Affrontare il salto dal rettangolo verde alla panchina non è mai un'impresa banale, specialmente in una piazza calda e passionale, ma Fabio Pisacane sta bruciando le tappe con l'autorevolezza dei predestinati. Il nocchiero rossoblù, pur trovandosi a fronteggiare ostacoli imponenti come quelli recentemente proposti dall'Atalanta guidata da Raffaele Palladino, ha saputo plasmare un gruppo a sua immagine e somiglianza, basando tutto sul rispetto, sull'empatia e sulla valorizzazione sfacciata della linea verde.
IL RISPETTO E LA SINTONIA CON LO SPOGLIATOIO - Per chi ha trascorso una vita intera a masticare calcio giocato, le dinamiche interne sono un libro aperto. «Chi ha giocato a calcio sa meglio di me che un allenatore neofita deve anzitutto creare la giusta connessione con la squadra», ha spiegato l'ex difensore, consapevole delle insidie iniziali. Il passaggio di ruolo imponeva un delicato cambio di percezione: i ragazzi lo consideravano ancora un compagno a tutti gli effetti, rendendo complessa la gestione dell'autorità. Alzare la voce senza toccare le corde giuste avrebbe significato il rigetto totale da parte dello spogliatoio. Oggi, però, l'attestato di stima che riceve dai suoi calciatori è la prova inconfutabile che le intuizioni giuste hanno ampiamente superato le naturali sbavature fisiologiche di inizio percorso.
LA FAVOLA MENDY E IL CORAGGIO DELLE SCELTE - Il vero manifesto della sua gestione tecnica è incarnato dalla spavalderia di lanciare i talenti del vivaio senza badare alla carta d'identità. Il capolavoro assoluto risponde al nome di Mendy, un ragazzo arrivato dall'altra parte del mondo che faticava a trovare continuità persino in Primavera e che ora si è preso il lusso di siglare una clamorosa doppietta nel massimo campionato. Un trionfo che l'allenatore non vuole capitalizzare in solitaria: l'elogio si estende infatti a Roberto Muzzi e a tutti gli addetti ai lavori del settore giovanile, co-artefici di questo successo societario. L'ingresso in punta di piedi della nuova guida tecnica si è subito trasformato in una rivoluzione meritocratica: gioca solo chi suda in allenamento.
IL LEGAME VISCERALE E L'ABBRACCIO DEL GRUPPO - – come confessato con emozione ai microfoni di DAZN – le radici profonde di questo exploit risiedono in un attaccamento morboso ai colori sardi. Dopo ben undici anni trascorsi a lottare per la stessa causa, il mister non usa mezzi termini per descrivere il suo sentimento: «Qui mi sento a casa, il Cagliari è come se fosse mia moglie o mio figlio». Un amore incondizionato che si respira anche nei festeggiamenti sul campo: l'abbraccio collettivo dopo un gol rappresenta l'energia vitale di un gruppo compatto. Certo, non mancano i severi moniti per mantenere tutti concentrati, ricordando soprattutto al golden boy rossoblù che il calcio è illusorio e che le difficoltà, specialmente quando incrocerà le armi in catini infuocati come la New Balance Arena, sono sempre dietro l'angolo.
Un manifesto di lealtà, competenza e feroce senso di appartenenza. Con la determinazione di chi si è costruito da solo, l'allenatore campano promette di continuare a difendere la sua famiglia calcistica senza arretrare di un millimetro.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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