranno permettersi di ignorare.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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