Romano, uomo di cultura, programmista e regista della Rai e anima dei portali dedicati al teatro e alla divulgazione culturale. Ma prima ancora Francesco Colucci è un tifoso atalantino fuori sede, uno di quelli che hanno scelto questi colori senza ereditarli, senza geografia e senza convenienza. Una passione nata da bambino e diventata parte della propria identità, coltivata tra treni notturni, trasferte infinite e amicizie costruite attorno al nerazzurro. Da Roma, Colucci continua a vivere questa squadra con lo sguardo di chi si sente lontano da una patria ideale, ma mai distante davvero, perché certi legami non hanno bisogno di residenza. Bastano memoria, appartenenza e una fede che resiste al tempo.
IL GRUPPO ROMANO E L'ANALISI DELLA STAGIONE
Francesco, un romano tifoso dell'Atalanta a Roma. Uno dei pochi, ma forse sempre in numero maggiore?
«Assolutamente sì – racconta in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Siamo un piccolo gruppo di tifosi romani. Abbiamo una chat, dove restiamo in contatto e ci scambiamo opinioni e giudizi e dove abbiamo inserito anche altri tifosi che non vivono a Bergamo. Oltre a me, c’è un fisico del Consiglio Nazionale delle Ricerche, sempre in giro per il mondo, che appena ha tempo prende l’aereo e parte per andare a vedere la squadra in casa e in Europa. C’è il figlio di un immigrato iraniano, fotografo importante, che nell’anno del -6 aveva fatto l’abbonamento e prendeva l’aereo andata e ritorno in giornata per seguire tutte le partite. Poi un tifosissimo di Rovereto, avvocato, e uno sceneggiatore torinese che scrive per la fiction Rai “Il Paradiso delle Signore”. Anche lui tifa per i nerazzurri, ma non va a vederla allo stadio perché dice di soffrire troppo. Il coordinatore del gruppo è il giornalista Stefano Corsi. Tutte persone molto interessanti, magari un po’ matte, ma con storie e vite fuori dal comune. Alcune sono di Roma, altre ci vivono solamente. Ognuna con un percorso diverso, ma accomunate dalla passione nerazzurra. Siamo tutti molto legati. Per dirla con le parole di Foscolo, ci sentiamo in esilio dalla patria ideale. Saremmo voluti essere bergamaschi per vivere tutto questo dal vivo, invece siamo sparsi per altre Regioni italiane».
Oggi quali sono i commenti sul rendimento della squadra?
«C’è chi è più critico e non le manda a dire e chi cerca di mantenere un atteggiamento più distaccato. Però siamo tutti consapevoli che in questa stagione siano stati commessi alcuni errori. Era difficile aspettarsi grandi cose, ma un po’ di delusione c’è comunque, soprattutto per gli ultimi due mesi. La partita con la Lazio ci ha lasciati francamente basiti: ci aspettavamo una prestazione diversa e una formazione che scendesse in campo con gli occhi della tigre. Non ho visto aggressività, né un’intensità agonistica di alto livello. Ho visto un gruppo piatto. Pensavo corressero di più, invece la condizione fisica non sembrava ottimale. Dopo il gol c’è stata una reazione rabbiosa, ma io quell’intensità la volevo vedere dall’inizio e per tutti i 90 minuti. Invece è stata una partita mediocre. Alla fine meritavamo forse qualcosa in più, ma loro si sono chiusi e non ci hanno rubato nulla. Non ci sono stati episodi tali da gridare allo scandalo. Dare la colpa all’arbitro significa soltanto offrire alibi ai giocatori. È stata una partita mediocre e l’abbiamo pagata. Eravamo più forti, ma non si è visto né nella gara di andata né in quella di ritorno. Abbiamo lasciato il lasciapassare per la finale a una squadra modesta, con poche qualità individuali».
Prima il pareggio in campionato e poi la sconfitta in Coppa: com’è stato il rientro nella quotidianità romana?
«Vi lascio immaginare. Tutti a parlarmi della partita. Sono stato sbeffeggiato sia dai romanisti che dai laziali, ma ancora peggio è andata a scuola a mio figlio Gabriele, anche lui tifoso atalantino. Io sono abituato. Quest’anno è andata male, ma in passato, quando lottavamo tra la A e la B e ci salvavamo all’ultima giornata, ho combattuto praticamente da solo contro tutti. Lui invece è cresciuto con i tempi migliori, con i gol di Zapata, le prodezze del Papu Gomez e le magie di Ilicic. Nessuno poteva dirgli nulla. Invece stavolta l’hanno preso in giro tutti, perfino un paio di juventini e l’unico compagno milanista».
