Politico, imprenditore, uomo di sport e tifoso dichiarato. Giorgio Jannone Cortesi è stato parlamentare per quattro legislature, presidente e amministratore delegato di numerose aziende di rilevanza regionale e nazionale, soprattutto del settore finanziario e produttivo, e oggi continua a essere una voce di riferimento nel dibattito pubblico bergamasco. Da sempre vicino al mondo dello sport, tra i principali azionisti della Volley Bergamo, segue i colori nerazzurri con la passione del tifoso di Curva e con lo sguardo critico di chi non ha mai avuto timore di esporsi. Molto seguito e stimato in città, Jannone non rinuncia mai a dire ciò che pensa, anche quando le sue posizioni possono risultare scomode. In quest’intervista in esclusiva a TuttoAtalanta.com affronta senza filtri i temi più caldi, dal calcio moderno ai fondi stranieri, dal futuro del club al rapporto con i Percassi, passando per lo stadio, il palazzetto e il ruolo sociale dello sport.
IL CALCIO MODERNO, IL VAR E I FONDI STRANIERI
Onorevole, partiamo dall’attualità. Che idea si è fatto del caso Rocchi e, secondo lei, il calcio italiano ha ancora gli strumenti per garantire trasparenza e fiducia nelle decisioni arbitrali o serve una riforma?
«Certamente siamo delusi dal VAR – confida in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Sembrava potesse essere la risoluzione di tutti i mali, invece c’è qualcosa che non funziona. Ce ne accorgiamo praticamente in ogni partita e lo ha visto anche l'Atalanta nella semifinale di Coppa Italia. Per quanto riguarda l’inchiesta su Rocchi, ancora non è chiaro fino in fondo di cosa si stia parlando, però appare evidente la necessità di una riforma: sul Var e, più in generale, sull’intero calcio italiano».
Negli ultimi giorni si è tornati a parlare di un presunto intreccio tra vita mondana, escort, imprenditoria e personaggi del calcio, un tema che ha acceso il dibattito pubblico. Secondo lei, c’è il rischio che su certe vicende prevalga un certo moralismo di facciata o episodi di questo tipo raccontano un lato problematico del sistema che ruota attorno a potere e notorietà?
«Il lato problematico è l’eccesso di soldi: nel calcio ne girano troppi tra procuratori e giocatori ed è chiaro che ragazzi molto giovani possano cadere più facilmente in tentazione. Sono attorniati da un mondo molto attrattivo. Non me la sento di cadere nel facile moralismo. Il problema è soprattutto la quantità di denaro che ruota attorno a questo ambiente e, probabilmente, anche un minor attaccamento alla maglia rispetto al passato. Una volta i giocatori erano molto più attenti a ciò che facevano anche fuori dal campo, perché altrimenti rischiavano di non giocare o di essere in qualche modo puniti. Oggi, invece, mi sembra che questo tipo di attenzione e di controllo sia venuto meno».
Lei ha parlato di «calcio marcio», condizionato da soldi, diritti televisivi, fondi stranieri e procuratori. Da imprenditore e uomo delle istituzioni, qual è stato secondo lei il punto di rottura e da dove si dovrebbe ripartire?
«Non si può fermare l’evoluzione tecnologica, l’evoluzione delle televisioni e delle piattaforme, ma sicuramente l’arrivo delle pay tv e dei diritti televisivi ha cambiato il mondo del calcio. Non esiste più un calendario preciso, le partite possono essere seguite da casa e il calcio ha assunto interessi che non sono più soltanto quelli dei tifosi, ai quali eravamo abituati e legati. Quello è stato il vero punto di svolta. È un cambiamento che non si può arrestare, perché rappresenta l’evoluzione naturale del sistema. Però, alla mia generazione e a chi ha vissuto il calcio da tifoso vecchio stampo, resta una certa nostalgia. Noi siamo cresciuti andando allo stadio, seguendo la squadra con passione e sacrificio. Quello che sta accadendo oggi entusiasma meno perché sembra che siano soltanto i soldi a dominare e a determinare tutto. Il Como ne è l’esempio più eclatante: grandi capitali per arrivare in pochissimo tempo ai massimi livelli».
