Il terremoto istituzionale che ha travolto i vertici del calcio italiano si arricchisce di un nuovo, vibrante capitolo. A rompere il silenzio dopo la traumatica uscita di scena è direttamente Gabriele Gravina, ormai ex presidente della Federcalcio, che ha deciso di spazzare via le ombre e i sussurri riguardo alle reali motivazioni che lo hanno spinto ad abbandonare precipitosamente la stanza dei bottoni romana.
IL PESO DEL MONDIALE E LA SCELTA PERSONALE - L'ex vertice azzurro rifiuta categoricamente l'etichetta di vittima di un sistema politico che lo voleva fuori dai giochi a tutti i costi. Le sue parole, affidate al palcoscenico televisivo di La7, tratteggiano un addio dettato dall'etica sportiva e dal peso di una grande promessa infranta. «Non sono stato costretto a dimettermi nella maniera più assoluta, è stata una mia scelta personale e ritengo sia stata quella giusta», ha chiarito senza usare mezzi termini. Il nodo cruciale di questa parabola resta la dolorosissima e mancata qualificazione alla rassegna iridata: «Avevo assunto un impegno preciso verso tutti i tifosi italiani, quello di andare ai Mondiali. Purtroppo non ho mantenuto fede a questo obiettivo vitale».
SCUDO CONTRO LE ISTERIE ISTITUZIONALI - Dietro la clamorosa rinuncia, tuttavia, si cela anche una profonda e radicata amarezza per il clima tossico creatosi attorno alla governance del pallone nostrano. L'ex dirigente ha rivendicato con forza la totale indipendenza delle proprie decisioni, allontanando le voci di fantomatiche ingerenze esterne: «Non sono un uomo propenso a subire pressioni, ragiono esclusivamente con la mia testa e mantengo la mia lucidità». L'abbandono dell'incarico viene inquadrato come una manovra dolorosa ma necessaria per salvaguardare l'immagine dell'istituzione stessa: «Si respiravano isterie istituzionali di ogni genere, fare un passo indietro è stato un atto di responsabilità per non sovraesporre ulteriormente la FIGC al massacro».
L'ORGOGLIO PER I PROGETTI E IL RILANCIO - Il bilancio finale tracciato dall'ex presidente, però, è tutt'altro che una resa incondizionata o un'ammissione di colpa totale. Nonostante la cicatrice mondiale bruci ancora, l'analisi del proprio mandato rivendica successi strutturali e manageriali di spessore. «Non ritengo affatto di aver fallito», ha ribadito con estremo orgoglio. Certo, isolando i singoli drammi sportivi il rammarico è palese, ma allargando il campo visivo la percezione muta radicalmente: «Se vogliamo parlare dell'attività in tutte le sue forme e della mole di progetti realizzati, posso affermare che la nostra federazione resta tra le più apprezzate e all'avanguardia in tutta Europa».
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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