LE ORIGINI DELLA PASSIONE E LE TRASFERTE EPICHE -
Francesco, facciamo un passo indietro. Da dove nasce il suo legame con Bergamo?
«Con precisione non lo so nemmeno io, ma sono tifoso nerazzurro fin dalla prima infanzia. Ero appassionato di calcio, ma non ho mai tifato né Roma, né Lazio. Mi piacevano le squadre di provincia e tra queste c’erano anche i bergamaschi, a cui mi sono appassionato sempre di più. Quando avevo 11 anni, mio nonno mi portò a Bergamo a vedere una partita. Fu un regalo straordinario e da quel momento mi sono innamorato completamente della città: bellissima, stadio caldissimo, tifo pazzesco».
In quegli anni era davvero insolito un tifoso romano. Cosa le dicevano gli amici?
«All’epoca la squadra era talmente poco conosciuta che i miei compagni di scuola mi chiedevano perfino dove fosse esattamente la città. Erano i primi anni Settanta: niente internet, niente telefonini, niente voli low cost. Nessuno conosceva Bergamo, che invece io trovavo meravigliosa. Si andava a Milano, ma Bergamo era quasi un concetto sconosciuto. All’epoca ci volevano otto ore di treno per arrivare a Milano più il tempo del trasferimento. In totale circa dieci ore di viaggio. Mi capitava di partire il sabato notte per vedere la partita e tornare la domenica notte, andando poi a scuola il lunedì mattina stravolto. Avevo 15 anni e viaggiavo da solo. I miei genitori erano spesso in giro per il mondo per lavoro, quindi non era una cosa così strana. Mio padre insegnava letteratura russa ed era spesso nei Paesi dell’Est; mia madre era archeologa e spesso in missione in Paesi come Afghanistan e Nepal. Era normale nella mia famiglia viaggiare».
Ci sono trasferte che ricorda più di altre?
«Ricordo la partita in Serie C contro il Sant’Angelo Lodigiano finita 2-0 con doppietta del mitico Bortolo Mutti. A causa dello spostamento delle lancette dell’orologio per il cambio d’orario stagionale rimanemmo un’ora fermi in piena campagna, nel cuore della notte, perché il treno dovette aspettare per arrivare all’orario corretto. Se ci ripenso oggi, mi sembrano cose assurde».
Altri ricordi particolari?
«La festa promozione dalla Serie C in B sotto la Curva Nord in occasione della gara con il Mantova, insieme all’amico Antonio Gavazzeni. La partita finì 1-0 con gol di Domenico Moro. Ho visto la promozione con Nedo Sonetti, il 4-2 contro la Sambenedettese, e l’1-1 con il Cesena. Venivo spesso a Bergamo. Oggi un po’ meno, per gli impegni lavorativi e la famiglia, ma mi tengo sempre informato. Ho anche una collezione con tutte le edizioni del lunedì de L'Eco di Bergamo: una raccolta completa di tutte le partite dalla fine degli anni Ottanta a oggi».
LE AMICIZIE BERGAMASCHE E IL VALORE UMANO
Sono ricordi legati solo a partite o anche a persone?
«Anche e soprattutto a persone. Il tifo per questi colori mi ha regalato grandi amicizie, in particolare quella con una tifosa che poi sarebbe stata anche la madrina del battesimo di mio figlio. La conobbi a Terni nel settembre 1999. Io e un altro romano eravamo lì. Durante l’intervallo iniziammo a parlare con una coppia più grande di noi. Scoprimmo che venivano da Bergamo: lei insegnante, lui lavorava in una ditta chimica. Scattò subito la simpatia. Mario ed Esa Spagnolo, così si chiamavano, mi lasciarono il biglietto da visita e mi dissero di chiamarli se fossi tornato in città. Lo feci a fine stagione, in occasione della partita per la promozione contro il Cesena. Dormivo all’Hotel Piemontese, di fronte alla stazione. Vennero a prendermi, conobbi i loro figli, mangiammo, andammo allo stadio insieme e nacque un’amicizia vera. Quando il lunedì ripartii, passando dalla reception scoprii che avevano già saldato il conto per me. Una generosità bergamasca davvero incredibile. Ci siamo sempre sentiti. Commentavamo le partite insieme. Mi chiamavano direttamente dallo stadio anche a fine gara. Mi sono sempre stati molto vicini, anche nei momenti difficili. Talmente amici che ho chiesto a Esa, che era una forza della natura, impetuosa e generosa, di fare da madrina al battesimo di mio figlio Gabriele. Era il giorno della finale di Champions vinta dall’Inter. La vedemmo tutti insieme a casa di mia madre. Era anche il periodo in cui la società stava passando dalla gestione di Ivan Ruggeri a quella di Antonio Percassi. Ora non ci sono più. Mario si sentì male durante una gara di qualche anno fa. Ora è rimasto un legame fortissimo con i figli Claudio e Valeria, ma per me resteranno la Spagnolo Band, un’amicizia durata decenni, costellata da affetto autentico. Un bellissimo regalo che mi ha fatto l'Atalanta, ma devo dire di aver avuto tante soddisfazioni da Bergamo, dai bergamaschi e dalla squadra».