Delle proprietà straniere cosa ne pensa?
«Ci vuole più trasparenza. Oggi non è nemmeno chiaro chi siano i proprietari dei club, soprattutto in caso di proprietà cinesi od orientali, e questo non va bene. Da un lato le società di calcio chiedono allo Stato molti soldi per la sicurezza e la gestione delle partite, dall’altro, avere sedi in paradisi fiscali evita loro il pagamento delle imposte».
LA SOCIETÀ, I PERCASSI E LE CRITICHE SULLO STADIO
Del caso specifico dell'Atalanta cosa ne pensa?
«Il socio americano è chiaramente identificabile, anche se la società ha sede in un Paese fiscalmente poco trasparente. Quindi, c’è un problema di sede, ma è molto chiaro chi è il proprietario e, alla luce della sconfitta di ieri, la situazione attuale impone anche di sapere che cosa voglia fare della squadra. A quattro giornate dalla fine del campionato, possiamo già dire che la stagione non è andata benissimo e credo sia giusto capire ora quali siano le intenzioni del socio di maggioranza. Deve decidere quali sono i suoi obiettivi, se vuole investire o disinvestire. Bisogna capire se l’intenzione è quella di tornare indietro oppure di riportare il club ai livelli degli anni migliori».
Secondo lei c’è il rischio che anche l'Atalanta possa diventare interamente di proprietà straniera?
«Mi auguro di no, perché questo club ha la fortuna di avere un socio bergamasco importante e di grande rilevanza. È vero che il socio americano detiene la maggioranza, ma la presenza della famiglia Percassi resta comunque forte. Anzi, trattandosi di un’operazione finanziaria complessa più che di un acquisto, spero che il socio americano possa in qualche modo tornare sui propri passi e che la maggioranza torni ai Percassi. Secondo me c’è troppa distanza. Un socio che non è presente quotidianamente, che viene raramente o si fa sentire solo in determinate situazioni, come nel caso di esoneri, non può offrire le stesse garanzie di un socio italiano e di una famiglia che per questi colori ha fatto tanto. Su alcuni aspetti posso anche essere critico nei confronti dei Percassi, ma su altri credo abbiano fatto dei veri miracoli. Preferirei quindi che accadesse il contrario rispetto a una totale proprietà straniera. Non si può escludere che un domani i Percassi possano cedere, ma personalmente non credo accadrà».
Bergamo, anche grazie ai risultati della squadra orobica, ha acquisito una visibilità internazionale che prima non aveva. La città è riuscita a sfruttare fino in fondo questa spinta in termini d’immagine, sviluppo e progettualità o si sarebbe potuto fare qualcosa in più?
«Certamente il calcio ha contribuito molto a rafforzare l’immagine di Bergamo negli ultimi anni e secondo me le istituzioni avrebbero potuto fare qualcosa in più. Occasioni importanti, soprattutto durante gli anni della Champions League, avrebbero consentito di valorizzare ancora maggiormente il territorio e di fare qualcosa in più per gli stranieri in arrivo, per le televisioni. Bergamo ha tantissime bellezze e avrebbe potuto sfruttare meglio quest’esposizione internazionale per fare conoscerle. L’aeroporto, per esempio, potrebbe diventare uno spazio espositivo per raccontare e promuovere la città più di quanto faccia oggi. Ci sarebbero gli spazi per pubblicizzare meglio il nostro territorio e le sue eccellenze. Qualche occasione forse è stata persa, ma c’è sempre la possibilità di migliorare. In ogni caso, molto è già stato fatto e gran parte di questa crescita d’immagine è arrivata proprio grazie al calcio».
Un’eventuale assenza dalle Coppe europee potrebbe avere un impatto, anche simbolico, sulla visibilità e sull’attrattività della città o Bergamo ha ormai consolidato un’identità che va oltre i risultati sportivi stagionali?
