Il tempo delle mezze verità è finito. Simone Inzaghi ha deciso di togliersi la maschera e raccontare la sua personalissima visione delle cose, senza filtri e senza paura. A quasi un anno dal suo discusso e tormentato addio all'Inter, con lo scudetto della seconda stella ormai cucito sul petto del suo erede designato Cristian Chivu, l'attuale tecnico dell'Al Hilal ha deciso di svuotare il sacco, ripercorrendo i mesi più caldi e velenosi della sua carriera, dalle inchieste giudiziarie fino alla sua dorata nuova vita in Arabia Saudita.
LO SCANDALO ARBITRALE E IL SENSO DI INGIUSTIZIA - L'ombra lunga dell'inchiesta che sta travolgendo i vertici arbitrali non lascia indifferente l'allenatore piacentino, che ribalta clamorosamente la prospettiva. – come confida in un'esclusiva a La Gazzetta dello Sport – le accuse di presunti favoritismi verso l'ambiente nerazzurro lo lasciano a bocca aperta: «Questa inchiesta mi ha letteralmente scioccato. Nella scorsa stagione, la mia Inter ha perso una marea di punti a causa di palesi errori arbitrali, sia in campionato che in Supercoppa. Essere tirati in ballo in un calderone dove noi siamo stati chiaramente penalizzati e non favoriti è a dir poco sorprendente. Per noi è stata una stagione disgraziata sotto questo punto di vista. Ho sempre rispettato il lavoro degli ufficiali di gara e non metto in dubbio la buona fede, ma rimane la netta sensazione di aver subito un torto. Perdere uno scudetto per un solo punto è un dolore che non passa».
IL SOGNO INFRANTO E LE NOTTI DA LEGGENDA - Tornando sulle macerie della finale di Champions League persa contro il Paris Saint-Germain a Monaco, Inzaghi non cerca alibi ma fotografa un momento di estremo logorio mentale e fisico: «Siamo arrivati all'appuntamento senza energie, crollati dopo aver visto sfumare lo scudetto. Il PSG, come ha dimostrato anche recentemente abbattendo il Bayern, è uno squadrone formidabile e ci ha spaccato in due sfruttando la sua brillantezza. Ci fa ancora male, ma in Europa avevamo fatto qualcosa di magico». Proprio su questo aspetto, il tecnico regala un virgolettato destinato a far discutere: «Se mi trovassi nella stessa situazione non cambierei una virgola e punterei ancora alla Champions, anche a costo di pagare lo scotto in campionato contro il Napoli. Le magiche notti vincenti contro Bayern e Barcellona resteranno scolpite nella mia mente molto più dei trofei alzati in carriera. Sono state serate irripetibili».
LA VERITÀ SULL'ADDIO E I SOLDI ARABI - A distanza di tempo, Inzaghi smentisce categoricamente le voci di un addio pianificato da tempo: «Non avevo comunicato nulla alla squadra prima della finale, semplicemente perché non avevo ancora preso una decisione. Due giorni dopo Monaco ci siamo riuniti a casa di Beppe Marotta, con Piero Ausilio e Dario Baccin, e lì ho capito che il mio ciclo era finito. Ci siamo lasciati da grandi amici. E vi svelo un segreto: se avessimo vinto quella coppa, non me ne sarei mai andato». La scelta successiva, quella di sposare il progetto dell'Al Hilal, non è stata dettata dai petrodollari: «In Arabia ci vai per rimetterti in gioco. Non ho mai avuto il problema dei soldi, non era certo ciò che mi mancava avendo una casa meravigliosa con vista su San Siro. Volevo un'esperienza diversa e oggi sono felicissimo. Vivo in un compound blindato e organizzatissimo, non mi manca minimamente l'Italia e la mia squadra è l'unica al mondo ancora totalmente imbattuta in stagione».
LE POLEMICHE CON I GIOCATORI E IL RINFORZO MANCATO - C'è spazio anche per chiudere le polemiche con i suoi ex giocatori. Inzaghi smorza le tensioni con Federico Dimarco («Fui io a volerlo tenere dopo averlo visionato dieci giorni in ritiro, altrimenti lo avrebbero mandato in prestito. Il nostro rapporto è ottimo») e rivendica l'acquisto di Piotr Zielinski, frenato solo dagli infortuni. Riconosce però i meriti di Chivu per lo scudetto appena vinto e applaude la società per l'acquisto di Manuel Akanji in difesa, un tassello fondamentale. Sulla finalissima di Coppa Italia che vedrà sfidarsi Lazio e Inter, le due squadre del suo cuore, non si sbilancia: «Mi siedo in poltrona e mi godo lo spettacolo, vinca il migliore».
LA RICETTA PER SALVARE LA NAZIONALE E IL TIFO PER PIPPO - L'ultima parte della lunga chiacchierata spazia dal legame fraterno con Filippo Inzaghi («Nessuna invidia tra noi, spero davvero che porti in A il Palermo, se lo merita») all'analisi spietata del flop dell'Italia ai Mondiali: «Bisogna rivoluzionare tutto partendo dai vivai. Il risultato non deve essere l'ossessione che sacrifica il bel gioco. Se fossi nei panni di chi comanda, ridurrei il format della Serie A a diciotto squadre e investirei cifre enormi sui maestri di tecnica per i bambini. È grazie a quei maestri se oggi esiste Simone Inzaghi».
Parole chiare, orgogliose e dirette. Un Inzaghi inedito, che da Riad continua a osservare il calcio italiano con l'occhio di chi, pur essendo fuggito lontano, sente di aver lasciato un segno indelebile.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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