Parla di altre amicizie?
«Sì, come quella con Antonio Gavazzeni, nipote del direttore d’orchestra, compositore e musicologo Gianandrea Gavazzeni. Entrambi collezionavamo fotografie del tifo. Cercavo una persona con cui fare degli scambi a Bergamo e ci siamo conosciuti attraverso un annuncio su un giornalino sportivo. Di persona, invece, ci siamo visti per la prima volta in occasione della partita promozione in B contro il Mantova. Quel giorno pioveva a dirotto. Andammo in corteo dallo stadio alla stazione e arrivai completamente bagnato. Lui si offrì di accompagnarmi a casa sua per asciugarmi. Ero fradicio e sua madre mi asciugò i vestiti con il phon. Conobbi anche suo padre. I suoi genitori ancora oggi mi ricordano come “il romano tutto bagnato”. Poi c’è Marcello Ginami, lo storico fisioterapista nerazzurro. È un mito. È un amico, una persona molto discreta, ma meravigliosa. E infine Alfredo Panzeri, responsabile dell’ufficio abbonamenti de L’Eco di Bergamo che mi aiuta sempre. I bergamaschi sono tutti gentilissimi, alla faccia di chi dice che sono orsi. Parlano poco, sono seri, ma se ti vogliono bene e si affezionano, non ti lasciano più. Dietro quella facciata apparentemente dura c’è tantissima umanità».
Ha portato suo figlio a Bergamo a vedere l'Atalanta?
«Nella stessa settimana siamo stati prima a Verona per il debutto di Hojlund, dove vincemmo 1-0, e il mercoledì al nuovo stadio a vedere la gara con il Torino, vinta 3-1».
Che impressione le ha fatto il nuovo stadio rispetto al passato?
«Io sono un po’ vecchio stampo. Mi piace, ma lo trovo più freddo e asettico. Prima vedevi peggio, stavi più scomodo, ma era tutto più vero e autentico. Mi piacerebbe fosse un po’ più grande, anche se so che non è possibile».
Ha un giocatore preferito di sempre?
«Bortolo Mutti è stato il simbolo della mia infanzia. Ero piccolo, segnava sempre, ci ha portati in Serie B e gli ho voluto molto bene. Mi viene in mente anche Carlo Perrone: una bellissima persona e un grande giocatore. Mi colpiscono molto le persone di grande spessore umano. Scegliere Ilicic sarebbe troppo facile. A me piacevano quelli magari meno tecnici, ma che scendevano in campo dando tutto, un po’ come Marten de Roon, che è il simbolo di oggi. Sogno davvero di conoscerlo. Giocatori come Codogno, Padoin e Rustico, quelli che sudavano davvero per la maglia. A proposito, vuole sapere una curiosità su Rustico?».
Ci racconti…
«Lavoravo a Radio Rai, che era sul Tevere, e volevo prendere dei biglietti al Teatro Argentina. Passando da Piazza Navona sentii una voce che mi sembrava quella di Fabio Rustico. Mi voltai e vidi una persona che gli somigliava. Non giocava più. Ai tempi era assessore per il Comune di Bergamo. Era seduto al tavolo con un altro ragazzo. Riconobbi l’accento, mi fermai, chiesi ed era davvero lui, a Roma per impegni istituzionali. Chiamai subito Esa per raccontarglielo. Il ragazzo al tavolo con lui era Gabriele Guidi, figlio di Catherine Spaak e Johnny Dorelli, con cui da allora è nata una grande amicizia. Anche lui è un tifoso sfegatato. Faceva spesso avanti e indietro da Roma in auto per venire allo stadio».