«Secondo me non andare in Europa porta conseguenze non positive per molteplici ragioni. Prima di tutto perché questa squadra è stata considerata un po’ la “piccola” capace d’imporsi e mantenersi a livelli altissimi nel panorama europeo e in questi anni ha rappresentato una realtà riconoscibile anche fuori dai confini italiani. Inevitabilmente l’Europa porta attenzione e visibilità enormi».
Lei è intervenuto anche sul tema dello stadio, sostenendo che il Comune di Bergamo avrebbe potuto valorizzare maggiormente l’operazione di vendita. Ritiene che si sarebbe potuto tutelare meglio l’interesse del territorio?
«Bisogna distinguere i due piani. Sul piano politico non sono d’accordo con il modo in cui è stata gestita l’operazione, perché secondo me i valori economici non erano quelli corretti. Ritengo che lo stadio sia stato ceduto a una cifra inferiore rispetto a quello che sarebbe stato il suo reale valore. Sul piano imprenditoriale, invece, va riconosciuto che è stato fatto un ottimo lavoro. Percassi non solo ha agito da imprenditore, facendo quello che probabilmente avrebbe fatto qualsiasi altro operatore privato, ma ha anche preso uno stadio ormai obsoleto e l’ha trasformato in un impianto bellissimo».
Sul tema del nuovo palazzetto lei ha assunto posizioni molto critiche. A suo avviso, quale sarebbe stato il modo corretto per conciliare riqualificazione, interesse pubblico e sviluppo sportivo della città?
«Sul tema del palazzetto mi sento particolarmente coinvolto, perché sono tra i principali azionisti della Volley Bergamo. Secondo me il grande errore è stato chiudere il palazzetto e avviare le operazioni senza prima garantire alle società sportive uno spazio alternativo dove poter continuare l’attività. Noi, come Bergamo Volley, insieme al basket e ad altre realtà, siamo rimasti senza una sede. Alcune società hanno addirittura chiuso, mentre noi siamo stati costretti a trasferirci a Treviglio. La logica imporrebbe di trovare spazi alternativi prima di smantellare un impianto. Non il contrario. È un passaggio che considero ovvio. Un altro aspetto che non mi ha convinto riguarda la scelta di abbattere anche il Palacreberg per costruire proprio lì il nuovo palazzetto. Non ho mai capito fino in fondo questa decisione, perché si trattava di una struttura perfettamente funzionante, che svolgeva bene il proprio ruolo. Anche su questo punto non sono assolutamente d’accordo».
Secondo lei lo sport è ancora un motore educativo e identitario per la comunità?
«Lo sport è fondamentale e irrinunciabile, non soltanto per le squadre che militano in Serie A o in Serie B, che portano visibilità e pubblico, ma soprattutto per il ruolo sociale che svolge. Lo sport coinvolge famiglie, giovani e comunità. Aiuta a togliere i ragazzi dalla strada, li indirizza verso un’attività sana e li allontana da situazioni potenzialmente pericolose. Per questo non ho alcun dubbio sulla sua importanza. Non solo. Molte persone in difficoltà trovano nello sport una motivazione concreta per affrontare la vita. Penso, per esempio, a ragazzi che attraverso una squadra o una passione sportiva riescono a costruire un punto di riferimento emotivo e umano. Attraverso lo sport, riescono a sentirsi parte di qualcosa e a trovare una spinta positiva per vivere ed è probabilmente la risposta più forte sul valore che lo sport continua ad avere».
Da azionista della Volley Bergamo, crede che a Bergamo conti solo l'Atalanta e ci sia poca attenzione per le altre realtà sportive?
