L'estate del 2024 aveva salutato il suo approdo a Zingonia come un autentico colpo a effetto, l'innesto perfetto per accendere in via definitiva la fantasia della piazza. Eppure, a distanza di quasi due anni, l'avventura di Lazar Samardzic con la maglia dell'Atalanta si è trasformata in un intricato rebus tecnico e gestionale. Un vero e proprio cortocircuito sportivo in cui la classe cristallina del giocatore finisce per scontrarsi costantemente con le rigide richieste e i dogmi tattici del calcio contemporaneo, relegandolo a un ruolo marginale e aprendo seri interrogativi sul suo futuro.
UN INVESTIMENTO PESANTE E UN RENDIMENTO DA URLO - Prelevato dall'Udinese con un'operazione complessiva che, tra prestito e obblighi di riscatto puntualmente maturati, ha toccato la vertiginosa vetta dei venticinque milioni di euro, il trequartista balcanico non ha mai tradito le attese quando è stato gettato nella mischia. Le statistiche nude e crude descrivono un impatto devastante: in poco meno di tremila minuti disputati, l'equivalente di trentatré gare intere, il ragazzo ha messo la firma su diciassette marcature dirette, frutto di undici reti e sei assist. Un contributo offensivo pari a un bonus ogni due partite, cifre clamorose che certificherebbero lo status di intoccabile in quasi tutte le altre realtà del nostro campionato.
L'INCOMPRENSIONE TATTICA TRA TRE ALLENATORI - – come analizza Pianetatalanta.it – il copione dell'incompiutezza si è ripetuto in modo identico sotto tre guide tecniche profondamente differenti. Da Gian Piero Gasperini a Ivan Juric, fino all'attuale gestione di Raffaele Palladino, il classe 2002 è stato costantemente elogiato per l'impegno settimanale ma regolarmente sacrificato nel momento clou. Nonostante doti balistiche rare, una visione di gioco superiore e la straordinaria freddezza dimostrata con il clamoroso rigore all'incrocio dei pali scagliato al novantottesimo minuto contro il Borussia Dortmund per il passaggio agli ottavi di Champions League, il serbo resta l'archetipo del numero dieci fatato che il calcio italiano fatica a collocare, privilegiando ormai costantemente la fisicità strabordante alla qualità tecnica pura.
L'OMBRA DELL'ADDIO DOPO LE ESCLUSIONI ECCELLENTI - Il campanello d'allarme suona ormai fortissimo dopo le ultime, inequivocabili decisioni dell'allenatore. Nelle cinque uscite più recenti, il gioiello ex Udinese ha assaggiato il campo solamente per una manciata di secondi in un'unica occasione, inanellando una striscia avvilente di quattro panchine consecutive. L'apice di questa emarginazione si è consumato nella delicatissima semifinale di Coppa Italia, dove Palladino gli ha persino preferito il giovane Ahanor, negandogli la possibilità di presentarsi sul dischetto nell'infausta lotteria sotto i riflettori della New Balance Arena. Un dettaglio che suona come una bocciatura definitiva.
Se le gerarchie non dovessero subire uno scossone improvviso da qui al termine del campionato, l'epilogo della sua parentesi lombarda apparirebbe già tristemente scritto. Il rimpianto per non aver saputo valorizzare appieno uno dei mancini più educati e letali della Serie A rischia di trasformarsi in una ferita aperta per tutto l'ambiente.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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