IL GIUDIZIO SULLA STAGIONE E LE PROSPETTIVE FUTURE
Francesco, quest’anno la squadra le è piaciuta?
«Mi aspettavo una stagione di transizione. Il risultato in sé non mi dispiace. Ho visto la Serie C, quindi figuriamoci se mi lamento per un settimo posto. Il vero rammarico è per il gioco espresso. Negli anni di Gasperini, dal mio barbiere all’idraulico, dal barista al collega di lavoro, tutti mi dicevano: “Però, come giocate bene”. Ci seguivano anche i non tifosi. In Europa facevamo figure straordinarie. C’era orgoglio, non più contro tutti e contro tutto come quando ero piccolo, ma gli avversari ci ammiravano. Pochi soldi, grandi risultati. Quest’anno più nessuno ci fa i complimenti. C’è una sorta di triste silenzio attorno all'ambiente. Abbiamo vissuto delusioni anche con Gasperini, finali perse comprese, ma eravamo circondati da ammirazione: per la società, per il tecnico, per il gioco, per il coraggio, per i risultati costruiti con risorse limitate. Oggi non accade più».
Ha pure Gasperini a Roma: peggio di così non le poteva andare…
«Con tutte le squadre al mondo proprio qui doveva venire (ride, ndr). Però attenzione, a Roma si fa presto a passare dall’essere Giulio Cesare a Nerone. Non ci vuole nulla. Può accadere da un giorno all’altro. È una piazza difficilissima. Il favore popolare è molto volubile. Adesso la piazza è con lui, ma anche Ranieri sembrava una bandiera che nessuno avrebbe mai ammainato e, invece, è stato fatto fuori molto velocemente. E adesso chi fa da ombrello a Gasperini? Detto questo, io gli sarò eternamente grato. Resterà nella leggenda nerazzurra per sempre, nonostante tutti i suoi difetti e i suoi limiti».
Si deve ripartire da mister Palladino?
«Io credo sia un buon allenatore. Non un fenomeno, ma bravo. Se l’alternativa è un maestro, un genio, un visionario, uno come Maurizio Sarri, che insegna calcio e che con la Lazio ha fatto un capolavoro, allora si può pensare anche di cambiare, ma se l'Atalanta pensa di rimpiazzarlo con un allenatore di pari livello, uno che sa fare il suo mestiere, ma senza quel qualcosa in più, allora meglio tenercelo stretto».
È deluso?
«La vecchia guardia sta dando tutto. De Roon, Zappacosta, Kolasinac, Pasalic sputano l’anima ogni volta che scendono in campo. Altri non lo fanno, soprattutto alcuni acquisti degli ultimi due anni. La vecchia guardia tira la carretta, quella nuova meno. Ci sono state troppe partite affrontate come se si andasse al mare a giocare in ciabatte sulla spiaggia. E questo fa male. Il pubblico meriterebbe di più e anche qualcosa di meglio».
Sfumata l’Europa League, con il Genoa che partita si aspetta?
«Mi aspetto che la squadra giochi una partita vera, che capisca che non ci si può permettere di andare in vacanza prima del tempo. Non si gioca soltanto per onorare una firma sul contratto. Questo pubblico meraviglioso merita una rosa che giochi fino all’ultimo minuto, dando tutto quello che ha, anche se ora non serve più a nulla. Lo si deve alla passione della piazza. Dopo quello che i tifosi hanno fatto per caricare i ragazzi per la semifinale di Coppa, dopo gli applausi nonostante la sconfitta per 6-1 con il Bayern Monaco, questo pubblico merita una squadra che giochi e combatta fino alla fine con il massimo impegno. Allenatore, società e giocatori hanno un dovere morale verso i tifosi. Con il Genoa mi aspetto una bella prestazione, senza scuse. Lo devono alla gente. Su questo sono intransigente».
Nelle parole di Francesco Colucci c’è molto più di un semplice racconto da tifoso. C’è il ritratto di una realtà vissuta come casa, rifugio e comunità umana. Una squadra capace di attraversare decenni, categorie, gioie e delusioni senza mai spezzare il filo dell’appartenenza. Dalla Serie C alle notti europee, dalle amicizie nate sugli spalti fino alla passione trasmessa al figlio, il club resta per lui qualcosa che va oltre il calcio. E anche oggi, tra critiche e aspettative, rimane intatto quel senso di riconoscenza verso Bergamo e verso una tifoseria che considera speciale e incapace di smettere di amare.
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