«Rispetto alla formazione nerazzurra, la pallavolo è sicuramente poco considerata dall’Amministrazione comunale. Spesso ci si dimentica che anche la nostra squadra milita in Serie A1 e rappresenta un’eccellenza sportiva del territorio. Noi chiediamo e vogliamo maggiore attenzione. Oggi siamo senza un palazzetto stabile e siamo costretti a giocare a Treviglio. Ogni tanto utilizziamo il ChorusLife, dove troviamo un pubblico eccezionale e registriamo ottimi numeri, ma resta comunque una situazione complicata. Siamo costretti a inseguire continuamente spazi disponibili e questo rende molto difficile organizzare anche gli allenamenti».
LA PASSIONE DEL TIFOSO E IL RAPPORTO CON GASPERINI E PALLADINO
Lei tifa per i colori nerazzurri?
«Da sempre. Vado allo stadio fin da quando ero un ragazzino e ho seguito la squadra ovunque. Prima andavo con il mio gruppo di amici, vivendo pienamente l’atmosfera della Curva. Sono stati anni vissuti con grande passione e da allora il legame non si è mai interrotto. Allo stesso tempo, però, sono una persona che dice sempre quello che pensa. Quando ci sono aspetti che non mi piacciono, li sottolineo, anche se questo può non essere gradito, pure dai Percassi. Purtroppo ho la sensazione che a Bergamo si faccia fatica a dire certe cose apertamente».
A cosa si riferisce?
«Il giornalismo sportivo sembra muoversi con troppo timore nel raccontare alcune verità. Quando, per esempio, fui tra i primi a dire che la società stava per essere venduta, ricevetti molte critiche da parte della stampa. Poi, però, i fatti mi hanno dato ragione. Secondo me la critica non deve essere vista come qualcosa di negativo. Anzi, può essere utile e costruttiva, soprattutto per chi guida una società o una città. Per questo continuo a scrivere e a esprimere le mie opinioni con sincerità. Voglio bene a questi colori, tifo per questa maglia, ma questo non significa rinunciare a evidenziare ciò che, ogni tanto, non mi convince».
La passione per la Dea le è stata trasmessa da qualcuno oppure è nata con il gruppo di amici con cui ha iniziato ad andare allo stadio?
«Non mi è stata trasmessa da qualcuno in particolare. Anche quando mi sono trasferito a Roma, ho continuato a vivere il calcio insieme ai miei amici di sempre. La domenica allo stadio era un “must”, quasi un obbligo, un appuntamento fisso. Ho seguito la squadra ovunque, anche in trasferta, e ci sono stati momenti davvero intensi che hanno segnato una parte importante della mia vita. Per la sfida col Malines avevamo preparato una bandiera enorme da esporre. C’erano entusiasmo e aspettative e invece ci siamo ritrovati tutti a piangere. Sono emozioni che restano dentro. Ho un amico che considero il tifoso numero uno, l’avvocato Pedersoli. Vive questo ambiente in maniera totalizzante, fino alle lacrime. È stato uno di quelli con cui andavo allo stadio e con cui ho condiviso questa passione».
Ha pianto anche per la vittoria dell’Europa League?
«Sì, ma con una consapevolezza diversa rispetto a quando ero un ragazzino. Da giovani si vive tutto in modo più assoluto, più viscerale. La sconfitta contro il Malines, per esempio, fu un vero trauma sportivo».
Da parlamentare ha cercato di dare anche un contributo concreto.
«Da parlamentare, ad esempio, mi sono attivato per ottenere la diretta televisiva del match con la Salernitana, la partita della promozione in Serie A. Lo stadio era esaurito e ritenevo giusto che tutta la città potesse vedere e vivere quella partita. Mi mossi personalmente con la Rai e riuscii a ottenere la diretta della gara. Sono intervenuto per sostenere questa realtà in diverse circostanze, ma questo non toglie che io sia anche una persona critica. Quando lo faccio, come nel caso dello stadio, non critico il club o l’imprenditore, ma gli errori commessi. Ritengo che i Percassi rappresentino una grande ricchezza e un’opportunità importantissima per Bergamo. E anche oggi, in un momento in cui sarebbe più facile criticarli, continuo a pensare che a loro si debba moltissimo».
C’è una trasferta che ricorda in modo particolare?
«Una trasferta che ricordo in modo particolare è sicuramente quella a Firenze. Non tanto per il risultato sportivo, ma perché le abbiamo prese e ci distrussero l’auto. Vivendo a Roma, inoltre, ho avuto modo di seguire tante partite dei nerazzurri nella capitale e sono stati momenti molto belli. La trasferta, secondo me, rappresenta ancora oggi una delle parti più affascinanti del calcio: non c’è solo la partita, ma tutto ciò che l’accompagna, il viaggio, il tempo condiviso con gli amici, il senso di appartenenza».
Ancora oggi?
«La trasferta resta uno degli aspetti più autentici del calcio moderno. Rimane quell’idea di organizzarsi, partire e vivere la giornata insieme, che va oltre il semplice evento sportivo».
I tifosi restano la parte più importante del calcio?
«Senza ombra di dubbio. Se il club dovesse perdere questa forza, perderebbe una parte fondamentale della propria identità. Probabilmente perderebbe tutto. Bisogna ricostruire partendo da loro. A me piacerebbe molto che ci fosse una Public company, che una parte dell’azionariato si potesse aprire ai tifosi, come fanno le grandi società straniere. Sono la parte più bella dell'ambiente e mi piacerebbe avessero un peso maggiore, perché potrebbero rappresentare uno stimolo positivo in alcune decisioni, come nella scelta dell’allenatore. Non credo, per esempio, che avrebbero scelto Juric».
Nella vicenda Gasperini-Percassi da che parte sta?
«Penso che Gasperini abbia un carattere estremamente difficile e che, per un presidente o per una proprietà, non sia semplice gestire una personalità come la sua. Detto questo, credo sia stato l’allenatore assolutamente perfetto per la nostra piazza. I Percassi gli devono moltissimo, non soltanto per i risultati sportivi, ma anche per ciò che ha rappresentato per la crescita complessiva del club e, indirettamente, per il loro gruppo societario. Se da un lato riconosco che abbia un carattere molto difficile, quindi, dall’altro penso che non esista un allenatore al mondo più adatto di lui per questa squadra e chiunque altro difficilmente potrà ottenere i suoi risultati».
Palladino può essere il futuro dell'Atalanta? Lei punterebbe sull’attuale mister e, alla luce delle ultime dichiarazioni e dei risultati recenti, ha la sensazione che possa restare?
«Credo che la sconfitta di ieri abbia cambiato qualcosa nelle valutazioni. Questi blackout che la squadra continua ad avere stanno probabilmente portando la società a riflessioni più profonde. La dirigenza deve chiarire al più presto qual è il progetto tecnico, su quale allenatore e giocatori si vuole costruire la squadra e quali sono gli obiettivi futuri. Palladino ha mostrato aspetti molto positivi, ma anche qualche limite. Ho avuto la sensazione di una certa difficoltà nel controllo emotivo della squadra. Non è normale prendere un gol dopo pochi secondi da un Primavera e subire un’altra rete immediatamente all’inizio del secondo tempo. Questo, secondo me, evidenzia che non funziona qualcosa nella gestione mentale e nella tenuta emotiva dei giocatori. Il controllo dell’emotività è un aspetto fondamentale per un allenatore e, forse, su questo piano Palladino non è adatto. Per il resto, non mi dispiace come allenatore».
Il campionato dell'Atalanta è stato in linea con le sue aspettative?
«No. Dopo l’avvio complicato con Juric pensavo che non sarebbe stato un campionato particolarmente positivo, ma non mi aspettavo di arrivare a questo livello. Mi riferisco anche al gioco, perché in alcuni momenti ho visto atteggiamenti che mi hanno indispettito. Non ci siamo. Ho la sensazione che in certi giocatori manchi qualcosa dal punto di vista dell’identità e della partecipazione. Non sempre vedo quella voglia di lottare per la maglia che ci ha caratterizzato negli anni migliori. Vedo una differenza evidente con i campioni che hanno fatto grande questa squadra, come Ilicic, Gomez, Muriel, Zapata o anche altri. Oggi ci sono giocatori forti, con qualità evidenti, che durante la partita, però, a volte trasmettono atteggiamenti difficili da comprendere. Penso per esempio a Scamacca. In certi momenti è indisponente. Sembra quasi che non abbia voglia di essere lì. Ilicic, nonostante la sua situazione psicofisica, ha continuato a essere un campione fino all’ultimo. Il Papu Gomez ha dato tutto anche nei momenti di tensione con Gasperini. Muriel, che conosco personalmente, aveva un altro tipo di spirito. Quella generazione, insieme a De Roon, credo rappresentasse davvero l’anima di Bergamo. C’è poi un secondo tema, quello anagrafico. Ci sono giocatori che stanno arrivando alla fine di un ciclo e probabilmente sarà necessario avviare una rivoluzione».
Lei ha firmato ed è stato, insieme a Daniele Belotti, tra i maggiori promotori dell’iniziativa per assegnare la benemerenza cittadina a Marten De Roon. Che cosa rappresenta il capitano nerazzurro per Bergamo?
«De Roon è un amico, ma soprattutto è un ragazzo bravissimo, straordinario. È commovente il modo in cui si è legato a Bergamo. Non è soltanto un calciatore importante, ma una persona che ha costruito un rapporto autentico con la città. Se fossi nella dirigenza, cercherei in futuro di coinvolgerlo anche in un ruolo societario. È una persona matura, intelligente, con valori solidi e una famiglia molto unita. Mi piace anche il suo modo di vivere: ha tre figlie e ama fare vacanze semplici, andare in camper con la moglie e la famiglia. Credo rappresenti perfettamente certi valori che ci hanno reso speciali negli ultimi anni. Io investirei su di lui come futuro dirigente».
Che partita si aspetta contro il Genoa?
«Penso che, a questo punto, la partita dipenderà soprattutto dalla testa. Più che l’aspetto tecnico o tattico, sarà fondamentale la risposta mentale della squadra. Credo serva una scossa generale, una lavata di capo, una sorta di richiamo forte all’interno dell’ambiente. Bisogna lasciarsi alle spalle ciò che è successo, smettere di pensare alle partite precedenti e concentrarsi esclusivamente su quello che resta da fare. Bisogna tirare fuori gli attributi, anche perché c’è una tifoseria che continua a fare enormi sacrifici, sia per le trasferte, sia per seguire la squadra in casa e che avrebbe ragione ad arrabbiarsi».
Questa lavata di capo da chi dovrebbe arrivare?
«Torno al concetto che ho espresso prima: bisogna capire bene chi ha le redini del comando. Se, come credo, i Percassi mantengono ancora un ruolo centrale e una responsabilità forte sul territorio, allora un loro intervento è fondamentale, perché rappresentano un punto di riferimento assoluto. Se, invece, il socio americano intende avere un ruolo sempre più importante, allora è giusto che si faccia sentire. Non si può comparire soltanto nei momenti celebrativi, quando c’è da fare il giro di campo con la Coppa o vivere le grandi occasioni. Bisogna esserci anche nei momenti delicati e critici e questo lo è sicuramente».
Tra nostalgia per un calcio più autentico, difesa dell’identità bergamasca e richiami a una maggiore chiarezza nella gestione del potere sportivo, Giorgio Jannone Cortesi traccia il ritratto di una squadra che, secondo lui, non può permettersi di perdere il proprio legame con il territorio e con la sua gente. Critico quando serve, ma profondamente legato ai colori nerazzurri, nella sua visione amarli davvero significa anche avere il coraggio di dire ciò che non convince, perché il senso d’appartenenza non passa solo dall’entusiasmo, ma anche nella volontà di difendere e preservare ciò che, nel tempo, ha reso speciale il rapporto tra Bergamo e la sua squadra.
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